Terapie dell’alcolismo a Brescia

Uscita sedicesima 3.3 – TERAPIE DELL’ALCOLISMO A BRESCIA

3.3.a – Introduzione Maria Teresa Salerno – servitore insegnante di Club

La terminologia (alcolismo, alcolista, paziente, operatore, ecc.) usata dal Prof. Hudolin e i concetti che sviluppa in questo capitolo risentono ancora fortemente della cultura professionale dell’Autore e dell’evoluzione in ambito medico del suo approccio, anche se siamo ormai lontani dalle implicazioni operative dei termini «terapeuta», «malattia» e altri di derivazione sanitaria utilizzati fino all’inizio degli anni ’80.

Sicuramente, però, in una cultura sanitaria altamente medicalizzante, con il suo approccio ha avuto il merito di precorrere i tempi, intuendo che un problema complesso ha bisogno di un approccio complesso (all’epoca trattamento medico-psico-sociale, attualmente Approccio Ecologico Sociale), in cui, pur giovandosi, se occorra, delle risorse offerte dall’approccio farmacologico, non si sottovaluti l’importanza per chi soffre di un Problema Alcolcorrelato del «suo atteggiamento nei confronti dell’alcol, il suo stile di vita, la qualità della sua vita.

Sono i comportamenti, lo stile di vita a provocare sofferenza nella sua famiglia e nella comunità in cui vive».

Hudolin ha continuamente ribadito sia nei suoi scritti che nel suo insegnamento l’importanza degli stili di vita e dell’intervento su questi (NdR Lo stile di vita è un concetto psicologico relativo alla personalità individuale umana, teorizzato da Alfred Adler, medico e psicologo austriaco (P.L. Pagani, Adler e lo studio della personalità, in L.M. Lorenzetti, Psicologia e Personalità, Milano, Franco Angeli, 1995, p. 161; A. Adler, Il senso della vita, Roma, Newton,1997, p. 34.). Lo stile di vita può essere definito come il modo di interpretare sé stessi all’interno della realtà nella quale si è naturalmente inseriti, ossia la vita (wikipedia.org/wiki/Stile di vita).

Oggi il concetto dell’importanza dello stile di vita è negli approcci alla salute ampiamente diffuso e accettato e tanto più per quanto riguarda l’uso di bevande alcoliche (NdR World Health Organization, The World Health Report 2002. Reducing risks, promoting healthy life, Geneva, World Health Organization, 2002).

Il World Health Report (2002), riferendo i dati relativi alla perdita di anni per ogni fattore di rischio nei Paesi industrializzati, poneva l’alcol al terzo posto dopo tabagismo e ipertensione. Ribadiva, inoltre, che la persistenza di livelli di consumo alcolico, che espongono la salute a un incrementato del rischio (consumo rischioso o hazardous), richiede prioritariamente un approccio basato sulla persona, teso all’identificazione precoce dei rischi e all’aumento di consapevolezza attraverso un intervento motivazionale, noto come «Intervento Breve» (NdR T.F. Babor e J.C. Higgins-Biddle, Brief Intervention For Hazardous and Harmful Drinking. Terapie dell’alcolismo a Brescia

A Manual for Use in Primary Care, Geneva, World Health Organization, 2001). L’Intervento Breve, volto a indurre il cambiamento di stile di vita e il modello di consumo della persona, è un approccio recente, praticato soprattutto da personale sanitario di base, non utilizza farmaci e non è psicoterapia.

Si basa su un assioma di Blaise Pascal per cui «Le persone si lasciano convincere più facilmente dalle ragioni che esse stesse hanno scoperto piuttosto che da quelle scaturite dalla mente di altri».

Si tratta di uno stile di counseling (NdR S. Rollnick, P. Mason e C. Butler, Cambiare stili di vita non salutari. Strategie di counseling motivazionale breve, Trento, Erickson, 1999), centrato sulla persona, orientato, finalizzato ad aiutare, attraverso un rapporto empatico, a risolvere gli aspetti di ambivalenza rispetto al proprio comportamento e ad andare nella direzione di un cambiamento.

Gli Interventi Brevi sul consumo rischioso e dannoso di alcol hanno un alto grado di efficacia e un ottimo rapporto costi benefici (NdR E. Scafato, C. Gandin, V. Patussi e gruppo di lavoro IPIB, Linee guida per l’identificazione e l’intervento breve 2008,

http://www.epicentro.iss.it/alcol/linee/linee_guida_cliniche.pdf – P. Anderson, A. Gual e J. Colom, Alcohol and Primary Health Care: Clinical Guidelines on Identification and Brief Interventions, Barcelona, Health Department of the Government of Catalonia, 2005).

La cultura sanitaria corrente, malgrado i diversi stimoli che riceve per adeguare i suoi interventi alle indicazioni del WHO (NdR  E. Scafato e gruppo di lavoro congiunto ISS-SIA-CAR Toscana, Alcol e problemi e Patologia Correlate Indirizzi Generali per l’organizzazione di base e Orientamenti delle offerte, Alcologia, 11, 2011, pp. 43-48), ancora oggi, però, individua nei seguenti i principali obiettivi del trattamento terapeutico:

il raggiungimento dell’astinenza;

Il World Health Report (2002), riferendo i dati relativi alla perdita di anni per ogni fattore di rischio nei Paesi industrializzati, poneva l’alcol al terzo posto dopo tabagismo e ipertensione. Ribadiva, inoltre, che la persistenza di livelli di consumo alcolico, che espongono la salute a un incrementato del rischio (consumo rischioso o hazardous), richiede prioritariamente un approccio basato sulla persona, teso all’identificazione precoce dei rischi e all’aumento di consapevolezza attraverso un intervento motivazionale, noto come «Intervento Breve» (NdR T.F. Babor e J.C. Higgins-Biddle, Brief Intervention For Hazardous and Harmful Drinking. Terapie dell’alcolismo a Brescia

la prevenzione delle ricadute; Terapie dell’alcolismo a Brescia

la riduzione dell’assunzione alcolica.

Non valorizza l’importanza del ruolo della famiglia e dei comportamenti della comunità.

Incentra la sua attenzione sulla relazione biologica uomo alcol, l’alcolismo, e sulle modalità di consumo delle bevande alcoliche da parte della persona e, pur riconoscendo la validità dell’associazione tra più tipi di intervento, quali lo psico-sociale e la terapia farmacologica (NdR G. Addolorato, F. Caputo, M. Bernardi e G. Gasbarrini, The treatment of alcohol abuse and alcoholism: Psychosocial and pharmacological management, Alcologia, 2003, 15 (1-2-3), pp. 95-109), punta soprattutto su quest’ultima, come dimostra la vasta ricerca sulle ragioni organiche del bere, della dipendenza e del bere compulsivo (craving) e sui farmaci che lo contrastano (NdR G. Addolorato, L. Leggio, L. Abenavoli e G. Gasbarrini, Alcoholism treatment study group. Neurobio-chemical and clinical aspects of craving in alcohol addiction: A review, Addict Behav, 2005, 30, 6, pp. 1209-1224).

