TRATTAMENTO DELL ALCOLISMO

Uscita diciassettesima 3.4 Trattamento dell alcolismo complesso

3.4.a – Introduzione Giuseppe Corlito – servitore insegnante di Club

Il capitolo si colloca in una posizione chiave nell’intero Manuale come ultimo della parte dedicata al trattamento dell’alcolismo e di tutte le prime tre parti del volume.

La trattazione di tutti gli aspetti dell’alcologia, introduce all’ultima parte, quella più innovativa in cui è teorizzato il Club degli Alcolisti in Trattamento oggi Club Alcologici Territoriali, perno dell’approccio ecologico sociale.

Da questo punto di vista è teoricamente e storicamente rilevante perché vi si può osservare lo sviluppo che porta dai primi movimenti della psichiatria sociale, (ridefinita da Hudolin «ecologica» o «verde»,

anche se poi quest’ultimo termine verrà abbandonato per le troppo evidenti inferenze politiche,

L’Approccio Ecologico Sociale affonda le sue radici, fino alla definizione del concetto del Club come «comunità multifamiliare». È anche uno dei capitoli più vasti dell’intero Manuale a testimonianza dell’importanza che Hudolin dava a questo percorso e a questi concetti.

La trattazione rappresenta una sorta di «summa» dell’esperienza condotta presso la Clinica Psichiatrica di Zagabria nel corso di circa trent’anni, dall’inizio dell’esperienza alcologica negli anni Sessanta del Novecento fino alla fortunata avventura italiana

(appunto gli anni Novanta in cui esce il Manuale).

Viene illustrata l’introduzione della comunità terapeutica nella Clinica, così come Hudolin l’aveva appresa negli anni Cinquanta presso l’esperienza londinese di Maxwell Jones (uno degli «inventori» della comunità terapeutica), Trattamento dell alcolismo

e la sua complessificazione progressiva con l’introduzione del «trattamento familiare» (detto poi «approccio familiare» nel percorso di progressiva depsichiatrizzazione del metodo) e dei principi della metodologia sistemica.

È necessario sottolineare che il «trattamento familiare», introdotto nella comunità terapeutica ospedaliera di Zagabria, è fin dall’inizio un «approccio multifamiliare o di rete»,

Omogeneamente alle originarie esperienze della psicoterapia familiare, di cui Hudolin criticava da sempre la riduzione al setting del trattamento della famiglia singola, che è la versione che ancora oggi conosciamo prevalente nei contesti clinici della terapia familiare.

Analogamente la metodologia sistemica in Hudolin ha da sempre un valenza latamente comunitaria e sociale,
cioè non è mai smarrita l’origine storica da cui muove, dalla «psichiatria sociale», che per lui non è una delle tante branche della psichiatria, ma l’unica psichiatria possibile.

In questo è in buona compagnia con Freud, a cui riconosce un merito capitale, quello di aver reso comprensibili i rapporti umani, pur criticando il campo socialmente ristretto a cui si è applicata la psicoanalisi, quello del setting duale e privato.

Freud riteneva che la psicologia individuale è solo un artificio perché ogni psicologia può essere solo sociale stante la natura degli esseri umani (La psicologia delle masse e analisidell’Io, Opere, IX, Torino, Boringhieri, 1921, 1977, p. 261).

Perciò non possiamo sottovalutare il riferimento privilegiato alla psichiatria per l’origine e lo sviluppo dell’Approccio Ecologico Sociale di Hudolin,

Questa evoluzione sarà per sua esplicita dichiarazione, sempre progressivamente depsichiatrizzata, un modo per ricondurre il tentativo psichiatrico di comprendere l’uomo sofferente in un contesto umano, comunitario e sociale.

Percorso che sul piano culturale ripercorre la strada dal superamento del manicomio e delle istituzioni totali alla costruzione dei programmi alternativi dell’approccio di comunità.

Non a caso, come è stato notato nello sviluppo dell’esperienza dei Club in Italia, trova una condizione favorevole la creazione di servizi alternativi all’ospedalizzazione psichiatrica conseguente alla legge 180. Trattamento dell alcolismo

Hudolin conduce una brillante disamina dei caratteri della comunità terapeutica dalle sue origini ai suoi ultimi sviluppi in Italia negli anni Novanta. Le strutture residenziali alternative al manicomio, di cui Hudolin critica i rischi neo istituzionali che poi le ricerche dimostreranno in seguito.

essa per la sua caratteristica di essere un modo per indurre un cambiamento attraverso i rapporti interpersonali e la comunicazione verbale e non verbale viene collocata da Hudolin nel campo delle psicoterapie, in particolare quelle di gruppo.

Ma egli ne sottolinea lo sviluppo da dentro le istituzioni ospedaliere fino al territorio o meglio alle comunità sociali.

Un progressivo mutamento da essere un artificio sempre più somigliante alla comunità reale diventa un pezzo della realtà con l’introduzione del Club, inteso come una parte integrante della comunità generale.
Così il Club è protetto in larga misura dai pericoli di quella manipolazione a fin di bene che secondo Hudolin è insita in ogni forma di psicoterapia, cioè è sottratto all’artificio che lo fa assomigliare alla realtà perché è esso stesso parte della realtà.

Corre l’obbligo di dire contro ogni «mitizzazione» o peggio «santificazione» del Club, in cui talvolta incorrono le nostre stesse esperienze pratiche del movimento dei Club.

Esso può assumere un carattere artificioso di manipolazione quando si «aliena» dal resto della comunità sociale di cui fa parte.

Quando diventa un gruppo chiuso di ben intenzionati un po’ settari che hanno risolto il proprio problema, si trovano bene insieme e si disinteressano di quanto accade nel contesto intorno a loro.

Uno degli strumenti che Hudolin propone per evitare questo tipo di manipolazione è la supervisione, proposta secondo la tradizione psichiatrica che è indicata come capace di limitare gli errori. Trattamento dell alcolismo
Contemporaneamente, mentre propone lo strumento, ne critica i suoi possibili limiti manipolativi.

Questa posizione ha ridotto nel tempo il peso che la supervisione ha avuto nel movimento dei Club, lasciandone una traccia rilevante nella riunione mensile dei servitori-insegnanti di una determinata zona, che viene indicata ancora con il termine hudoliniano di «autosupervisione»,

poi corretta in «auto-mutua-supervisione» o in una versione più radicale come «intervisione», che potremmo rendere come «una supervisione tra pari», cioè un momento in cui nessuno può porsi «dall’alto» (come implicitamente suggerito dal prefisso «super»).

In questo modo si è persa una parte del bilanciamento di Hudolin, cioè l’idea che la supervisione può garantire una visione da un punto di vista «esterno», cioè quella funzione mentale osservazionale che compie il pittore allontanandosi dal quadro che sta dipingendo per poterne avere una visione d’insieme o quella dell’aneddoto sistemico per cui solo un forestiero può capire perché gli orologi di un’intera comunità sono avanti di un’ora.
Sotto il profilo della terminologia Hudolin nel Manuale usa i termini tradizionali, in particolare «alcolismo», «alcolista» e «disturbo alcolcorrelato». Dei primi due e della discussione critica che Hudolin ne fa si è già detto sopra.

Può sembrare strano che in questa sede usi il termine disturbo, che è la traduzione italiana dell’inglese disorder, e infatti ne tratta facendo esplicito riferimento alla classificazione degli psichiatri americani che negli anni Ottanta hanno fatto furore in Italia con un’operazione di marketing neocoloniale per cui gli psichiatri italiani ed europei hanno ceduto a basso costo un secolo di cultura psichiatrica europea centrata sulla comprensione del vissuto dell’uomo sofferente).

Qui si ferma l’adesione di Hudolin a questa terminologia: il Manuale di alcologia come è ovvio data la natura della pubblicazione. rispetta i criteri della letteratura professionale, come egli la chiamava scientifica, la definiva poco volentieri, e quindi sta a quelle definizioni.

Negli scritti immediatamente successivi, in particolare le relazioni scritte per i congressi di Assisi, anche l’asse della terminologia si sposterà verso un ambito meno psichiatrico. Trattamento dell alcolismo

Così abbandonerà anche il termine disturbo per accettare quello che cominciava a diffondersi negli anni Novanta, problema alcol correlato, partendo dall’idea che esistono tanti tipi di alcolismi, quante sono le persone che bevono.
Viceversa manterrà curiosamente quella parola per indicare il disturbo esistenziale e il disturbo spirituale, cioè il disagio umano, che non trova adeguata risposta nella medicina e nella psichiatria che indica aspetti dell’alienazione dell’uomo nel mondo contemporaneo.

La mia opinione è che semanticamente il termine disturbo si presta a indicare questa situazione di malessere soggettivo, che disturba l’individuo e la sua famiglia, e quindi fu suggestivo per l’uso che ne faceva Hudolin.

Inoltre mantiene questa problematica limitrofa a quella di carattere sanitario, tant’è che Hudolin pretende di «diagnosticare» il disturbo esistenziale e usa per indicarne il sintomo principale un vecchio termine psichiatrico, l’«alessitimia», cioè l’incapacità di comunicare il proprio disagio. Nell’ultima fase di sviluppo del suo pensiero Hudolin inclinerà per un termine per così dire più umano per indicare il problema, e cioè la sofferenza.

Parlando delle caratteristiche della comunità terapeutica (e quindi del Club che nel capitolo viene presentato come sua «ultima evoluzione»), Hudolin sostiene che

«ogni comunità terapeutica si fonda sulla democrazia e su precisi criteri di autogestione»: è una delle poche occasioni in cui si pronuncia a favore della democrazia, almeno in forma scritta, perché nei suoi interventi orali ne ha parlato diverse volte.

In questo caso è ampiamente giustificato da tutta la letteratura sulla comunità terapeutica: la democrazia è uno dei fattori mutativi descritti in questa forma di intervento psico-sociale, come rilevato nel commento in nota.
Vi è un passaggio ulteriore: dato che tutto il capitolo è teso a mostrare il percorso dalla comunità terapeutica alla comunità multifamiliare del Club, dobbiamo arguirne che la democrazia e il suo corollario, cioè i criteri di autogestione, sono una caratteristica specifica del Club.