Per craving si intende il desiderio ossessivo compulsivo di assumere bevande alcoliche. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Tale desiderio, se non soddisfatto, determina sofferenza psichica e fisica (malessere, ansia, angoscia, insonnia, aggressività e depressione). Il craving gioca un ruolo importante nel legame uomo alcol e nella ricaduta.

Anche in questo ambito qualcosa, comunque, negli ultimi anni si è modificata, infatti l’introduzione della categoria diagnostica consumo dannoso (harmful use) nell’ICD10 e la successiva integrazione e definizione dei livelli di rischio alcolcorrelato, diffusa dall’OMS, ha sollecitato una profonda riflessione in ambito medico su come agire il più presto possibile adeguando anche gli interventi terapeutici.

Le suddette categorie, infatti, sottendono condizioni estremamente differenti sia in termini di approccio che di interventi specifici, visto che considerano il bere un comportamento a rischio con qualsiasi quantità di assunzione alcolica e chiamano in causa ogni volta gli stili di vita del singolo, della famiglia e della comunità (Scafato et al. 2011).

È noto inoltre che, essendo molteplici i fattori che inducono una persona a continuare a bere, in un approccio terapeutico efficace vanno affrontati tutti (NdR Glen O. Gabbard, Treatments of Psychiatric Disorders, 3a ed., Washington D.C., American Psychatric Press, 2001).

Molte sono le terapie riportate in letteratura. Quelle dimostratesi più efficaci si basano sull’associazione tra intervento psicosociale e terapia farmacologica.

Nell’approccio psicosociale i trattamenti più utilizzati sono: Interventi cognitivo comportamentali, «Social Skills Training», Autocontrollo comportamentale, Materiali di autoaiuto (NdR E. Scafato e gruppo di lavoro IPIB, Alcol e prevenzione nei contesti di assistenza sanitaria primaria. Programma di formazione IPIB-PHEPA: identificazione precoce e intervento breve dell’abuso alcolico, in Primary Health Care, Istituto Superiore di sanità, Roma, 2008).

Tradizionalmente si rifanno all’apposito modello elaborato da Marlatt (NdR G. Marlatt e J. Gordon, Relapse Prevention: Maintenance Strategies in the Treatment of Addictive Behaviors, New York, The Guildford Press), che comprende una serie di approcci cognitivi e comportamentali diversi, strutturati per ogni singola fase del processo di ricaduta (NdR M.E. Larimer, R.S. Palmer e G.A. Marlatt, Relapse Prevention: An Overview of Marlatt’s Cognitive-be-havioral Model, Alcohol Research and Health, 1999, 23, 2, pp. 151-160).

Da uno studio di Miller (NdR W. Miller e P. Wilbourne, Mesa Grande:

A methodological analysis of clinical trials of treatments for alcohol use disorders, Addiction, 2002, 97, pp.265-277), che ha messo a confronto 48 tipi di intervento, risulta che la maggior parte degli approcci dimostratisi efficaci sul consumo problematico di alcol riguardano gli approcci cognitivo comportamentali, ma che gli Interventi Brevi sono in testa alla lista delle metodologie di trattamento basate sulle evidenze, nonostante gli approcci brevi motivazionali formino una categoria separata.

Gli approcci comportamentali di sviluppo di competenze sociali dominano la restante parte dei primi dieci metodi di trattamento supportati da studi clinici controllati.

Questi prestano particolare attenzione alla rete sociale di supporto alla persona: lo sviluppo di competenze sociali, l’approccio di potenziamento della comunità e la terapia coniugale comportamentale.

Viene dato molto risalto all’abilità individuale di interrompere o ridurre il consumo di alcol. Talvolta ciò viene fatto insegnando abilità di autocontrollo, talvolta incoraggiando la persona a utilizzare le sue risorse naturali.

Viene messa in risalto anche la motivazione della persona al cambiamento, sia il potenziamento della motivazione intrinseca, che l’impegno specifico comportamentale o la riorganizzazione delle contingenze sociali che possano favorire il cambiamento.

L’attenzione al contesto sociale della persona e al sistema di supporto è evidente in molti degli approcci che mostrano una maggior efficacia (NdR W. Miller e P. Wilbourne, Mesa Grande: A methodological analysis of clinical trials of treatments for alcohol use disorders, Addiction, 2002, 97, pp. 265-277).

È interessante osservare come il Metodo Hudolin o Metodo Ecologico Sociale abbia e abbia sempre avuto nella sua prassi tutte queste potenzialità e, in maniera apparentemente semplice e assolutamente non dispendiosa, abbia tra i suoi pilastri portanti il principio che ogni persona, malgrado i problemi, è una risorsa ed è in grado di produrre risorse (capitale sociale), l’approccio familiare, l’attenzione al contesto sociale e l’intervento di comunità.

Per quanto riguarda il trattamento medico farmacologico, la letteratura è concorde nel sostenere che non esiste ancora un trattamento efficace, malgrado i numerosi studi, le diverse sostanze farmacologiche a disposizione e il tentativo di personalizzare al massimo la terapia. Esso si avvale oggi di numerosi farmaci, che possono essere divisi in farmaci ad azione di avversione interdizione e farmaci anti craving (NdR G. Vassallo, A. Ferrulli, F. Caputo, M. Antonelli, L. Leggio, A. Mirijello e G. Addolorato, Il trattamento farmacologico della dipendenza alcolica, Italian Journal of Addiction, 2013, 3, 1, pp. 42-49).

Tra i primi è ancora molto utilizzato il Disulfiram (Etiltox®, Antabuse® del commercio). Negli ultimi anni, la comprensione degli aspetti neuro-biochimici del craving ha consentito lo sviluppo di farmaci in grado di interferire con i neuromediatori coinvolti (dopamina, glutammato, oppioidi, serotonina) al fine di ridurne i livelli.

Le sostanze anticraving sono: il Naltrexone (Nalorex®), Acamprosato (Campral®), GHB (Alcover®), Baclofen (Lioresal®), Topiramato (Topirax®), Nalmefene (Selincro®).
Molte di queste sostanze hanno dimostrato una maggior efficacia in associazione con le altre

(NdR T. Vignoli, L’associazione di più farmaci per il trattamento dell’alcoldipendenza, Mission, 2013, 37, pp. 42-47).

Alcune di esse sono largamente usate come il Naltrexone nei problemi legati all’uso degli oppiacei; degli altri, seppure molto utilizzati nell’ambito dei Servizi Sanitari, non è ancora scientificamente dimostrata un’uguale efficacia sul craving di tutta la popolazione trattata.

Infatti, negli ultimi anni, alla luce della notevole differenza tra i meccanismi di azione dei farmaci conosciuti e della eterogeneità delle persone con disturbi da uso di alcol (AUD) (in termini di tipologia di craving, prevalente tipologia di consumo, età, comorbidità, caratteristiche genetiche, ecc.) sono state pubblicate numerose ricerche mirate a identificare la tipologia di persona per ogni singolo farmaco

(NdR G. Addolorato, L. Abenavoli, L. Leggio e G. Gasbarrini, How many cravings? Pharmacological aspects of craving treatment in alcohol addiction: A review, Neuropsychobiology, 2005, 51, 2, pp. 59-66 – B.A. Johnson, Medication treatment of different types of alcoholism, Am J Psychiatry, 2010, 67, 6, pp. 630-639 – C.A. Müller, O. Geisel, R. Banas e A. Heinz, Current pharmacological treatment approaches for alcohol dependence, Expert Opin Pharmacother, 2014, 15, 4, pp. 471-478).