Il pensiero «politico» di Hudolin è stato sottovalutato nello studio successivo dei suoi scritti e la necessaria «apartiticità» del Club, cioè la sua autonomia dai partiti politici, è stata malintesa con un disinteresse per le questioni sociali e politiche. Trattamento dell alcolismo

Viceversa l’ultimo intervento tenuto al Congresso di Assisi nel 1996 lanciava la questione verso il successivo congresso, a cui poi non gli fu possibile partecipare per l’ovvio motivo della sua scomparsa. Trattamento dell alcolismo

Vi era una sua specifica attenzione non solo per i temi legati alla pace, a cui era sensibile per le note vicende della guerra serbo-croata, che aveva distrutto la rete dei Club dell’ex Jugoslavia, ma anche per la giustizia sociale, che nella letteratura dell’OMS è strettamente connessa alla salute, di cui costituisce una della precondizioni (WHO, The Jakarta Declaration on Health Promotionin the 21st Century, 1997).

Un ultimo importante passaggio che possiamo rinvenire in questo capitolo è sul rapporto di Hudolin e del suo metodo con la scienza.

Per tutto il capitolo Hudolin fa i conti con i contributi scientifici che i principali approcci psichiatrici hanno dato alla questione dei problemi alcolcorrelati e come essi possano essere utilizzati nel «trattamento complesso» messo a punto alla Clinica di Zagabria. Trattamento dell alcolismo

Essi sono considerati come un percorso di progressivo avvicinamento ad un sapere basato sull’esperienza pratica di chi ha avuto il problema, quello che oggi chiamiamo «sapere esperienziale tra pari».

Sarebbe un errore, rispetto al principio metodologico del bilanciamento, pensare che per Hudolin un sapere escluda l’altro, essi si sostengono l’uno con l’altro, l’uno verifica l’altro come ha dimostrato recentemente Gian Paolo Carcangiu (Il metodo Hudolin: una rivoluzione scientifica, Senorbì, Teoremauno, 2011).

In tal senso alcune recenti «estremizzazioni» che centrano il metodo ecologico sociale solo sul sapere esperienziale sono da considerare fuorvianti. Hudolin soleva dire — e vi è traccia di questo nell’incipit del capitolo — che nessuna nuova scoperta scientifica avrebbe alterato il metodo del Club, ma avrebbe potuto essere integrata in esso. Trattamento dell alcolismo

3.4.b – Capitolo quarto Hudolin

Considerazioni generali e Trattamento dell alcolismo

Con il termine di trattamento complesso si intende l’insieme di approcci e di modalità differenti di trattamento e di riabilitazione (NdR Il concetto di «riabilitazione» è un’eredità della cultura psichiatrica di riferimento di Hudolin, che egli stesso mise in crisi pochi anni dopo nel libro Alcologia, riabilitazione, psichiatria (a cura di V. Hudolin e G. Corlito, Trento, Erickson, 1996)

e che quindi non è stato successivamente più usato nel percorso di de medicalizzazione e di depsichiatrizzazione dell’approccio ai problemi alcol correlati e complessi, promosso dallo stesso Hudolin.

Il processo di reinserimento nella comunità di appartenenza delle persone marginalizzate a causa dei problemi conseguenti all’uso dell’alcol, come del resto il termine «trattamento»,

è stato individuato come «processo di cambiamento») degli alcolisti, a partire dalla considerazione che l’alcolismo è un disturbo complesso psico-medico-sociale.

Abbiamo iniziato a costruire questo approccio nel 1954, introducendolo poi sistematicamente nella prassi quotidiana di lavoro nel 1964 (Hudolin Vl., 1984; Lang B., 1984).

Il Trattamento dell alcolismo complesso non è dato semplicemente dalla sommatoria di alcune tecniche; vi è in questo suo riunire approcci diversi una nuova qualità che dà vita al modello teorico che chiamiamo ecologico o verde.
Il numero degli alcolisti è così elevato che sarebbe difficilmente ipotizzabile un trattamento individuale per tutti, considerato l’attuale numero di operatori. L’unica strada percorribile è allora quella del trattamento di gruppo, di qualsiasi tipo esso sia.

Anche se va detto che il trattamento psicoterapico di gruppo (NdR Qui l’«approccio psicoterapico di gruppo» è considerato come l’ascendente del «trattamento di gruppo», che è alla base del lavoro dei Club (cfr. Vl. Hudolin, Famiglia, salute mentale e territorio, San Daniele del Friuli, USL 6, 1985) ed è considerato come fattore limitante dell’intervento a favore delle persone con problemi alcolcorrelati, che riguardano grandi numeri della popolazione generale

se attuato solo da psicoterapeuti formati (in Italia medici o psicologi con specializzazione quadriennale), se dovesse essere attuato esclusivamente da operatori con la qualifica di psicoterapeuta, non sarebbe comunque percorribile.
È sufficiente ricordare che le ricerche epidemiologiche hanno dimostrato che, nei Paesi con elevati consumi di alcol, il 30% dei maschi adulti appartiene alla categoria dei bevitori problematici e degli alcolisti. Trattamento dell alcolismo

Le statistiche americane (DSM-III-R, 1989) riferite al periodo 1981-1983 rivelano che negli Stati Uniti circa il 13% della popolazione adulta ha fatto abuso di alcol o ha sviluppato una dipendenza dall’alcol in un determinato periodo della propria vita (NdR L’uso dei termini «abuso di alcol» e di «dipendenza dall’alcol» sono estranei alla terminologia dell’approccio ecologico sociale nella sua fase matura, che comincia proprio dalla sistematizzazione del Manuale, qui sono utilizzati in riferimento alla fonte bibliografica, il DSM III-R, il Manuale Diagnostico e Statistico dell’Associazione degli Psichiatri Americani).

Numerose esperienze dimostrano che i risultati migliori si conseguono con i trattamenti di gruppo, con operatori sia professionisti che volontari. In Italia molti degli operatori dei Club degli alcolisti in trattamento sono volontari adeguatamente formati. Trattamento dell alcolismo
I risultati ottenuti dai Club, anche con volontari, sono di gran lunga superiori a quelli conseguiti da altri trattamenti psicoterapici che prevedono la presenza di operatori professionisti.
Di regola, salvo casi eccezionali, l’alcolista è in grado di continuare a svolgere il proprio lavoro (Hudolin Vl. e coll., 1965, 1966, 1969, 1974).

Il trattamento deve essere fatto al di fuori della struttura ospedaliera

Appare chiara la scelta di Hudolin per un approccio comunitario ai PAC, al di fuori dell’ospedale

il sistema organizzativo da cui proveniva nell’esperienza della Clinica Psichiatrica di Zagabria, che venne superato definitivamente nell’elaborazione dell’approccio ecologico sociale dal rapporto fecondo tra Hudolin e l’esperienza dei servizi territoriali italiani, i quali cominciavano a svilupparsi proprio negli anni Ottanta del secolo scorso, quando egli arrivò in Italia (cfr. F. Folgheraiter, Il contributo di Hudolin allo sviluppo del lavoro di rete, in G. Corlito e L. Santioli, Vladimir Hudolin. Psichiatria sociale e alcologia, Trento, Erickson, 2000, pp. 117-121), così da permettere all’alcolista di mantenere la propria attività lavorativa.

Il Trattamento dell alcolismo può iniziare anche sul posto di lavoro. Vi sono comunque dei casi in cui l’alcolista non è in grado di svolgere una attività lavorativa.

In genere si tratta di casi in cui sono presenti complicanze secondarie le complicanze secondarie indicano per Hudolin i danni d’organo specifici conseguenti all’uso dell’alcol, malattie anche invalidanti cirrosi, neuropatie, demenze, ecc., che nel classico modello medico dell’alcolismo sono state confuse con il legame stesso tra la persona e l’alcol, come il testo chiarisce nel prosieguo) che costringono l’alcolista a periodi di assenza o addirittura al prepensionamento per invalidità, invalidità che non sempre è direttamente provocata dall’alcolismo in senso stretto, ma che è frutto piuttosto delle sue complicanze.

Il Trattamento dell alcolismo interessa l’intero nucleo familiare, non soltanto l’alcolista, per cui è sempre opportuno coinvolgere la famiglia nel trattamento.

Trova sempre maggior credito l’opinione che si debbano coinvolgere nel trattamento anche i sistemi esterni al gruppo familiare, in particolare la comunità locale, cioè la comunità nella quale l’alcolista vive e lavora

(NdR Qui Hudolin introduce l’approccio sistemico al Trattamento dell alcolismo, applicandolo alla famiglia, che va sempre coinvolta per intero nel lavoro del Club (qui indicato come «trattamento»), e poi stimola il coinvolgimento del macrosistema «comunità» in cui la famiglia è inserita.

Come si può facilmente comprendere la scelta di mantenere il termine «alcolista», come allora ancora era accettato nella letteratura scientifica, tiene aperta una contraddizione tra l’«alcolista», che è ancora il portatore del problema e la sua famiglia, chiamata ad aiutarlo (cfr. V. Hudolin, Ecologia sociale, spiritualità antropologica e problemi multidimensionali. Atti del Terzo Congresso, Assisi, 1995).

L’evoluzione conseguente del concetto sistemico è che il problema legato all’uso dell’alcol nell’intera famiglia e che viene a cadere la distinzione tra l’alcolista e la sua famiglia. All’epoca Hudolin non ritenne maturo il cambiamento della terminologia, pur avendone posto le basi).
L’orientamento attuale nel campo della protezione e promozione della salute è di coinvolgere attivamente in prima persona nel Trattamento dell alcolismo il portatore del disagio.

Questo è tanto più importante nel caso degli alcolisti, che possono meglio intendersi fra di loro: non c’è specialista che possa comprendere le esigenze dell’alcolista meglio di un altro alcolista (NdR Questa «peculiarità» del trattamento complesso rende ragione del mantenimento del focus sull’alcolista (prima della sua famiglia)

all’epoca della stesura del Manuale occorreva sostenere ancora la necessità del coinvolgimento attivo del portatore del disagio, inteso come passivo accettatore delle cure nell’approccio medico tradizionale;

oggi tale necessità è ampiamente condivisa anche in campo medico (cfr. E.H. Wagner, The role of patient, British Medical Journal, 2000, n. 320, pp. 569-572).

Il Trattamento dell alcolismo deve essere rivolto a ottenere una modifica dello stile di vita e del modo di rapportarsi al bere sia dell’alcolista che della sua famiglia. Per questo motivo nel trattamento è richiesta a tutti i componenti del gruppo familiare l’astinenza, non tanto per aiutare gli alcolisti, ma piuttosto per risolvere i loro stessi problemi:

come parte importante del sistema familiare risentono anch’essi della situazione di disagio in cui versa la famiglia (NdR Qui emerge chiaramente il punto di vista sistemico di Hudolin sul coinvolgimento della famiglia con problemi legati all’alcol).

Il Trattamento dell alcolismo deve comprendere i principi di autoprotezione, di autoaiuto e di mutuo aiuto (NdR Vengono mantenuti i termini autoaiuto e mutuo aiuto, insieme a quello di autoprotezione della salute.

(cfr. Hudolin, La sofferenza multidimensionale della famiglia, Padova, Eurocare, 1995, pp. 17-18)

e in questo stesso capitolo più avanti a proposito della distinzione tra comunità terapeutica e Club) e deve essere coordinato con la rete dei programmi territoriali di protezione e promozione della salute finalizzati alla prevenzione primaria, secondaria e terziaria.
Nel Trattamento dell alcolismo sono importanti i principi di umanità e di solidarietà e va creato un forte legame emozionale.

Il programma deve prevedere la formazione e l’aggiornamento permanente degli operatori.

L’inserimento degli alcolisti nel trattamento dell alcolismo è reso più agevole attraverso le organizzazioni degli alcolisti stessi che operano secondo i principi dell’approccio ecologico-verde nei Club degli alcolisti in trattamento.

(NdR Il termine «ecologico-verde», che era stato introdotto nel libro già citato Famiglia, salute mentale e territo-rio con la «psichiatria verde» contrapposta a quella «rossa», secondo Hudolin allora dominante in Italia, verrà presto sostituito da quello definitivo per indicare la metodologia introdotta da Hudolin: l’approccio «ecologico sociale»)

Oltre a fattori di carattere strettamente medico e scientifico che lo caratterizzano, questo trattamento presenta numerose altre peculiarità:

Ci siamo già soffermati su diversi approcci che possono essere utilmente praticati nel trattamento complesso.

Vogliamo ora descrivere la comunità terapeutica e la comunità multifamiliare, il trattamento familiare, e quale sia il ruolo dell’alcolista e delle organizzazioni degli alcolisti

La comunità terapeutica

Innanzitutto dobbiamo chiarire quali sono le possibili interazioni fra comunità terapeutica e trattamento dell alcolismo familiare, perché molto spesso oggi questi due approcci si presentano combinati.

Del resto, senza l’inserimento del trattamento familiare nella comunità terapeutica, il trattamento dell alcolismo al suo interno non sarebbe possibile e soprattutto non sarebbe possibile una corretta riabilitazione.

È questo il motivo per cui i Club degli alcolisti in trattamento, e in genere l’approccio ecologico o verde, non possono essere riduttivamente definiti come comunità terapeutiche, anche se ne costituiscono, per così dire, uno sviluppo.

Riferendoci al trattamento dell alcolismo ecologico, a prescindere che sia condotto in una struttura di tipo dispensariale (NdR Il dispensario era un forma organizzativa diffusa in Croazia e nelle regioni del Nord-Est italiano all’epoca.

Esso aveva un’organizzazione complessa sullo stile della comunità terapeutica

(una combinazione di gruppi piccoli e grandi o «allargati», momenti educazionali e di interazione emotiva, ecc.)

organizzata però in forma semiresidenziale diurna, molto simile all’ospedale di giorno o diurno di cui Hudolin parla subito dopo) o di ospedale di giorno o nel Club degli alcolisti in trattamento, è più corretto parlare piuttosto di comunità multifamiliari

(In questo paragrafo Hudolin illustra le somiglianze e le differenze tra il Club e la comunità terapeutica):

in particolare il coinvolgimento dell’intera famiglia, detto «trattamento dell alcolismo familiare», rappresenta la differenza principale, che ne contiene un’altra.

La diversità tra «terapia» e «trattamento», che serve a stabilire un’emancipazione dell’approccio ecologico da quello medico e psichiatrico tradizionale.

Così i Club non sono considerati da Hudolin semplici forme di «comunità terapeutica» extra muraria

(cioè fuori dell’ospedale dove era nata fin dalle prime esperienze di Maxwell Jones durante la seconda guerra mondiale),

ma un suo «sviluppo», nel senso che ne mantiene il principio base che trattamento dell alcolismo (o come diremmo meglio oggi, a segnare la definitiva emancipazione dal modello medico, il processo di cambiamento) è svolto dalla comunità (l’insieme dei membri e dello staff, come accade ancora nei momenti comunitari del corso di sensibilizzazione;

(Nel Club l’insieme dei membri e del servitore-insegnante),

ma basa il processo di cambiamento sulla partecipazione di tutte le famiglie presenti (è appunto una «comunità multifamiliare»).

Si è molto scritto e discusso sulla comunità terapeutica, e si continua a farlo (Marti-Tusquets J., 1976; Lang B., 1982; Hudolin Vl., 1985, 1986). Nella pratica esistono diversi modelli di comunità terapeutica, o per meglio dire che molti programmi vengono definiti di comunità terapeutica.

Per questo è difficile dare una definizione univoca di comunità terapeutica che possa comprendere realtà tanto composite e differenziate.

Con questa necessaria premessa, possiamo comunque dare due definizioni di comunità terapeutica, la prima più ristretta, la seconda più ampia. Nella prima definizione la comunità terapeutica è una tecnica specifica che si mette in atto nel rapporto con il gruppo allargato; nella seconda definizione il termine di comunità terapeutica designa un concetto complesso, che alcuni identificano con la psichiatria sociale (Jansen E., 1980; si veda anche Jones M., 1952, 1968).  

Se facciamo riferimento al concetto più ristretto, allora la comunità terapeutica può essere considerata come uno dei metodi di terapia di gruppo da usare anche per il trattamento dell alcolismo e degli alcolisti.

Se invece facciamo riferimento al concetto più esteso, allora sono la comunità terapeutica, il trattamento familiare e la terapia familiare a essere ricompresi fra i metodi di trattamento dell alcolismo di cui far uso al suo interno.  

Il concetto di comunità terapeutica andrebbe comunque definito senza ambiguità, andrebbe descritta la sua evoluzione storica e previsto il suo possibile sviluppo futuro. .

Andrebbero inoltre chiaramente definiti i confini della comunità terapeutica nei confronti della psicoterapia di gruppo, dell’approccio familiare, e in particolare del trattamento multifamiliare e della sua rete organica di rapporti con i sistemi extrafamiliari.

Infine andrebbero chiariti i confini nei confronti della psichiatria sociale.

Bisognerebbe anche rimettere in discussione la stessa psichiatria sociale, che andrebbe ridefinita come psichiatria sociale ecologica o verde

(NdR la proposta qui fatta da Hudolin, che è stato uno dei pionieri della psichiatria sociale, nata con Maxwell Jones, con cui aveva collaborato a Londra negli anni Cinquanta del secolo scorso, è di ridefinirne il concetto, comprendente quello di comunità terapeutica «in senso esteso» (cioè il coinvolgimento dell’intera comunità sociale),

il trattamento dell alcolismo familiare e la terapia familiare, come «psichiatria ecologica o verde»).

Modelli di uso della comunità nella società esistono fin dall’antichità.

Ve ne sono testimonianze ad esempio nella Bibbia e in altri testi molto antichi.

In genere questi primi esempi di comunità servivano a tutelare la società o determinate regole di vita

(NdR Hudolin allude all’esperienza diffusa nelle società più antiche)

a orientamento tribale, in cui la famiglia è intesa come una struttura allargata tipo clan, in cui le decisioni e le regole venivano prese da tutti i membri insieme, anche se spesso questo escludeva le donne e le persone più giovani

(il «senato» della Roma repubblicana è l’erede di questa tradizione o la «boulé» ateniese, entrambi sono una sorta di «consiglio degli anziani»).

Una delle critiche più rilevanti mosse nei confronti della comunità terapeutica e delle altre tecniche psicoterapiche, soprattutto quelle di gruppo, è che possono servire a manipolare gli individui.

Qui facciamo riferimento alla comunità terapeutica rivolta, a scopo appunto di cura e riabilitazione, a soggetti con disturbi psichici e che manifestano un comportamento tale da determinare loro difficoltà e sofferenze.

La comunità terapeutica ha lo scopo di provocare una modifica del comportamento

(NdR Hudolin fa esplicito riferimento all’origine della comunità terapeutica in campo psichiatrico, in particolare per la gestione comunitaria degli ospedali militari durante la seconda guerra mondiale, quando pochi psichiatri si trovarono a dover curare un moltitudine di reduci dal fronte, s

offerenti della cosiddetta «nevrosi della prima linea» o «cuore del soldato», oggi diremmo «disturbo postraumatico da stress»).

Esiste anche la comunità preventiva, organizzata cioè per la prevenzione dei disturbi psichici; secondo i moderni principi di protezione della salute la comunità preventiva serve per la promozione della salute cosiddetta positiva,

serve cioè a elevare il livello della qualità della vita (NdR L’esperienza della comunità preventiva, ricavata da Hudolin da quella di alcuni villaggi in Sud America, è molto originale, in cui sul modello «antico» è l’intera comunità a occuparsi dei propri problemi (in particolare quelli psichici); inoltre Hudolin ancora più originalmente propone di applicarvi i principi moderni della protezione della salute, tesi a promuovere il benessere della comunità.

Essa potrebbe trovare applicazioni in alcuni contesti sociali più piccoli e tendenzialmente «isolati» geograficamente come i nostri centri delle valli alpine).

Bisogna distinguere le cosiddette comunità di accoglienza e quelle comunità che più si avvicinano alla comunità terapeutica vera e propria, tanto da essere praticamente sinonimi (NdR Qui Hudolin sembra alludere alle comunità

(cioè strutture di convivenza non familiare), che si limitano ad accogliere le persone in condizione di bisogno, distinguendole da quelle con una finalità terapeutica.

Oggi in riferimento alle comunità multifamiliari dei Club Alcologici Territoriali diremo più propriamente con un obiettivo di cambiamento esistenziale, non solo dello stile di vita).