In tale prospettiva non esiste un Gold Standard (NdR H.R. Kranzler, J.R. McKay, Personalized treatment of alcohol dependence, Curr. Psychiatry Rep., 2012, 14, 5, pp. 486-493) assoluto, ma esistono categorie di persone con AUD, che negli studi più avanzati sono addirittura identificate in base alle varianti genetiche che rispondono in maniera elettiva a specifici farmaci.

Negli ultimi tempi sta prendendo sempre più campo il concetto di «terapia personalizzata».

«Tutte le forme di disordini da uso di sostanze un giorno saranno trattate con programmi terapeutici personalizzati», ne sono convinti i promotori di un recente studio pubblicato sull’American Journal of Psychiatry (Johnson et al., 2011) (NdR B.A. Johnson, N. Ait-Daoud, C. Seneviratne et al.,

Pharmacogenetic approach at the serotonin transporter gene as a method of reducing the severity of alcohol drinking, Am J Psychiatry, 2011, 168, pp. 265.275) il quale ha dimostrato che una terapia sperimentale contro il craving funzionerebbe meglio sulle persone che possiedono specifiche combinazioni dei geni che regolano la funzione della serotonina.

La ricerca è stata finanziata dal National Institute on Alcohol Abuse and Alcoholism (NIAAA) e si è concentrata sulle potenzialità antialcol di un farmaco attualmente usato per il trattamento di nausea e vomito, spesso a seguito della chemioterapia. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Si tratta dell’antiemetico Ondansetron (Zofran®) che, secondo B.A. Johnson, ha mostrato un notevole potenziale come trattamento per specifici pazienti con AUD.  

Di tutti questi farmaci, quelli approvati dall’AIFA per il trattamento sono: Disulfiram (DSF), Sodio Oxibato (GHB), Acamprosato (ACP), Naltrexone (NTX). Gli altri hanno mostrato risultati solo promettenti e sono correntemente utilizzate nei Servizi di Alcologia (NdR T. Vignoli, L’associazione di più farmaci per il trattamento dell’alcoldipendenza, Mission, 2013, 37, pp. 42-47).

In conclusione possiamo dire che comunque, oggi, malgrado le innumerevoli ricerche sul «farmaco in grado di curare l’alcolismo», la cultura sanitaria è ormai ad un bivio e dovrà riflettere sulla sua cultura, rivalutare i suoi obiettivi e, di conseguenza, le modalità di intervento anche a seguito delle indicazioni della recente revisione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association (DSM-5) (NdR M. Biondi (a cura di), DSM-5. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Raffaello Cortina, 2014).

Il DSM-5 recepisce infatti il concetto di «continuum» portando cambiamenti sostanziali: Terapie dell’alcolismo a Brescia

  • viene meno la distinzione fra abuso e dipendenza, categorie che scompaiono totalmente. In particolare viene specificato che la parola dipendenza è omessa «per l’incerta definizione e la connotazione potenzialmente negativa»;
  • introduce un unico Disturbo da Uso di Alcol (AUDs) misurato su un continuum di severità, sulla base del numero dei criteri presenti tra 11: Lieve (2-3), Moderato (4-5), Severo (6 o più);
  • scompare il criterio riguardante i problemi legali ricorrenti, a causa della difficile applicazione a livello internazionale e viene aggiunto il craving (forte desiderio) (NdR D.A. Dawson, R.B. Goldstein e F.B. Grant, Differences in the Profiles of DSM-IV and DSM-5 Alcohol Use Disorders: Implications for Clinicians, Alcohol Clin Exp Res, 2012, Sep 13 – T. Fanucchi, V. Patussi, G. Corlito, M.T. Salerno, G. Aquilino, A. Baselice, A. Bianchi, V. Cerrato, P. Cimarrosti, A. Di Salvatore, F. Marcomini, V. Matteucci e M. Pellicciari, L’Alcologia tra passato e presente … e infine vi prego di continuare…, Alcologia, 2014, 18, pp. 4-7).

Pertanto il focus sarà spostato dalla modalità di consumo delle bevande alcoliche al concetto di severità di disturbo e il trattamento dovrà basarsi sull’associazione tra intervento psicosociale, tra cui i Club Alcologici Territoriali, e terapia farmacologica (NdR G. Vassallo, A. Ferrulli, F. Caputo, M. Antonelli, L. Leggio, A. Mirijello e G. Addolorato, Il trattamento farmacologico della dipendenza alcolica, Italian Journal of Addiction, 2013, 3, 1, pp. 42-49), non come imprescindibile e unica risorsa, ma solo allo scopo di alleviare le sofferenze che, nelle condizioni più gravi, il bere bevande alcoliche provoca.

3.3.b – Capitolo terzo Hudolin Terapie dell’alcolismo a Brescia

Considerazioni generali

Nella storia dei metodi di cura degli alcolisti (NdR Il termine alcolista è considerato superato e sostituito da «persona o famiglia con problemi alcolcorrelati») ritroviamo tutti quelli a cui la medicina, e in particolare la psichiatria, è ricorsa negli anni: insulina, elettroshock, lobotomia, condizionamento, sostanze psicoattive, LSD, ecc. Oggi gran parte di questi trattamenti è stata abbandonata.

Fra i metodi ancora in uso quelli che ricorrono più frequentemente sono: la farmacoterapia, la psicoterapia individuale e di gruppo, la socioterapia, l’ergoterapia. Solo raramente si fa ricorso ad altri trattamenti, come il condizionamento con apomorfina.

Terapie dell’alcolismo a Brescia

I metodi di trattamento variano da centro a centro, da servizio a servizio. Ciò dipende da diversi fattori: il numero degli operatori disponibili, il grado di professionalità e di capacità degli stessi, e soprattutto dalla base teorica su cui è fondato il metodo di lavoro del centro o del servizio.

Vi è oggi un orientamento di fondo: per quanto possibile, il trattamento degli alcolisti viene svolto in gruppo e al di fuori delle strutture ospedaliere, in modo da non impedire la normale attività lavorativa dell’alcolista in trattamento.

Si privilegiano inoltre i trattamenti alternativi rispetto ai metodi tradizionali. Uno dei modelli di trattamento alternativo più importanti è quello basato sui concetti di autoaiuto e di aiuto reciproco (NdR Anche questi due termini tipici dell’approccio tradizionale degli AA sono considerati superati da Hudolin e dai successivi sviluppi del movimento dei Club Alcologici Territoriali).

I diversi metodi di trattamento degli alcolisti si possono far rientrare nei tre gruppi seguenti: Terapie dell’alcolismo a Brescia

  1. Medico-farmacologico;
  2. Psicoterapico;
  3. Complesso psico-medico-sociale.

Trattamento medico-farmacologico Terapie dell’alcolismo a Brescia

Quando si parla con un alcolista, nella maggior parte dei casi rileviamo come questi sia già stato curato, o sia stato oggetto di un tentativo di cura, con farmaci.

Nonostante in letteratura si trovi talvolta l’affermazione contraria, in realtà non esiste un farmaco che permetta di curare l’alcolista con efficacia. In genere, se durante il trattamento si fa ricorso a determinati farmaci, questi servono a curare le complicanze o svolgono un ruolo secondario nel trattamento complessivo.

Viamontes J.A. (1972) e Mottin J.L. (1973) arrivano a concludere che non esiste sostanza che possa essere usata per la cura dell’alcolismo che vada oltre l’effetto placebo. È questa una tesi estrema.

Si può dire che un uso cauto e intelligente dei farmaci permette di alleviare molte sofferenze. Si potrebbe forse anche ricorrere più spesso ai farmaci esistenti per il trattamento delle encefalopatie alcoliche. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Come si vede, ci riferiamo comunque alla cura di disturbi che sono conseguenze secondarie dell’alcolismo.

L’alcolismo è un disturbo cronico che dura molti anni; nel corso del suo sviluppo comporta un profondo cambiamento dello stile di vita sia dell’alcolista che della sua famiglia.

Nel momento in cui il trattamento diventa una necessità, non è più sufficiente soltanto l’astinenza dal bere: bisogna lavorare per ottenere un radicale cambiamento nello stile di vita dell’alcolista, risolvendo le sue difficoltà familiari e sociali. Naturalmente si cureranno anche eventuali problemi di carattere fisico e/o psichico.

Ora, non è ricorrendo ai farmaci che si può ottenere una modificazione nello stile di vita dell’alcolista e risolvere le sue difficoltà familiari. Bisogna ricorrere ad altri metodi.

La prima cosa da fare è iniziare il trattamento coinvolgendo l’intero gruppo familiare e, secondo l’ottica attuale, anche l’ambiente sociale e di lavoro.

I farmaci che vengono solitamente usati sono i cosiddetti farmaci disintossicanti. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Occorre premettere cosa si intende con il termine disintossicazione. Di regola, all’inizio del trattamento, all’alcolista viene prescritto un insieme di farmaci — vitamine, epatoprotettori, glucosio, ecc. — somministrati per fleboclisi, allo scopo appunto di procedere alla cosiddetta disintossicazione. Oltre a ciò si prescrive una dieta ricca di vitamine e di proteine, e in taluni casi si prescrive anche la dieta per epatopatici.

Il termine disintossicazione è completamente fuori luogo.

Il suo uso potrebbe forse essere giustificato quando nel sangue del paziente fosse presente alcol, ma a rigore nemmeno in questi casi i farmaci hanno un effetto che si potrebbe definire disintossicante, in quanto, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, non riducono in alcun modo la concentrazione di alcol nel sangue.

Il paziente potrebbe inoltre assumere questi farmaci, se proprio sono necessari, attraverso la dieta o per via orale. Nella maggior parte dei casi la cosiddetta disintossicazione non ha alcun significato.

In particolare non ha alcun senso prescrivere farmaci per via endovenosa per un prolungato periodo di tempo, perché l’alcol non è più presente nel sangue. Accade inoltre che all’alcolista siano prescritti dei cicli di fleboclisi da farsi a livello ambulatoriale, senza una chiara indicazione e una precisa logica medica.

Analogo discorso si può fare riguardo alla somministrazione venosa di liquidi al momento del ricovero dell’alcolista (si veda Beard D., 1968; Bolsano N.A., 1970). Cole A.J. e Ryback S.R. (1976) riferiscono che molti centri praticano la cosiddetta disintossicazione senza ricorrere alla somministrazione venosa di liquidi e farmaci. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Bisogna tenere presente anche che se il paziente è in uno stato di intossicazione acuta da alcol, sarà agitato e confuso; la somministrazione venosa di liquidi può a questo punto presentare numerose difficoltà di ordine tecnico e far correre qualche rischio.

La somministrazione venosa di liquidi si giustifica se il paziente è disidratato e non è in grado di assumere liquidi per via orale a causa di disturbi dello stato di coscienza.

La prescrizione di vitamine serve a dare al paziente un apporto supplementare di quegli elementi nutritivi di cui l’alcolista è carente.

I farmaci sintomatici sono quelli che vengono somministrati sia per la cura di alcune malattie e sindromi, di carattere secondario correlate all’alcolismo, come nel caso della cirrosi epatica, che per altre malattie associate all’alcolismo. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Resta valido il principio già enunciato di instaurare la terapia, a prescindere dal fatto che la causa di tali disturbi sia l’alcol. Se si manifestano attacchi epilettici bisogna iniziare il trattamento anticonvulsivo e sottoporre il paziente ad una visita medica accurata e agli esami del caso.

Tutti questi farmaci non agiscono direttamente sull’alcolismo. Succede anzi che l’alcolista si riprenda così bene fisicamente da convincersi che ormai l’alcolismo non rappresenta più un problema e che sarà sufficiente un breve periodo di astinenza dal bere per rimettersi completamente.

È proprio questo il momento in cui bisogna far comprendere all’alcolista qual è il suo reale stato di salute e qual è la vera causa dei suoi problemi, per convincerlo a diventare egli stesso protagonista del cambiamento del proprio stile di vita e a iniziare, insieme alla sua famiglia, il lungo trattamento nel Club degli alcolisti.

Terapie dell’alcolismo a Brescia

Come già abbiamo visto, alcune sindromi, come le polineuropatie o l’encefalopatia di Wernicke, vengono curate con dosi massicce di vitamina B1. La vitamina B1, così come in genere altre vitamine o farmaci, va somministrata per via parentale, poiché l’alcolista presenta di solito gravi lesioni della mucosa intestinale che ne rendono difficile, per non dire impossibile, l’assimilazione.

Il fatto di ottenere un miglioramento o la guarigione della patologia neurologica o internistica non significa che si è ottenuta la guarigione dall’alcolismo. Tutti i farmaci di questo gruppo andrebbero prescritti solo se vi sono più che buoni motivi per fare ricorso a essi e spesso nella prassi ciò non avviene. Di recente si sono incominciati a prescrivere nel trattamento dell’alcolismo dei preparati nuovi, frutto delle ultime ricerche in campo neurobiologico; sul loro effetto mancano ancora dati precisi.

Terapie e farmaci avversanti  Terapie dell’alcolismo a Brescia

Sono stati effettuati vari tentativi di provocare nell’alcolista un riflesso condizionato di avversione all’alcol.

Questo metodo di trattamento si basa sugli studi sul condizionamento del grande fisiologo Pavlov I.P. (1927), studi che gli valsero il premio Nobel per la medicina. Già nel 1929 vennero proposti metodi di trattamento basati sul condizionamento. All’inizio si fece uso della corrente elettrica (Blake B.G., 1967; Kantorovic N.V., 1929), più tardi di sostanze chimiche (Lemere F. e Vögtlin W.L., 1950; Feldmann H., 1950) o di condizionamenti verbali (Anant S.S., 1967; Cautela J.R., 1966).

I metodi più noti sono quelli che associano l’assunzione di alcol a sensazioni di nausea e di vomito. Per raggiungere questo scopo si ricorre in particolare all’apomorfina e all’emetina.

Praticamente si somministra all’alcolista una determinata quantità di emetina o di apomorfina, e immediatamente prima che si manifestino nausea e vomito, si fa bere la bevanda alcolica preferita. 