Bisogna anche fare attenzione a non confondere la comunità terapeutica con altri programmi alternativi all’ospedalizzazione,
(NdR Questa precisazione di Hudolin sembra confermare l’interpretazione fornita alla nota precedente, in riferimento alle comunità che negli anni Ottanta del secolo scorso in applicazione della legge 180 furono utili in alternativa all’ospedalizzazione psichiatrica (in particolare quella manicomiale);
come egli dice in quegli anni ebbero una «diffusione crescente», che poi si sono rivelate avere in molti casi un gradiente terapeutico o mutativo piuttosto modesto in termini di cambiamento esistenziale (cfr. A. Picardi, G. Santone e G. De Girolamo, La ricerca nei servizi di salute mentale: una overview dei risultati dei progetti Progress, Noos, 3, 2007, pp. 157-176) ma caratterizzati in modo diverso o con alle spalle precisi indirizzi politici e che negli ultimi tempi stanno avendo una diffusione crescente.

In psichiatria, non si può parlare di comunità terapeutica fino alla rivoluzione francese (NdR Può sembrare strana questa datazione ante quem di Hudolin; in effetti in senso storico non possiamo parlare di terapia finché la rivoluzione francese non determinò l’introduzione di principi di uguaglianza e di diritti umani anche nel trattamento della «diversità psichica»;

(cfr. M. Foucault, La nascita della clinica, Torino, Einaudi, 1963) e i primi esperimenti di «trattamento morale» e di regime delle «porte aperte» in ambito psichiatrico.

Tali esperimenti come Hudolin scrive subito dopo gettano le basi per la comunità terapeutica,
ma non se ne può parlare in senso stretto), perché fino ad allora le istituzioni psichiatriche sono state usate per proteggere la società dal «diverso», piuttosto che per proteggere e curare chi soffriva di una condizione di disagio.
Nei movimenti psichiatrici del XIX secolo cominciano a prendere corpo e a essere attuate idee e prassi nuove, ma è ancora presto per parlare di nascita della comunità terapeutica.
Se è vero che all’interno degli istituti psichiatrici migliora la qualità dei rapporti, non siamo ancora alla comunità terapeutica, perché la comunità terapeutica vera e propria tende al miglioramento dei disturbi psichici nella società e non all’interno dell’istituzione. Gli esperimenti fatti in questi ultimi cento anni assomigliano più al tentativo di migliorare

la qualità della vita in un giardino zoologico, strutturandolo meglio, piuttosto che alla ricerca di far nascere una comunità umana moderna e più giusta (NdR Si capisce che Hudolin aderisce al concetto più radicale di «comunità terapeutica», che va oltre una pura tecnica di gestione «alternativa» delle strutture psichiatriche, pur considerando questo passaggio importante e ineliminabile, per puntare a «far nascere una comunità umana più giusta»; in tale senso il concetto di «comunità terapeutica» si estende a comprendere tutta la «psichiatria sociale», che per Hudolin è «l’unica psichiatria possibile» (cfr. Famiglia salute mentale e territorio, 1985, p. 167).

Oggi potremo dire che Hudolin puntava ad una salute mentale, ad un benessere positivo, dell’intera comunità umana, capace di comprendere anche la diversità).

Secondo alcuni autori il concetto di igiene mentale iniziato da Clifford Beers (NdR Beers è noto per essere il fondatore del movimento per l’igiene mentale, un antesignano della prevenzione in psichiatria, in realtà all’epoca l’obiettivo di Beers, che era un paziente o meglio un portatore di una sofferenza psichica che era stato internato in manicomio, era di evitare la riospedalizzazione psichiatrica, un obiettivo di prevenzione terziaria, soggettivamente importante, ma come nota Hudolin piuttosto modesto dal punto di vista sociale) all’inizio del secolo (1908, 1939, 1941) conterrebbe in nuce, in embrione, i principi della comunità terapeutica.

Purtroppo si tratta in verità di un trattamento dell alcolismo orientato più alla carità che non all’organizzazione di una comunità di individui che hanno diritto a partecipare alle interazioni sociali. E non si vede come quello che dovrebbe essere un diritto possa essere invece frutto di una magnanima concessione.

La psicoanalisi freudiana ha indicato la necessità di un’osservazione psicodinamica, ma si è in qualche modo isolata dalla società cercando il disturbo nelle pieghe del profondo dell’individuo, trascurando completamente le difficoltà che si manifestano nel rapporto con il mondo. Le idee psicodinamiche di Freud sono di grande importanza per comprendere la base teorica della comunità terapeutica, ma hanno in un certo qual modo frenato, piuttosto che stimolato, il lavoro terapeutico pratico nella comunità.

La psicodinamica, come abbiamo detto, cerca la soluzione dei problemi nei vissuti intrapsichici profondi e nel trattamento dell alcolismo isola l’individuo dal suo ambiente e dalla sua famiglia (NdR Hudolin riconosce alla psicoanalisi freudiana e alla sua capacità di osservazione delle dinamiche psichiche di aver contribuito al costituirsi delle basi teoriche della comunità terapeutica nel senso ampio che qui viene considerato.

Tra l’altro Freud nel saggio Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921, Opere, Torino, Boringhieri, 1980, vol. IX, pp. 257-330) riconosce alla psicologia sociale un ruolo fondamentale rispetto a quella individuale con le stesse parole con cui Hudolin definisce la psichiatria sociale come l’unica possibile. Tutti i fondatori dell’orientamento interpersonale in psichiatria (Sullivan, citato subito dopo), della psichiatria sociale e delle comunità terapeutica ebbero una formazione psicoanalitica.

È vero, comunque, che l’impatto della psicoanalisi sulla società generale è stato più di carattere culturale che di modifica diretta delle modalità di cura, spesso limitate al settore privato).

I primi esperimenti di terapia di gruppo risalgono al periodo fra le due guerre. All’inizio un rilievo particolare veniva dato all’educazione e all’istruzione dei membri del gruppo. Per tale motivo oggi viene negato il carattere psicoterapico di questi primi esperimenti. Anche in seguito, nella psicoterapia di gruppo l’educazione costituiva una voce più o meno importante del programma.

E lo stesso avvenne poi nella comunità terapeutica e nell’approccio familiare
Questa sottolineatura del ruolo dell’educazione nella terapia di gruppo, nella comunità terapeutica e nell’approccio familiare, intesa come un intervento specifico di istruzione dei membri del gruppo, rap-presenta un’anticipazione di quello che oggi chiamiamo approccio psicoeducativo.
Nella metodologia ecologico-sociale, centrata sui Club, il ruolo dell’educazione è decisivo nel momento della Scuola Alcologica Territoriale, non trattato dal Manuale, ma sviluppato negli ultimi anni di lavoro di Hudolin).
Ora bisogna che sia chiaro che la psicoterapia di gruppo non può essere messa sullo stesso piano della comunità terapeutica.

Lo scopo della comunità terapeutica non è tanto quello di migliorare la comunicazione e le interazioni all’interno del gruppo nell’istituzione psichiatrica e/o fra i membri del gruppo e gli operatori, quanto piuttosto arrivare ad un miglioramento di questi rapporti al di fuori del gruppo, nella vita di tutti i giorni.

Anche qui Hudolin ribadisce il concetto che l’obiettivo non è migliorare i rapporti interpersonali dentro la comunità terapeutica all’interno dell’istituzione psichiatrica dove funziona e del gruppo di chi ne fa parte, ma al di fuori di essi nel miglioramento della vita quotidiana o reale, come dice subito dopo.

È la stessa cosa che Hudolin raccomandava per il Club: il miglioramento dello stile di vita non si verifica nel Club, ma fuori (cfr. Sofferenza multidimensionale della famiglia, 1995, p. 27).

Inoltre bisogna tenere presente che la psicoterapia di gruppo si fa in un gruppo creato ad hoc, il quale, sia per il modo in cui è strutturato, sia per l’attività che svolge, è tutt’altra cosa rispetto alla vita reale.

Vi è una differenza significativa fra il gruppo e la vita reale: mentre nel gruppo è sempre possibile la gratificazione,

nella vita reale la gratificazione si conquista migliorando la qualità delle relazioni. In questo anche la terapia familiare si distingue dalla psicoterapia di gruppo.

Si contano numerosi esempi di pazienti, ricoverati in ospedale, che si adattano benissimo, grazie anche all’uso di tecniche individuali o di gruppo, all’ambiente artificiale dell’ospedale e le cui condizioni migliorano rapidamente.
Questi pazienti però, una volta dimessi, a contatto col mondo reale, accusano nuovamente lo stesso disturbo per il quale erano stati ricoverati. Si parla allora di ricadute o di nuovo episodio di malattia. Il paziente viene nuovamente ospedalizzato, il suo stato migliora, viene dimesso, il disturbo torna a manifestarsi e sarà necessario un nuovo ricovero.
Quando questo circolo si ripete parecchie volte il paziente viene dichiarato cronico e vi è il rischio della totale alienazione dalla società (NdR Hudolin sottolinea una verità empirica e anche dimostrata scientificamente, che è il limite di ogni approccio terapeutico-riabilitativo istituzionale, per cui ciò che si apprende in ambito ospedaliero o anche nelle strutture alternative all’ospedalizzazione non si riproduce all’esterno dopo la dimissione, quindi la cura o meglio il cambiamento andrebbe ricercato nella comunità dove la persona e la famiglia vive e lavora.

Le persone con problemi di alcol hanno sperimentato tra i primi questo circolo vizioso tra ricovero, dimissione e ricaduta, anche quando hanno conquistato la possibilità di non ricoverarsi più in manicomio, ma nei reparti medici «normali» dell’ospedale generale. Il vantaggio del Club in questo senso è produrre il cambiamento dello stile di vita nell’ambito comunitario di appartenenza).

Di fronte a casi come questo, l’impressione è che il trattamento dell alcolismo sia fatto più in funzione dell’istituzione e del suo personale che del paziente,
In realtà la terapia deve avere come unico obiettivo quello di dare al paziente la possibilità di migliorare i rapporti umani nella vita di tutti i giorni, in altre parole, di migliorare la qualità della sua vita.

Questo principio è rifiutato da alcune comunità terapeutiche o di accoglienza, anche se queste non agiscono sempre all’interno di strutture ospedaliere. Da qui si vede l’importanza enorme del lavoro terapeutico in sistemi naturali, non artificiali, quali la famiglia, l’ambiente di lavoro, la comunità locale.

Accade talvolta che il personale delle istituzioni psichiatriche si vanti dell’ordine e della disciplina che regnano al loro interno, quasi che i pazienti fossero lì a curarsi per la mancanza di ordine e disciplina. Un ospedale un po’ meno ordinato, ma con buoni livelli di interazioni sarà più vicino alla vita normale e certo più terapeutico.