Terapie dell’alcolismo a Brescia

Dopo ripetute prove si sviluppa nell’alcolista un riflesso condizionato di avversione a quella determinata bevanda. Successivamente si manifesterà la stessa reazione anche alla sola offerta della bevanda alcolica, talvolta anche solo all’odore o al pensiero di essa.

Come abbiamo detto, il riflesso condizionato di avversione all’alcol si ottiene provocando nell’alcolista uno stimolo spiacevole che viene associato all’assunzione della bevanda alcolica.

Lo stimolo può essere provocato anche facendo ricorso alla corrente elettrica o a sostanze che provocano lievi difficoltà motorie o di respirazione, di carattere transitorio.

Oggi si tende ad abbandonare questi metodi di trattamento, anche perché di fatto non servono a risolvere il problema di fondo in quanto non portano a nessun cambiamento nello stile di vita dell’alcolista. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Va detto poi che l’astinenza che si ottiene con questi metodi è transitoria.

L’alcolismo invece richiede un netto cambiamento di comportamento e questo può essere ottenuto anche senza il ricorso a sostanze che provocano un riflesso condizionato di avversione all’alcol (Hallam R. e coll., 1972; Miller P.M. e coll., 1973).

Questi metodi inoltre il più delle volte richiedono l’ospedalizzazione dell’alcolista che è possibile solo con il suo consenso e con l’impiego di personale altamente specializzato.

Il risultato non è mai garantito e nella migliore delle ipotesi non si ottiene che una temporanea astinenza, senza un vero e proprio cambiamento dello stile di vita dell’alcolista. In sostanza si agisce medicalizzando il problema, piuttosto che intervenire sull’ambiente familiare e sociale dell’alcolista.

Disulfiram (Antabuse®) Terapie dell’alcolismo a Brescia

I danesi Hald, Jacobson e Larsen hanno descritto per primi, nel 1947, gli effetti del disulfiram, noto in commercio col nome di Antabuse®, una sostanza che, una volta assunta, inibisce il consumo di alcol..

È presente, nei vari Paesi, con nomi commerciali diversi: Tetidis®, Astinil®, Cronetal®, Etiltox®.

L’azione dell’Antabuse® è stata ampiamente descritta in letteratura. Se l’alcolista, dopo aver preso l’Antabuse®, assume dell’alcol, si manifestano sintomi di intossicazione: arrossamento del viso, ipertensione, tachicardia, difficoltà respiratorie, cefalea, nausea, vomito. Il quadro può complicarsi fino all’exitus.

Inizialmente l’Antabuse® ha suscitato molte speranze e sono state sperimentate varie modalità d’uso. Molto spesso si faceva la cosiddetta prova dell’Antabuse®, di solito in una struttura ospedaliera bene attrezzata, anche se non sono mancati casi di prove eseguite in ambulatorio senza le necessarie garanzie di assistenza in caso di complicanze. Terapie dell’alcolismo a Brescia

La prova consisteva nel far assumere all’alcolista una determinata quantità di bevanda alcolica, dopo avergli somministrato l’Antabuse®. Oggi questa pratica è stata completamente abbandonata dalla maggior parte degli specialisti.

Si è scoperto ben presto che l’Antabuse® non serve a curare l’alcolismo, anche se nel trattamento complesso può costituire un valido alleato per il raggiungimento dell’astinenza.

L’alcolista assume l’Antabuse® in pastiglia o sciolto nell’acqua ad un dosaggio di 400-500 mg/die, dopo essere stato portato a conoscenza dei suoi effetti. È sempre consigliabile l’assunzione alla presenza di qualche familiare. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Anche altri farmaci, come il temposil (calcio carbamide citrato), il Flagyl® (metronidazolo usato anche per la cura del trichomonas) e alcuni antibiotici hanno un effetto simile a quello dell’Antabuse®.

Sono stati effettuati diversi tentativi, soprattutto con il temposil, che ha un’azione più blanda rispetto all’Antabuse®, per arrivare ad un dosaggio del farmaco che permettesse di fare dell’alcolista un bevitore moderato.

In pratica, si è cercato di dosare il farmaco in modo tale da avere la caratteristica reazione all’alcol solo dopo l’assunzione di una determinata quantità di bevanda alcolica. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Nessuno di questi metodi ha dato finora risultati positivi, anche se dei discutibili tentativi continuano a riproporsi. L’astinenza non è uno stato patologico, per cui non esistono motivi per non consigliare di non bere, almeno in quei casi in cui il bere diventa pericoloso per la persona.

L’Antabuse® dunque non serve a curare l’alcolismo. Vogliamo qui elencare in breve gli argomenti favorevoli e quelli contrari all’uso di questa sostanza.

Gli argomenti contrari all’uso dell’Antabuse® sono i seguenti:

L’alcolista deve scegliere liberamente di assumere l’Antabuse® o vi deve essere adeguatamente motivato. L’Antabuse® non può essere prescritto senza che il paziente venga messo a conoscenza della sua azione farmacologica.

Bisogna ricordarsi di questo nella pratica quotidiana, perché capita molto spesso che i familiari dell’alcolista si presentino dal medico chiedendo la ricetta per l’Antabuse® che vorrebbero somministrare di nascosto.

Tale modalità di somministrazione è assolutamente improponibile.

Se l’alcolista beve dopo aver assunto l’Antabuse®, vi è sempre il rischio che insorgano gravi complicanze, soprattutto in chi ha delle controindicazioni all’uso dell’Antabuse®. Sono stati descritti anche casi in cui è sopraggiunta la morte.

Sono state descritte le cosiddette psicosi da Antabuse®.

Si tratta di psicosi in cui si manifesta il quadro clinico della paranoia e che possono avere decorso prolungato o esito infausto. Sono abbastanza frequenti lievi reazioni psichiche e talvolta si manifestano disturbi psichici anche gravi come la sindrome cerebrale organica in forma acuta o cronica.

L’Antabuse® è controindicato per i soggetti affetti da gravi disturbi epatici, cardiaci o coronarici; in gravidanza; nei soggetti affetti da ritardo mentale o da demenza; in presenza di encefalopatie di origine traumatica; per gli epilettici.

Costituiscono motivo assoluto di controindicazione le turbe mentali e gli stati di coscienza alterati che impediscono al soggetto di comprendere appieno le modalità del trattamento e la pericolosità degli effetti dell’Antabuse®.

Non appena l’alcolista cessa di assumere l’Antabuse®, al massimo a distanza di qualche giorno, può riprendere a bere. Se nel frattempo non è stato indirizzato a un programma di trattamento complesso, il risultato che si ottiene è minimo.

Non ha senso prescrivere l’Antabuse® se l’alcolista non è stato avviato al trattamento nel Club degli alcolisti in trattamento, con lo scopo di cambiare il suo stile di vita.

A volte l’alcolista, pur assumendo l’Antabuse®, impara una qualche modalità per assumere alcol, di solito in piccole dosi. In questi casi può svilupparsi con il tempo una encefalopatia.

Come abbiamo più volte ripetuto, l’Antabuse® non cura l’alcolismo, ma è piuttosto una camicia di forza chimica, una barriera, che impedisce l’assunzione di alcol.

Sono stati descritti effetti collaterali in alcolisti astinenti che hanno assunto l’Antabuse® per lunghi periodi. In particolare: sonnolenza, astenia, disturbi digestivi, impotenza.

Gli alcolisti che prendono l’Antabuse® devono avere una particolare cura della propria igiene, per evitare i cattivi odori, sia dell’alito che del sudore, dovuti all’Antabuse®.

Gli argomenti favorevoli all’uso dell’Antabuse® sono i seguenti: Terapie dell’alcolismo a Brescia

  • L’alcolista che sceglie liberamente di assumerlo trova nell’Antabuse® un valido alleato per mantenersi astinente, e ciò favorisce anche l’inizio del trattamento complesso e i risultati duraturi che ne conseguono.
  • Gli alcolisti che iniziano il trattamento complesso trovano nell’Antabuse® un valido sostegno psicologico. L’Antabuse® andrà assunto in presenza del coniuge, o di un altro familiare, o di un amico, o dei membri del Club (NdR La pratica di assumere il farmaco in presenza dei membri dei Club durante la riunione del Club stesso è ormai da molti anni in disuso, tranne che in alcuni dei Club più «vecchi» e datati).
  • Se l’alcolista cessa di assumerlo senza aver interpellato il medico, questo può essere segno di una possibile ricaduta.
  • In genere l’Antabuse® ha una bassa tossicità, per cui può essere assunto per un periodo prolungato senza che si manifesti la necessità di controlli specifici. Alcuni autori affermano che può essere preso anche per più anni di seguito.
Nel corso del trattamento con Antabuse® possono peraltro manifestarsi talvolta gravi disturbi psichici.

Possono altresì manifestarsi lievi disturbi psichici di breve durata con un quadro di stato confusionale e di angoscia, o in forma di grave quadro depressivo che può spingersi fino al suicidio. In genere si tratta di soggetti (NdR Il termine «soggetto» è oggi in disuso nell’Approccio Ecologico Sociale ed è sostituito dal termine «persona») in cui la depressione era già presente in forma latente e nei quali l’alcolismo è secondario. Con l’interruzione del consumo di alcol si manifesta il quadro della psicosi.

Sono riportati in letteratura anche casi di psicosi paranoide, di psicosi di Korsakov, di schizofrenia, di psicosi ciclica. Sulla patogenesi delle psicosi da Antabuse® sono state avanzate diverse ipotesi.

Secondo alcuni autori l’Antabuse® e i suoi metaboliti possono portare alla psicosi a causa della loro tossicità; in questo caso parleremo di una psicosi sintomatica, tossica, organica.

L’Antabuse® può aggravare una psicosi endogena o una encefalopatia alcolica eventualmente preesistente. Naturalmente può succedere che una psicosi endogena si manifesti casualmente proprio in concomitanza con l’inizio del trattamento con Antabuse®.

La maggior parte di questi disturbi psichici ha una prognosi favorevole, anche se in alcuni casi richiedono una prolungata ospedalizzazione. In tutti questi casi la prima cosa da farsi è evidentemente sospendere il trattamento con Antabuse®.

Oggi un gran numero di istituti e di centri pratica il trattamento con Antabuse®. Nel Centro per lo studio e il controllo dell’alcolismo e delle altre dipendenze di Zagabria l’Antabuse® viene consigliato nel trattamento complesso dell’alcolista.

Come già abbiamo detto, l’Antabuse® costituisce un valido sostegno psicologico e una barriera chimica per l’alcolista che interrompe il consumo di bevande alcoliche e inizia il trattamento complesso.

Nel trattamento degli alcolisti era consigliato anche l’impianto sottocutaneo dell’Antabuse®. L’impianto garantisce che gli effetti dell’Antabuse®, se l’alcolista beve, si manifestino per un periodo prolungato, che secondo la letteratura può arrivare anche fino ad un anno, impedendo così all’alcolista di interrompere il trattamento e di bere.

L’impianto dell’Antabuse® non è consigliato nel trattamento complesso, né è mai stato sostenuto dalla nostra scuola. Il trattamento complesso richiede la completa disponibilità e la piena collaborazione dell’alcolista: solo se c’è il suo consenso l’assunzione dell’Antabuse®, cui si accompagna naturalmente il trattamento nella comunità multifamiliare, può sortire buoni risultati.

Anche se all’inizio l’alcolista ha dato il proprio consenso all’impianto egli viene a trovarsi, nel corso dei mesi, in una situazione di coercizione.

L’esperienza insegna che se l’alcolista potesse davvero decidere liberamente se procedere o meno all’impianto di Antabuse®, non opterebbe per questa soluzione. Si tratta infatti di prendere una decisione che lega per un lungo periodo di tempo e sulla quale non si può più tornare indietro. Le resistenze a prendere decisioni che impegnano per un lungo periodo di tempo sono una costante della natura umana; questo è tanto più vero quando si tratta del rapporto dell’alcolista nei confronti dell’alcol.

E poi l’impianto non garantisce risultati migliori di quelli che si possono ottenere con la somministrazione per via orale.

Poiché l’Antabuse® è un farmaco che viene regolarmente consigliato nel trattamento complesso e nei Club degli alcolisti e costituisce spesso motivo di discussione fra gli operatori (NdR All’epoca della pubblicazione del Manuale si parlava ancora di «operatore» di Club, ma Hudolin aveva già cominciato a introdurre il termine «servitore insegnante», che poi è diventato universale nel movimento) e i membri del Club, esponiamo di seguito alcune riflessioni conclusive.

Non è tanto il bere il problema principale dell’alcolista e della sua famiglia, quanto piuttosto il suo atteggiamento nei confronti dell’alcol, il suo stile di vita, la qualità della sua vita.

Sono i comportamenti, lo stile di vita a provocare sofferenza nella sua famiglia e nella comunità in cui vive. Va tenuto anche presente che il trattamento non darà buoni risultati se non si è prima conseguita l’astinenza dal bere; all’inizio da parte dell’alcolista e poi anche da parte di tutti i familiari.

Si manifestano talvolta delle difficoltà a mantenere nel tempo l’astinenza; il fatto è che ci troviamo di fronte ad un particolare rapporto che l’alcolista ha con l’alcol, rapporto che si è consolidato nel corso degli anni e che coinvolge e riguarda anche una comunità più ampia, la sua famiglia e l’ambiente in cui l’alcolista vive e lavora.

Sull’alcolista agiscono forti spinte a tornare all’alcol. È in questa fase di continui ripensamenti e di costante insicurezza, che si richiede un lavoro intenso nel Club e che l’Antabuse® può essere particolarmente utile nel mantenimento dell’astinenza. L’Antabuse® dunque è solo un supporto in più per mantenersi astinenti, dopo che si è già deciso di smettere di bere.

Si consiglia di solito all’alcolista di prenderlo con regolarità per un periodo di un anno, e di tenerlo quindi a portata di mano per assumerlo nei momenti di bisogno in cui lo riterrà di aiuto. Come detto, all’inizio l’alcolista ne assumerà 400-500 mg al giorno, per poi calare gradualmente fino ad assumerlo una volta alla settimana assieme ai membri del Club durante la riunione settimanale.