Un particolare contributo per lo sviluppo della comunità terapeutica lo ha dato la psichiatria interpersonale di Harry S. Sullivan, i cui lavori iniziano prima della seconda guerra mondiale e vanno fino alla sua morte, giunta prematuramente­ nel 1952 (Sullivan H.S.,1976, 1981). Sullivan ha sottolineato in particolare l’importanza dei rapporti interpersonali e la necessità di modificare profondamente i percorsi formativi degli operatori (NdR Il contributo che la psichiatria interpersonale di Sullivan ha dato alla comunità terapeutica, e in senso lato alla psichiatria sociale, è di aver posto nei rapporti interumani la base dei problemi psichici).
Solo nel secondo dopoguerra è stato definito il concetto di comunità terapeutica, così come lo conosciamo oggi, concetto legato ai nomi di Joshua Bierer (1948, 1951) e Maxwell Jones (1952) (NdR Questi due autori sono tra i padri della comunità terapeutica e in senso lato della psichiatria sociale; Hudolin li conobbe personalmente a Londra e si formò con Maxwell Jones, nello stesso periodo in cui si formò Franco Basaglia, essi si conobbero in quell’occasione.

Questo ci fa capire come ci sia un fonda-mento comune tra l’esperienza della riforma psichiatrica italiana e l’approccio ecologico sociale, cosa che determinò la fertilità dell’incontro tra Hudolin e i servizi italiani negli anni Ottanta del Novecento.

Per esattezza storica dobbiamo citare altri due nomi in questo processo di formazione del concetto di comunità terapeutica (Tom Main e Wilfred Bion, che condussero esperienze analoghe a quelle di Jones negli ospedali militari durante il secondo conflitto mondiale; Bion diede un contributo decisivo allo sviluppo della psicoterapia di gruppo, citato da Hudolin).

Dopo di loro, altri autori hanno descritto comunità terapeutiche operanti in varie istituzioni e in strutture extraospedaliere.
Ogni autore ha introdotto sue modifiche rispetto al concetto originario ritenendo di apportarvi dei contributi originali.
Il concetto di comunità terapeutica è comunque in continua evoluzione e le comunità terapeutiche attuali sono completamente differenti rispetto alle comunità terapeutiche di Bierer e Jones.

A Bierer J. (1951) si deve lo  sviluppo di concetti come Club socioterapeutico (NdR In questo modo sembra che Bierer sia l’«inventore» del nome Club, o almeno il primo utilizzatore in campo socio-sanitario, viceversa i Club di questo tipo sono aggregazioni nate spontaneamente tra le persone che avevano subito l’internamento in manicomio.

Con tutta probabilità a Bierer si deve l’invenzione del nome (Club socio-terapeutico) e la diffusione dello strumento attraverso la letteratura professionale (cfr. F.J. Braceland, La riabilitazione, in S. Arieti, Manuale di psichiatria, Vol. III, Torino, Boringhieri, p. 2079); a noi interessa perché è il precedente storico del nome del Club degli alcolisti in trattamento), ospedale di giorno e psichiatria sociale, concetti che comprendevano alcuni principi di autogestione, e che contenevano in nuce gli elementi di quella che sarà poi definita comunità terapeutica. Bierer, dalla fine degli anni Trenta in poi, ha studiato la possibilità di far nascere una psichiatria di comunità (community psychiatry) e ha previsto il trattamento nella comunità terapeutica.

Abbiamo l’impressione che Bierer abbia portato nella psichiatria alcune delle sue esperienze di vita e di lavoro nei kibbutz israeliani. Del resto molte altre tecniche psicoterapiche, individuali o di gruppo, hanno carattere empirico e altro non sono che la trasposizione in modo sistematico di aspetti della vita quotidiana.

Vale la pena ricordare che Bierer J. aveva previsto l’inserimento dell’intero gruppo familiare all’interno della sua comunità terapeutica; poiché questo era un aspetto secondario del suo lavoro, è stato poi dimenticato.

Maxwell Jones, dopo la seconda guerra mondiale, alla luce di molti lavori teorici e pratici, ha organizzato e descritto la comunità terapeutica dandole questo nome, nome che ancora oggi è in uso; anche se, come abbiamo già detto, le comunità terapeutiche di oggi sono molto diverse dal modello descritto da Jones M. Come Bierer J., anche Jones M. si basava sulle sue esperienze, in particolare quelle fatte nell’esercito britannico, dove aveva prestato servizio durante la guerra. Jones M. ha avuto una formazione psicoanalitica e Bierer J. si è basato sulle idee di Adler A. (NdR Adler è il fondatore di una delle varianti della psicoanalisi post freudiana (cfr. nota 24).

Si ha però l’impressione che in questi autori l’impianto teorico serva a giustificare il trattamento empirico, applicato poi senza uno stretto legame con il modello teorico.

Qualcosa di analogo avviene oggi con la cosiddetta terapia familiare sistemica, nella quale molti terapeuti cercano di innestare, sull’impianto teorico classico, convincimenti psicodinamici­ propri o di altri autori, introducendo anche una nuova terminologia. Finiscono così per allontanarsi dal modello sistemico (NdR Per Hudolin il modello sistemico applicato alla terapia familiare è quello «allargato» o di rete, come chiarisce nel paragrafo successivo e in effetti ha ragione perché storicamente i primi tentativi di terapia familiare sono di questo tipo).

Jones M. stesso, in successivi interventi, si è allontanato dal concetto inizialmente sviluppato di comunità terapeutica e ha finito per usarlo come sinonimo di psichiatria di comunità (community psychiatry). Un ulteriore significativo­ apporto allo sviluppo del concetto di comunità terapeutica lo hanno dato i teorici della psicoterapia di gruppo, in primo luogo Bion, Foulkes e Moreno J.L. (1945, 1953), soprattutto in riferimento al lavoro nel gruppo allargato. Dai tempi di Bierer J. e Jones M. fino ai giorni nostri sono stati sviluppati numerosi trattamenti che fanno riferimento al modello della comunità terapeutica:

ad esempio la terapia familiare allargata o di rete alla quale partecipano quanti, a vario titolo, ruotano intorno alle famiglie inserite e interagiscono con esse.

È un chiaro modello di comunità terapeutica (NdR Si tratta di un passaggio decisivo perché la terapia familiare allargata o di rete, cioè il trattamento in gruppo di più famiglie, insieme alla comunità terapeutica, rappresenta l’antecedente storico dell’approccio multifamiliare del Club, che appunto si definisce come «comunità multifamiliare».

Sono così rintracciabili tutti i passaggi dalla comunità terapeutica, all’inserimento dell’approccio familiare (cfr. l’esperienza di Bierer) alla comunità multifamiliare del Club).

Anche se è quasi impossibile elencare tutti i diversi modelli di trattamento che possono essere ricondotti a quello della comunità terapeutica, si possono individuare alcuni elementi caratterizzanti che sono presenti in situazioni del tipo comunità terapeutica, con particolare riguardo ai programmi che si occupano di problemi psichici (NdR Nei successivi 10 punti possono rintracciarsi molte delle caratteristiche dei Club, con alcune differenze ai punti 1, 6 e 10).

La comunità terapeutica è formata da un gruppo relativamente numeroso -gruppo allargato (NdR La comunità terapeutica è un grande gruppo, il Club è un piccolo gruppo, che di norma si aggira su 12-15 partecipanti) di individui accomunati da disturbi del comportamento di natura psicologica.

Almeno formalmente, tutti i membri della comunità terapeutica hanno scelto spontaneamente di entrarvi.

La comunità terapeutica è strutturata secondo determinate regole, scritte e no, a cui tutti i membri della comunità aderiscono.

L’obiettivo della comunità terapeutica è di provocare una modificazione del comportamento nei membri che la compongono. La comunità terapeutica offre appunto questa possibilità.

Non diciamo che offre un aiuto (NdR Anche in questo caso come in altri testi Hudolin prende le distanze dal concetto di «aiuto» criticato qui per essere assistenzialistico, comunque fondato sull’asimmetria della relazione, mentre per Hudolin la relazione, in primo luogo quella nel Club, è tra pari) in tal senso, perché ci sembra una sottolineatura in chiave assistenzialistica.

Del resto ogni approccio psichiatrico, specie nel campo della psicoterapia, è sempre rivolto ad un cambiamento comportamentale. Bisogna semmai definire qual è la sua posizione nei confronti della psicoterapia.

Ogni comunità terapeutica si fonda sulla democrazia e su precisi criteri di autogestione (NdR Hudolin prende decisamente posizione a favore della democrazia e dell’autogestione, che del resto sono sempre stati considerati tra i caratteri fondamentali e mutativi della comunità terapeutica (cfr. R. Rapoport, Community as Doctor, Springfield, Thomas, 1960; questo autore studiò i fattori che producevano il cambiamento nella comunità terapeutica e ne individuò quattro: comunitarismo, democrazia, permissività, imparare dall’esperienza).
Il fine ultimo della comunità terapeutica è di permettere a ciascuno dei suoi membri di abbandonare la comunità stessa, dopo un determinato periodo di tempo, per continuare a vivere meglio nel mondo reale (NdR La partecipazione alla comunità terapeutica, che è considerata da Hudolin un artificio a fini di cura e non la vita reale, ha una fine, l’uscita da essa deve essere favorita, non così il Club che è considerato una parte della comunità sociale, quindi un momento della vita reale di tutti i giorni, Dunque non si può essere «dimessi» dalla comunità sociale di appartenenza, caso mai si può andare a vivere in un’altra comunità).

In ogni comunità terapeutica ci devono essere intense interazioni fra i membri con la creazione di una forte empatia.

Nella comunità terapeutica tutti i membri devono avere periodici incontri. Questa deve diventare una prassi che trasmette dai vecchi ai nuovi membri le tradizioni acquisite dalla comunità.

È così che la comunità cresce (NdR Si introduce qui un concetto, che attiene ad uno dei fondamentali del metodo Hudolin, che potremmo dire di continuità e di rottura come rapporto tra passato e futuro: l’obiettivo del metodo è perseguire il cambiamento, in particolare quello dei comportamenti e degli stili di vita, ma esso parte da un’appartenenza, dalle tradizioni del gruppo di appartenenza, dalla sua cultura stratificata nel tempo).

Nella comunità terapeutica si può far uso di trattamenti diversi, ad esempio il trattamento familiare, anche se non sono questi a caratterizzarla.