L’Antabuse® è un farmaco che produce effetti marcati, per cui può essere assunto solo su consiglio del medico e sotto il suo controllo. Spetta al medico stabilire se vi sono possibili controindicazioni o se sussistono situazioni di rischio, non tanto per l’assunzione dell’Antabuse®, quanto piuttosto per le reazioni che si possono avere se l’alcolista beve, nonostante assuma l’Antabuse®. Preme qui ribadire che a nessuno tranne che al medico spetta la decisione sull’uso dell’Antabuse®, per cui sono del tutto fuori luogo le discussioni che talvolta coinvolgono gli operatori non medici e i membri dei Club a proposito dell’uso dell’Antabuse®.

Nel trattamento complesso si consiglia agli alcolisti di accettare il proprio alcolismo e di non farne mistero. Ciò non significa che l’alcolista deve rendere pubblico il proprio alcolismo, ma che deve far conoscere la sua situazione, il fatto di essere in cura con l’Antabuse® e cosa questo comporti nell’ambiente dove vive e lavora, così da non essere costantemente spinto al bere proprio dal suo ambiente. Se invece l’alcolista prova vergogna per il suo stato, è possibile che beva proprio per dimostrare che non è in cura e che quindi non è alcolista.

Nonostante le possibili controindicazioni e gli effetti collaterali cui abbiamo fatto cenno, l’Antabuse® non provoca, se non raramente, problemi gravi.

Nel Centro per lo studio e il controllo dell’alcolismo e delle altre dipendenze di Zagabria si è dovuto interrompere il trattamento con Antabuse® per manifesta psicosi in uno o due casi su migliaia.

Nemmeno in un caso è stato dimostrato trattarsi proprio di psicosi da Antabuse®; si trattava invece del manifestarsi casuale e contemporaneo di un quadro di psicosi schizofrenica. Se si considera che la psicosi schizofrenica si presenta nell’1% della popolazione adulta, è strano che le psicosi non si presentino con maggiore frequenza nel corso del trattamento nel Club e quando si fa uso di Antabuse®.

Nell’alcolista si manifestano, in concomitanza al definitivo abbandono dell’alcol, cosiddetti disturbi astinenziali o dei veri stati di crisi di astinenza. Quando viene effettuato il trattamento complesso nella comunità multifamiliare del Club, questi disturbi o non si manifestano affatto, oppure sono presenti in forma lieve. Uno di questi disturbi lievi è l’insonnia, che può protrarsi a lungo nel tempo, anche per un anno. L’alcolista che prende l’Antabuse® vi attribuisce la causa dell’insonnia, anche se, come abbiamo appena visto, l’insonnia è presente frequentemente anche se l’alcolista non assume l’Antabuse®. Qualche volta l’astinenza è accompagnata da uno stato ansioso.

È opportuno procedere con prudenza senza affrettarsi a prescrivere sostanze psicoattive; è meglio affrontare il problema con il trattamento nel Club. Molti alcolisti appena entrati in astinenza lamentano problemi sessuali e altrettanto fanno i rispettivi partner. Su questo argomento sono stati pubblicati numerosi contributi (Abraham K., 1908, 1926; Lemere F. e coll., 1973, Davidson C. e coll., 1989). Problemi sessuali si manifestano quasi di regola nell’alcolista, solo che egli di solito non vi dà peso fino a quando non smette di bere e comincia a riordinare la propria vita familiare e desidera tornare allora alla normalità anche nella vita sessuale.

È piuttosto semplice per l’alcolista individuare anche in questo caso nell’Antabuse® la causa del suo problema. Per fortuna in molti di questi casi il tempo è la migliore medicina. Ai problemi sessuali degli alcolisti bisognerebbe dedicare maggiore attenzione nei Club, a differenza di quanto si fa attualmente.

L’Antabuse®

non dovrebbe essere assunto secondo logiche rituali (NdR Come si è già detto agli inizi del movimento l’Antabuse veniva somministrato in maniera rituale durante le riunioni di Club. Attualmente questa pratica è stata abbandonata in quasi tutti i Club) e non bisognerebbe attribuirgli qualità taumaturgiche. Andrebbe accettato come un qualsiasi altro farmaco che può essere utile nel primo anno di astinenza, e talvolta anche in successivi momenti di bisogno.

Non vi è ragione di fare discussioni filosofiche sul fatto che l’Antabuse® costituisca un attentato alla libertà dell’individuo, perché di fatto «costringe» all’astinenza. L’astinenza è assolutamente necessaria se si vuole permettere all’alcolista di iniziare una nuova vita, più produttiva, gioiosa, serena.

L’astinenza permette di comportarsi in maniera più libera ed è naturale che l’alcolista cerchi di mantenersi astinente il più a lungo possibile, anche se la cosa non è facile. Il bere dà sì piacere all’alcolista, ma gli procura anche tante sofferenze e problemi.

E di certo non lo rende libero: che libertà è quella che non permette all’uomo, nonostante abbia piena coscienza della sua condizione, di accostarsi a una bottiglia e di riuscire a non bere?

L’assunzione di Antabuse®

ha significato solo se contemporaneamente viene intrapreso il trattamento complesso nel Club degli alcolisti. Qui l’alcolista e la sua famiglia possono iniziare un nuovo stile di vita e l’alcolista rafforzare la volontà fino a riuscire a non bere più, anche senza il sostegno dell’Antabuse®.

Spesso l’Antabuse® viene rifiutato dall’alcolista. Nella maggior parte dei casi egli si reca dal medico per il trattamento, afflitto da numerosi problemi fisici, familiari, sociali. All’inizio accetta il trattamento, spesso anche seriamente convinto che gli serva a risolvere i propri problemi, ma senza aver rinunciato all’idea di tornare a bere.

Sotto sotto quello che l’alcolista desidera veramente è di poter tornare al bere moderato, cosa già sperimentata molte volte nel passato, ed è profondamente convinto che «questa volta» ci riuscirà. Se accetta di prendere l’Antabuse®, questo suo desiderio di ritornare al bere moderato deve essere accantonato e per questo motivo a volte l’alcolista rifiuta l’Antabuse®.

È importantissimo in questa fase il ruolo dell’operatore nel Club e il suo lavoro (NdR L’impegno di motivare oggi è di tutti i membri di Club e non è più solo un «lavoro» del servitore insegnante) sulla motivazione dell’alcolista.

L’alcolista, in una fase successiva del trattamento, quando sarà riuscito a riordinare la propria situazione e dopo essersi ripreso fisicamente, pensa sia giunto il momento di ritornare a bere. Il Club comincia a essergli di peso, non si sente a proprio agio e ogni scusa è buona per abbandonarlo.

Questa fase può essere definita come una sorta di preparazione alla ricaduta. Terapie dell’alcolismo a Brescia

Altre volte l’alcolista, pur continuando a frequentare il Club, inizia a bere di nascosto, convinto che nessuno se ne accorga. Talvolta il coniuge lo aiuta a mantenersi in questa posizione ambigua e ciò rende più difficile risolvere la situazione. Quando si scopre un comportamento di questo tipo, bisogna discuterne immediatamente all’interno del Club, anche per porre rimedio a eventuali errori commessi nel passato, e se è il caso correggere il tiro. Sarebbe auspicabile il raggiungimento, da parte dell’alcolista, di una completa indifferenza nei confronti del bere, ovvero di una totale mancanza di desiderio di ritornare a bere, e ugualmente auspicabile sarebbe la mancanza di timori di una possibile ricaduta.