La comunità terapeutica cerca di strutturarsi in modo tale da assomigliare il più possibile alla vita reale (NdR In questo punto si evidenzia ulteriormente l’idea di Hudolin che la comunità terapeutica (e non il Club) è un artificio che si sforza di «assomigliare il più possibile alla vita reale», ma non è la vita reale).

La comunità terapeutica nasce dal convincimento che in un gruppo allargato di persone, di diversa provenienza e con diversi vissuti, che presentano disturbi del comportamento, la comunicazione, verbale e non verbale, e le interazioni che si creano possono influire positivamente sui singoli membri, spingendoli a modificare il comportamento (NdR Hudolin prende una posizione forte (è un «convincimento») circa i fattori mutativi che agiscono nella comunità terapeutica.

La comunicazione (verbale e no) e le interazioni). Per le sue caratteristiche la comunità terapeutica assomiglia alla famiglia allargata (NdR È lo stesso concetto che poi verrà proposto per spiegare il funzionamento del Club).
Il trattamento nella comunità terapeutica richiede personale adeguatamente formato (NdR La formazione del personale, degli operatori dei servizi e poi dei servitori-insegnanti dei Club (professionali e volontari) è sempre stato un leitmotiv della metodologia di Hudolin. Nel metodo ecologico sociale ogni problema che si incontra ammette un momento formativo).

Poiché è più agevole attivare una comunità terapeutica in una struttura ospedaliera, non può far meraviglia che le prime comunità terapeuti­che siano nate all’interno degli ospedali. Anche oggi le comunità più solide sono quelle che lavorano dentro le istituzioni residenziali. Non spetta a noi giudicare la qualità del loro lavoro e dire se rispondano o meno alle aspettative che oggi ci sono (NdR Hudolin riconosce l’origine storica istituzionale della comunità terapeutica, ma ne prende immediatamente le distanze, anche se nella maniera prudente che gli era consueta.

Egli sa che le «aspettative dell’oggi» vanno nella direzione del mutamento della comunità sociale come chiarisce nel passaggio immediatamente successivo.

La comunità terapeutica come modello di trattamento dell alcolismo e dei problemi psichici ha sempre trovato l’ostilità della psichiatria classica, centrata su un modello medico e psicopatologico tradizionale.

La comunità terapeutica si è potuta sviluppare solo dopo la seconda guerra mondiale, quando qualcosa all’interno della psichiatria e dei movimenti per la salute ha cominciato a muoversi, grazie anche all’acquisizione dei risultati conseguiti dalle scienze sociali (NdR Il potente fattore di sviluppo della comunità terapeutica fuori delle istituzioni fino allo sviluppo dei Club è stato possibile solo attraverso un percorso di «depsichiatrizzazione» — come dice poco dopo — grazie ad un processo esterno alla psichiatria tradizionale.

Nel suo Famiglia salute mentale e territorio (p. 17) chiarisce molto bene che l’indignazione di tutto il mondo contro il lager nazista (quindi un fattore esterno alla medicina e alla psichiatria) diede un impulso decisivo al superamento delle istituzioni manicomiali).

La comunità terapeutica ha potuto così liberarsi dell’influenza della psichiatria; possiamo parlare di una depsichiatrizzazione della comunità terapeutica.

Allo sviluppo della comunità terapeutica contribuirono anche i sommovimenti sociali del secondo dopoguerra, come è logico che sia, poiché la comunità terapeutica vive ancorata agli accadimenti sociali.

Venne così a essere ridefinito non soltanto l’aspetto medico della comunità terapeutica, ma anche quello psicodinamico e più in generale quello psicoterapico, il ruolo dell’utente nella propria terapia e nella propria riabilitazione e l’impegno per la protezione e la promozione della salute più in generale (NdR Emerge un concetto fondamentale per Hudolin, cioè il ruolo attivo della persona nel proprio processo di cambiamento: non si parla più di pazienti, termine che egli considerava superato e si parla di utenti, una terminologia diffusa nella cultura dei servizi degli anni Ottanta; oggi non vi dubbio che occorre parlare di persone, di cittadini e di cittadini esperti nella logica del «saper fare assieme», nel sapere tra pari).

A tale proposito un compito prezioso è stato svolto dalle associazioni del volontariato, che hanno cominciato a introdurre nel loro operare il modello della comunità terapeutica o sociale, con risultati soddisfacenti.

Oggi vi sono numerose organizzazioni di volontariato sociale che operano nel campo della salute mentale e il cui metodo di lavoro si avvicina al modello della comunità terapeutica, anche se non in senso stretto (NdR Hudolin affida le sue speranze sullo sviluppo della comunità terapeutica nel territorio alle associazioni di volontariato, anche questo è un tratto distintivo dei Club Alcologici Territoriali).

Nell’analizzare la comunità terapeutica dobbiamo porci alcuni interrogativi e fornire delle risposte:

1. La comunità terapeutica costituisce un trattamento dell alcolismo psicoterapico?
Nessuna delle definizioni date di comunità terapeutica e di psicoterapia è soddisfacente. Se si accetta la definizione secondo la quale la psicoterapia è un trattamento psicologico attraverso il quale si cerca di ottenere una modificazione del comportamento orientata ad una migliore integrazione personale e sociale del soggetto e se si accettano come elementi caratterizzanti della comunità terapeutica quelli appena descritti, compresa la necessità della modificazione del comportamento dei suoi membri, allora la comunità terapeutica rientra nella psicoterapia. Però a differenza di questa, la comunità terapeutica richiede un coinvolgimento totale: non basta l’accettazione formale del trattamento, bisogna­ assolutamente accettare l’idea di modificare il proprio comportamento, la propria vita.

Si tratta di cambiare le interazioni non soltanto all’interno della situazione psicoterapica, o all’interno della comunità, ma anche nell’ambiente in cui il soggetto vive e lavora (NdR Hudolin considera la comunità terapeutica un approccio psicoterapico, inteso come un cambiamento comportamentale ottenuto attraverso una relazione psicologica, ma le dà un valore allargato che dal setting psicoterapico, cioè l’ambiente artificiale costituito specificamente per ottenere quel cambiamento, va all’ambiente sociale, alla vita reale).

2. Se la comunità terapeutica costituisce un modello di psicoterapia, come si rapporta con gli altri modelli di psicoterapia?

Per il fatto di rivolgersi contemporaneamente a un gran numero di soggetti, la comunità terapeutica è particolarmente vicina alle psicoterapie di gruppo con cui condivide molte caratteristiche.

Alcuni autori parlano della comunità terapeutica come di una psicoterapia di gruppo che si attua nel gruppo allargato (Kreeger, 1975). La comunità terapeutica è un gruppo numeroso, non selezionato, aperto, di durata non limitata nel tempo.

La definizione della comunità terapeutica come «di durata non limitata nel tempo» apparentemente contraddice quanto scritto precedentemente; deve intendersi che la fine della comunità terapeutica non è predeterminata, mentre essa deve favorire la dimissione dei propri membri).

Ogni comunità terapeutica avrà determinate caratteristiche, legate alla preparazione e alla capacità degli operatori, del conduttore, dei suoi membri, che la faranno avvicinare all’uno o all’altro dei diversi modelli di trattamento di gruppo.
La comunità terapeutica non è un qualcosa di statico;
le costanti interazioni all’interno di essa e con l’esterno portano alla crescita e alla maturazione della comunità e dei suoi membri (NdR Così Hudolin definisce la comunità terapeutica come un sistema umano aperto, il cui funzionamento è legato in base all’ottica sistemica agli scambi «energetici» tra interno ed esterno, nello stesso modo degli individui, della famiglia e della comunità sociale. Per la stessa ragione essa è dinamica, in continuo divenire come si legge subito dopo). In altre parole, la comunità terapeutica non è mai simile a sé stessa, ma è in continuo divenire.

Questa dinamica non è sempre chiaramente avvertita dai membri della comunità, ma lo è da chi vi si accosta periodicamente o saltuariamente. Naturalmente vi è la necessità di una supervisione del lavoro svolto in comunità, per evitare o correggere gli errori di percorso.

Il tema della supervisione è presente costantemente negli scritti di Hudolin stante anche la sua formazione psichiatrica, intesa come strumento di monitoraggio dei percorsi di cambiamento, pur con molte perplessità sui rischi di manipolazione. E qui si concludono i tratti comuni alla psicoterapia di gruppo. (Sofferenza multidimensionale della famiglia, 1995, p. 66),

Infatti la comunità terapeutica non è una parte della vita artificiosamente riprodotta, ma è la vita stessa (NdR Questa affermazione è apparentemente contraddittoria con quanto affermato sopra (cfr. nota 38), ma dobbiamo tener conto che Hudolin ha delineato un processo per cui la comunità terapeutica si è spostata progressivamente dalle istituzioni psichiatriche, dai grandi ospedali, alle strutture territoriali, alle associazioni di volontariato, in sostanza alla sua evoluzione verso il Club).

Si può dire che nella comunità terapeutica possono essere presenti diversi modelli di psicoterapia, però questo non cambia l’essenza della comunità, se mai tali modelli costituiscono un suo arricchimento.

Jones, all’inizio del suo lavoro nella comunità dell’ospedale di Belmont, nei pressi di Londra, una volta alla settimana, e precisamente il venerdì, introduceva nella comunità lo psicodramma di Moreno (NdR Lo psicodramma è una particolare forma di psicoterapia di gruppo (J.L. Moreno, Manuale di psicodramma, Roma, Astrolabio, 1985), in cui vengono messi in scena dal gruppo i problemi di uno dei partecipanti; il terapeuta, oltre a fornire un’interpretazione della dinamica «recitata», fornisce una sorta di regia della drammatizzazione).

Questo fatto però non aveva un significato specifico per la comunità stessa.
Abbiamo già ricordato la possibilità che la comunità terapeutica possa essere usata per manipolare gli individui, ed eventualmente anche la società. Questo rischio è insito in ogni trattamento psicoterapico, individuale o di gruppo.

In fondo, il trattamento psicoterapico individuale del profondo cos’altro è se non una grande manipolazione, a fin di bene, ma pur sempre una manipolazione? (NdR Hudolin introduce una critica a tutti i trattamenti psicoterapici e quindi anche alla comunità terapeutica, scrivendo che il rischio della manipolazione degli esseri umani è sempre presente in questo tipo di tratta-mento, anche se «a fin di bene».

Vi è quindi una diffidenza per tutti gli artifici terapeutici, che distinguono trattamenti specifici dai processi mutativi della vita reale verso quella forma di fare assieme, di esperienza e sapere tra pari che è il Club.

Si comprende in questo modo come anche il termine «trattamento» deve essere considerato in via di superamento, insieme a quello di «alcolismo», come si sta discutendo oggi nel movimento dei Club Alcologici Territoriali, che conseguentemente hanno abbandonato la denominazione precedente di «Club degli Alcolisti in Trattamento».

È ovvio che anche nel Club ci può essere un rischio manipolativo, come in tutte le relazione umane, ma, se il Club è ben funzionante, il rischio è modesto).
Poiché oggi molto spesso la conduzione della comunità terapeutica non è svolta dal medico, si segnala il pericolo della manipolazione. Evidentemente chi sostiene questo ritiene che i principi etici di altre professioni si distinguano da quella medica, motivo discutibile per lasciare la conduzione delle comunità ai medici.

ne ha impedito le deformazioni, che possono essere evitate solo con una adeguata organizzazione del trattamento e con l’introduzione della supervisione e di corretti strumenti di controllo sociale.

La medicina si appella alla deontologia professionale per garantire lo psicoterapeuta medico da queste deformazioni. Nella pratica però ciò è smentito da numerosi autori.
Molte volte neppure queste sono garanzie sufficienti, perché la supervisione può essere condizionata dal potere socio-politico. Si vedano al proposito le descrizioni di Gonzales sulla supervisione a Cuba (Gonzales T.M., 1986).
Le deformazioni nel lavoro della comunità terapeutica possono provocare l’alienazione dei membri e delle loro famiglie dal tessuto sociale di riferimento. In altri casi può accadere che ai membri vengano imposte determinate idee o determinati comportamenti.

Il pericolo che anche una comunità terapeutica extraospedaliera, per quanto aperta, diventi una specie di ospedale psichiatrico è molto più grande di quanto normalmente si pensi (NdR Troviamo qui la conferma di quanto si diceva nella nota precedente: i rischi di manipolazione, di deformazione e di alienazione sono comunque presenti anche nella «comunità terapeutica extraospedaliera, per quanto aperta», considerata come il punto massimo dello sviluppo del processo in esame.

È un rischio presente anche nei Club, soprattutto se il processo non è nelle mani delle famiglie che ne fanno parte, ad es. quando l’associazione dei Club o i servitori insegnanti non lavorano per farli diventare parti integranti della comunità sociale a cui appartengono).

L’alienazione che si può creare nell’ambito ristretto della comunità terapeutica non differisce in nulla dall’alienazione che si manifesta in un grande ospedale psichiatrico.
Alcune comunità terapeutiche hanno cercato in vari modi di combattere queste possibili deviazioni.
Proprio per questo motivo gli alcolisti anonimi hanno introdotto l’anonimato (NdR Hudolin ha chiaro che la logica manicomiale si riproduce spontaneamente anche fuori del manicomio, come abbiamo verificato in alcune esperienze «chiuse» come la gestione di molti «repartini» psichiatrici post 180 (SPDC a porte chiuse e con la contenzione fisica) o anche certe comunità terapeutiche neomanicomiali come molte per la doppia diagnosi.

L’anonimato degli AA è stato introdotto proprio per contenere i rischi della manipolazione dei membri in senso politico e sociale). Uno dei metodi più sicuri per evitare deformazioni è, come abbiamo detto, il ricorso alla supervisione continua e al controllo sociale (NdR A conferma del carattere contraddittorio del concetto in Hudolin qui la supervisione continua è considerata un possibile rimedio o contrappeso per evitare i rischi di manipolazione, che la stessa supervisione può comportare.

Questa è un’altra caratteristica del pensiero di Hudolin, sempre molto bilanciato, in cui sono considerati molteplici aspetti dello stesso concetto).

3. Quale tipo di formazione va data all’operatore che si occupa della conduzione della comunità terapeutica? Dovrà essere un terapeuta nel vero senso della parola? Molte discussioni che insorgono sulla necessità di dare una formazione adeguata al conduttore della comunità terapeutica nascono dal fatto che ancora oggi la comunità terapeutica fatica a scrollarsi di dosso il retaggio del modello medico, modello che presuppone la presenza del medico e il suo ruolo guida.

Anche se è auspicabile avere un’équipe multi professionale nella comunità terapeutica,
questo non vuol dire che il conduttore non possa essere una persona qualsiasi, purché abbia notevole esperienza, adeguate conoscenze e sia accettato dalla comunità stessa (NdR Hudolin insiste sul ruolo centrale della formazione degli operatori e introduce la necessità di aprire a operatori non medici, attraverso l’idea condivisa da più parti, che la comunità terapeutica deve essere dotata di un’équipe multi professionale, introduce un concetto demedicalizzato, per cui possono condurla anche professionisti non medici, anzi si spinge ad affermare che il conduttore possa essere «una persona qualsiasi […] [di] notevole esperienza, adeguate conoscenze e […] accettata dalla comunità stessa».
Con questo ci stiamo avvicinando all’idea del servitore-insegnante come membro alla pari della comunità multifamiliare del Club). La posizione del conduttore dipende forse anche dalla tipologia di bisogno che i membri della comunità presentano. La comunità terapeutica per i tossicodipendenti è diversa dalla comunità terapeutica per gli alcolisti.
Le interazioni all’interno della comunità sono diverse a seconda del problema che interessa i suoi membri. E questo vale anche per il trattamento familiare.
Per quanto riguarda il conduttore, oltre che la formazione, sono importanti la struttura della sua personalità, il modello teorico a cui fa riferimento, le sue esperienze di vita, l’eventuale presenza di problemi personali non risolti (NdR Vengono qui indicati punti di forza e di debolezza del conduttore della comunità terapeutica, che lo mettono in discussione continuamente, così come succede al servitore-insegnante del Club).

4. Come deve porsi l’operatore, il conduttore, nei confronti della comunità terapeutica? Il ruolo del conduttore all’interno della comunità terapeutica è sempre stato al centro di accese discussioni. L’esperienza sembra insegnare che senza un conduttore adeguato la comunità non può funzionare. Si discute frequentemente anche sul modello di comportamento che il conduttore deve assumere: autoritario, direttivo, passivo, attivo, ecc. Non è possibile indicare un modello che vada bene sempre, perché vi sono in gioco diversi fattori.

Il tempo di vita della comunità terapeutica è uno dei fattori principali di cui ad esempio tenere conto. Affinché la comunità possa funzionare bene, bisogna che si creino delle tradizioni da trasmettere ai nuovi membri.

Nella comunità che lavora all’interno di un istituto ospedaliero si creano legami non solo fra il paziente e il medico, ma anche fra quanti operano nell’istituto. Lo scopo della comunità non è però quello di creare buoni rapporti all’interno dell’ospedale, ma di creare una nuova qualità di rapporti all’esterno, nella società.

In ogni caso, al conduttore è richiesto un approccio attivo e direttivo (NdR Questo approccio è tipico della conduzione del grande gruppo e nel metodo ecologico sociale lo troviamo ancora nella comunità plenaria del corso di sensibilizzazione, l’approccio attivo e direttivo è invece notevolmente ridimensionato nel Club, che è un piccolo gruppo autogestito dove il servitore insegnante non conduce la riunione, deve avere una notevole capacità di ascolto e di empatia senza però rimanere passivo.

Il suo ruolo di facilitatore della discussione rimane ancora sufficientemente attivo). Il trattamento deve essere basato sul principio del «qui e ora»: ogni nuovo problema che si presenta va immediatamente affrontato (NdR Il principio del «qui e ora» è alla base di ogni approccio di tipo sistemico, che osserva le situazioni per come si presentano nell’attualità, nel loro presente e pensa ad un cambiamento dei comportamenti dei membri del sistema oggi, in maniera relativamente indipendente da quanto accaduto in passato.

Sotto questo profilo vale anche nel trattamento dell alcolismo familiare, anch’esso di tipo sistemico). Anche per questo motivo la comunità terapeutica assomiglia al modello del trattamento familiare.

L’esperienza ha mostrato che la comunità terapeutica funziona meglio con un solo conduttore; si evitano così molti transfert emozionali e atteggiamenti competitivi tra operatori.

5. Quali aspetti tecnici vanno garantiti nel lavoro nella comunità terapeutica? I problemi logistici e organizzativi hanno diversi risvolti. Non è indifferente che la comunità terapeutica si trovi all’interno di una istituzione o sia invece inserita nella comunità locale.

È bene in ogni caso che la comunità abbia uno spazio confortevole e accogliente dove svolgere la propria attività, spazio che assomigli il più possibile ad un ambiente di vita normale (NdR Ritorna il tema della somiglianza della comunità terapeutica con la vita reale e l’avvicinamento più cospicuo è quello che arriva fino al Club, la comunità multifamiliare, come parte della comunità sociale).

6. Quale deve essere il rapporto della comunità terapeutica con la struttura istituzionale e la comunità locale dove è inserita?

La comunità terapeutica extraospedaliera non deve diventare una società nella società, ma solo una forma di trattamento rivolto al cambiamento del comportamento, trattamento accettato e integrato nella società. Vi è sempre il pericolo che la comunità terapeutica assuma logiche ospedaliere e favorisca l’alienazione dei suoi membri.

Ma questo può verificarsi sia che la comunità lavori all’interno di una struttura ospedaliera, sia che operi all’esterno (NdR Ritorna quanto discusso alla domanda 2, anche la comunità terapeutica extraospedaliera può funzionare secondo le logiche dell’ospedale e produrre alienazione).
7.  Quale deve essere il rapporto della comunità terapeutica con i servizi sanitari di base? La comunità terapeutica deve cooperare al meglio con i programmi dei servizi sanitari di base e nei programmi generali di prevenzione primaria e di protezione della salute, in particolare della salute mentale (NdR La comunità terapeutica, come successivamente il Club, è considerata come nodo della rete sociale in rapporto con i servizi sanitari di base e con i programmi di prevenzione e protezione della salute).
8. Quale deve essere il rapporto della comunità terapeutica con le comunità di accoglienza di recente costituzione o gli altri programmi alternativi?
Le comunità di accoglienza, che si stanno sempre più diffondendo, presentano un problema ben preciso: per alcuni aspetti della loro attività possono significativamente allontanarsi dall’operatività della comunità terapeutica, con il rischio di perdere il contatto con la società (NdR Hudolin ribadisce il concetto che le comunità di accoglienza, che si stavano diffondendo negli anni in cui il Manuale veniva scritto, anche come strumento di superamento della segregazione manicomiale, possano diventare pratiche neomanicomiali alienate dalla rete sociale).
9. Quale deve essere il rapporto della comunità terapeutica con il trattamento dell alcolismo familiare e la terapia familiare?

Il trattamento multifamiliare costituisce realmente un modello di comunità terapeutica della quale entrano a far parte tutti i membri dei vari gruppi familiari; è questo uno degli aspetti comuni alla comunità terapeutica e al trattamento dell alcolismo familiare.

Con questa modalità di trattamento ci si allontana dal primitivo modello di comunità terapeutica, che appunto non prevedeva l’inserimento dei familiari (NdR Nota originale del testo di Hudolin. Fanno eccezione soltanto le comunità terapeutiche organizzate e condotte da Bierer nel secondo dopoguerra. La terapia familiare però non vi era condotta in maniera sistematica, ma vi si ricorreva a seconda della situazione).
Oggi il trattamento multifamiliare e la comunità terapeutica extraospedaliera sono sovrapponibili e non si distinguono più l’uno dall’altra (NdR È molto interessante questa assimilazione che Hudolin fa tra il trattamento multifamiliare e la comunità terapeutica extraospedaliera, che qui vengono definiti come «sovrapponibili» con la nota originale, che ricorda l’esperienza di Bierer, sul passaggio dalla comunità terapeutica centrata sul lavoro delle famiglie alla comunità multifamiliare territoriale che alla fine è il Club.

È una posizione ottimistica in senso generale quando nella frase successiva Hudolin sostiene che questo processo riguarda anche i servizi sanitari di base, cosa dalla quale siamo remotissimi anche oggi, mentre era stata l’aspirazione di tutti i pionieri della comunità terapeutica e della psichiatria sociale). Non bisogna dimenticare che la comunità terapeutica e il trattamento multifamiliare fanno parte del programma generale di protezione e promozione della salute anche nell’ambito del servizio sanitario di base. La comunità terapeutica e il trattamento multifamiliare nella medicina privata invece differiscono dal modello descritto.

Il futuro della comunità terapeutica
è strettamente legato al futuro dell’organizzazione del lavoro nel servizio socio-sanitario di base e ai più generali indirizzi di politica socio-sanitaria. Dipende inoltre dallo sviluppo della psichiatria e dal suo legame più o meno stretto con la medicina (NdR In questo passaggio la posizione ottimistica di cui sopra (cfr. nota 64) viene proiettata nel futuro, richiamando subito dopo le «direttive» dell’OMS, che sono cose diverse da ciò che esiste nella realtà.
L’opinione oggi dominante

è che il servizio sanitario dovrebbe essere organizzato a livello di comunità locale, e al servizio sanitario di base dovrebbero essere affidati i compiti di coordinamento. Secondo le direttive dell’OMS, il servizio sanitario di base dovrebbe comprendere, assieme al medico di base, alcuni specialisti, operatori paramedici, volontari e ogni membro della comunità (vedi anche Bellak L., 1974; Newell K., 1984). Un ruolo importante spetta al volontariato. .

Alla base vi dovrebbero essere i principi dell’autoaiuto e dell’autoprotezione (NdR È uno dei pochi passaggi in cui vengono citati i principi dell’autoaiuto, perché nel pensiero di Hudolin i gruppi di autoaiuto sono superati dai Club, proprio nella direzione del superamento del gruppo di singoli verso la comunità multifamiliare).
In futuro il servizio sanitario di base dovrebbe essere organizzato come una comunità multifamiliare nella quale il singolo e la sua famiglia possono trovare comprensione e appoggio, soprattutto nel caso in cui si manifestino disturbi cronici di carattere fisico o psichico. Allora non vi sarebbe più bisogno di parlare di comunità terapeutica per uno specifico disturbo, perché della promozione della salute, sia mentale che generale, si occuperebbe la «comunità terapeutica locale».
Solo così in futuro si potrebbe veramente parlare di una comunità multifamiliare (NdR Hudolin amava la futurologia (Sofferenza multidimensionale della famiglia, 1995, pp. 160-165), cioè la possibilità di fare programmi per il futuro; in questo caso immaginava il servizio sanitario di base organizzato come una comunità terapeutica formata da tutte le famiglie bisognose di supporto potesse trovarlo. In qualche modo questo tipo di organizzazione della comunità terapeutica coinciderebbe con la comunità locale.

Alla fine del percorso essa coinciderebbe con una comunità multifamiliare, funzionante in base all’approccio ecologico (o verde come in quel periodo Hudolin chiamava il proprio approccio), di cui si legge subito dopo). Questo approccio alla protezione e alla promozione della salute mentale dovrebbe essere definito approccio ecologico o verde.

Oggi si parla con crescente frequenza dell’organizzazione della rete territoriale

per la protezione e la promozione della salute (Maguire L., 1983, 1989) (NdR Non casualmente il riferimento metodologico che Hudolin accosta all’obiettivo futuribile della comunità terapeutica locale è quello del «lavoro di rete», che allora prendeva le mosse in Italia, in base alle esperienze statunitensi e che pensava al lavoro di comunità come una sinergia tra le reti formali e informali operanti nella comunità locale).

Un ulteriore sviluppo della comunità terapeutica si è avuto con il Club degli alcolisti in trattamento, visto come comunità multifamiliare (NdR Il Club è introdotto come parte del processo delineato nella prima parte del capitolo ed è definito come «comunità multifamiliare», quindi un processo che affonda le sue radici nel passato e che è proteso verso il futuro. Il lavoro del Club è definito soprattutto nell’ambito della comunità locale. Successivamente Hudolin delinea le differenze tra i Club e il modello della comunità terapeutica da cui trae origine).
Quest’ultima si sta sviluppando sempre più come una forma di trattamento multifamiliare nella comunità locale. È opportuno a questo punto spiegare come il concetto di comunità terapeutica sia ricompreso, e come si svilupperà, nell’ambito dei programmi territoriali per il controllo dei problemi alcolcorrelati.

Anche se ormai i Club degli alcolisti in trattamento, così come in genere tutti i programmi tesi a ottenere una modificazione del comportamento nelle famiglie in cui si manifestano disturbi alcolcorrelati, hanno compreso la necessità che questo processo di cambiamento dello stile di vita avvenga all’interno di una comunità multifamiliare, restano profonde diversità fra queste comunità e il modello della comunità terapeutica.

Queste diversità possono essere così sintetizzate (NdR Queste diversità, in particolare le prime due, sono il possibile fondamento di un approccio di comunità, centrato sulla teoria dei sistemi (la comunità sociale e la famiglia come sistemi).

Quindi dalla stessa matrice della comunità terapeutica secondo Hudolin emergono due processi grazie all’incrocio con l’approccio sistemico e quello multifamiliare: quello che porta ai Club e quello che porta all’approccio di comunità):

Quindi dalla stessa matrice della comunità terapeutica secondo Hudolin emergono due processi grazie all’incrocio con l’approccio sistemico e quello multifamiliare: quello che porta ai Club e quello che porta all’approccio di comunità):
1. Il fatto di accettare l’approccio sistemico all’interno dei programmi alcologici implica la necessità di estendere l’approccio e il coinvolgimento anche alla comunità locale e alle organizzazioni di lavoro. Questo concetto si svilupperà ulteriormente e parallelamente allo sviluppo dei concetti teorici e pratici nel lavoro per la protezione e la promozione della salute in generale.
2. La comunità terapeutica include le famiglie nelle quali si manifesta il problema, mentre nei programmi territoriali si includono con frequenza crescente anche altre famiglie della comunità territoriale.

3. L’operatore che lavora nella comunità terapeutica deve avere una adeguata formazione e un aggiornamento costante, ma non deve necessariamente essere un operatore professionale. Può anche essere un volontario.

4. La comunità multifamiliare non si occupa della cura medica in senso stretto.

leggi l’articolo precedente http://www.acatbrescia.it/alcolisti-in-brescia/

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4 commenti su “TRATTAMENTO DELL ALCOLISMO”

  1. RIFLESSIONI 17° USCITA

    L’introduzione di Corlito è esplicativa , opera di una persona capace e competente,anche se la stessa e le note non tanto a margine, denotano la volontà di,passatemi il termine,”essere Hudolin”, più che sviluppare argomenti trattati dal professore,mi dà l’impressione a tratti di volersi sostituire a lui, nel portare avanti pensieri e concetti.
    È per questo che l’ho riletto una seconda volta,senza note, così come lo scrisse Hudolin,ed ho notato come lui,mentre scriveva,stava vivendo in prima persona il cambiamento,il suo cambiamento,da gran professore a Hudolin!!!
    Parlando di comunità terapeutiche si evince come stia partorendo l’AES, così,in diretta.
    Lo intravedi tra le righe,nello stesso momento che dice un termine si dice che è obsoleto,che parla di psicoterapia si dice che non è la strada,e così via!
    Un vero e proprio travaglio che ha del meraviglioso e magico,di una persona che ha la capacità di mettersi in gioco ancora prima di pensarlo.
    Nello specifico vedo poi la realtà descritta delle comunità terapeutiche, è chiaro come ci siano aspetti comuni ai Clubs, è utile e necessario però carpirne le differenze per poter procedere adeguatamente.
    Concordo infine col processo di supervisione a qualsiasi livello,a partire dal singolo Club in relazione con la propria ACAT di appartenenza,il rischio che un Club si chiuda tra le 4 mura è assolutamente distruttivo per sé stesso,e per le famiglie che lo vivono.Il periodo del Covid ci penalizza,ma non deve essere una scusa per isolarci, dobbiamo andare avanti uniti con una supervisione continua.

    Bruno

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  2. Carissimi,
    con l’uscita 17-SECONDA PARTE concludiamo la pubblicazione del capitolo quarto Manuale di Alcologia del prof. Hudolin. Mi permetto dirvi che Il tema trattato, l’approccio familiare, è fondamentale per il nostro percorso. Leggiamolo con attenzione!
    Riporto anche in questa seconda parte l’introduzione di Corlito perché, credo, ci aiuterà a capire meglio il tema trattato.
    Buona lettura!
    Vi ricordo che ci troveremo lunedì prossimo 16 novembre in videoconferenza Zoom dalle 20:45 alle 21:45 per esporre il nostro punto di vista su questa uscita 17 prima e seconda parte.
    Un caro saluto, Carlo

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