Solo pochissimi alcolisti riescono ad arrivare a questo fin dall’inizio del trattamento. Terapie dell’alcolismo a Brescia

L’alcolista dovrebbe prendere l’Antabuse® per almeno un anno, eventualmente con dosi a scalare, ad esempio 1 pastiglia ogni 2-3 giorni. Si consiglia all’alcolista di portare con sé l’Antabuse® anche negli anni seguenti, in modo da poterlo prendere preventivamente nel caso in cui pensi di poter correre il rischio di bere, perché sottoposto a una forte pressione esterna.

Di recente si sta discutendo, sempre più spesso, di possibili modifiche da apportare al trattamento con l’Antabuse®. Prima di cambiare la metodica esistente è bene però attendere i risultati delle ricerche in corso di effettuazione.

Bisogna fare attenzione a evitare che l’alcolista in cura con Antabuse® ingerisca quantità anche minime di alcol attraverso gli alimenti, come ad esempio in certi dolci.

Nel nostro Centro di Zagabria era in trattamento un alcolista nelle cui mansioni lavorative rientrava la pulizia delle botti di una ditta di alcolici. Veniva così a trovarsi quotidianamente in un ambiente saturo di vapori di alcol.

Questo era causa di una reazione alcol Antabuse che gli faceva accusare diversi disturbi. È stato sufficiente affidargli una nuova mansione per far cessare i disturbi, pur continuando il trattamento con Antabuse®.

Casi come questo non devono però far vivere l’alcolista e la sua famiglia nel continuo terrore dell’alcol. Non avrebbe alcun senso un trattamento che non consentisse all’alcolista e alla

sua famiglia di condurre un’esistenza tranquilla, in un mondo dove l’alcol è presente ed è diffuso ovunque.

Farmaci ad azione psicoattiva Terapie dell’alcolismo a Brescia

Appartengono a questo gruppo, oltre ai tradizionali sedativi, anche i moderni psicofarmaci. I sedativi sono stati da sempre usati anche nel trattamento degli alcolisti, per indicazioni più o meno chiare, e soprattutto nel trattamento delle patologie alcolcorrelate secondarie.

Nel fare uso di queste sostanze, vi è il pericolo di favorire l’insorgere di una nuova dipendenza. L’alcolista che con il tempo impara a risolvere i propri problemi con l’aiuto dell’alcol, fino a diventarne dipendente, sostituisce con grande facilità l’alcol con un’altra sostanza per ottenere gli stessi effetti. È sempre più frequente il fenomeno della dipendenza congiunta da alcol e da altre sostanze; alcuni autori ne parlano riferendole al 10-15% di tutti gli alcolisti. Negli Stati Uniti si parla per gli alcolisti sotto i 35 anni di una percentuale del 50%.

I sedativi e alcuni psicofarmaci vengono usati nella pratica clinica principalmente per le seguenti indicazioni: Terapie dell’alcolismo a Brescia

Azione preventiva per i sintomi astinenziali, e soprattutto per la prevenzione del delirium tremens. Oggi non sono più consigliati per questo scopo perché esistono trattamentialternativi migliori, come appunto il Club degli alcolisti e altre organizzazioni basate sull’autoaiuto e sull’aiuto reciproco.

Azione ansiolitica e di sostegno al trattamento.

Molti alcolisti, nel momento in cui smettono di bere, manifestano angoscia e agitazione. Vengono allora prescritti sedativi tranquillanti per facilitare l’approccio al trattamento (NdR Il Gruppo Cochrane Droghe e Alcol in una revisione su 91 articoli scientifici nel 2010 concludeva che, se paragonate col placebo, le benzodiazepine sono efficaci nel controllare i sintomi astinenziali, in particolare sono efficaci contro le crisi convulsive.

Mentre non è stato possibile trarre conclusioni definitive circa la relativa efficacia e sicurezza delle benzodiazepine rispetto ad altri farmaci per il trattamento dell’astinenza da alcol e ciò a causa della grande eterogeneità degli studi sia in termini di tipo di interventi che di misure di esito considerati.

In ogni caso, per quanto attiene ad un esito definito genericamente come «tasso di successi» del trattamento, i dati disponibili non mostrano differenze tra le benzodiazepine e gli altri farmaci considerati).

Neppure in questi casi si dovrebbe ricorrere a sostanze psicoattive. L’ultima parola spetta comunque al medico, che dovrebbe essere formato specificamente in alcologia e che dovrebbe essere a conoscenza della possibilità offerta dai trattamenti alternativi. Dovrebbe essere edotto inoltre dei moderni principi sulla prescrizione degli psicofarmaci (Ghodse H. e Inayat K.,1988,1989).

Poiché la depressione rappresenta una condizione a rischio, durante il trattamento e specie nella fase iniziale dell’astinenza, a volte possono essere prescritti psicofarmaci antidepressivi a scopo preventivo. Se vi è una depressione primaria, l’astinenza può indurre uno stato acuto di depressione. Sarà allora necessario un trattamento specifico per curare innanzitutto il disturbo principale, cioè la depressione. È necessario e urgente richiedere la consulenza psichiatrica ed eventualmente procedere all’ospedalizzazione. Spetta allo specialista psichiatra prescrivere gli antidepressivi.

Il trattamento sintomatico delle patologie psichiche acute che si manifestano nel corso dell’alcolismo, ad esempio il delirium tremens. Anche oggi si cerca di ridurre l’uso degli psicofarmaci.

È evidente che la cura di questi disturbi psichici va fatta a prescindere, in questi casi, dal fatto che l’alcol ne sia la causa, quindi anche con il ricorso agli psicofarmaci, ma sempre sotto stretto controllo medico.

Anche agli psicofarmaci vengono spesso attribuiti effetti che non possiedono. A volte si pensa che gli psicofarmaci curino l’alcolismo, mentre in realtà costituiscono solo una terapia collaterale e sintomatica.

Anzi, per certi versi, oggi si ritiene che gli psicofarmaci siano controindicati nella cura dell’alcolismo. È molto alto il rischio che si sviluppi una doppia dipendenza, dall’alcol e dalla sostanza psicoattiva.

Gli psicofarmaci vanno prescritti dal medico e comunque sempre per un limitato periodo di tempo. L’alcolismo, di per sé, non costituisce un’indicazione per la prescrizione di sostanze psicoattive. Sono necessarie soprattutto nelle complicanze psichiche dell’alcolismo, ad esempio il delirium tremens, sempre sotto stretto controllo medico (Hudolin Vl. e coll.,1971). In generale gli psicofarmaci sono controindicati nel trattamento dell’alcolista.  

Trattamenti psicoterapici  Terapie dell’alcolismo a Brescia

I trattamenti psicoterapici per la cura dell’alcolismo si praticano da sempre.

Già l’approccio moralistico all’alcolismo rappresentava un modello che per certi versi era di carattere psicoterapico. Va detto che tutti gli approcci moralistici nel trattamento dell’alcolismo nascondono in sé tendenze aggressive nei confronti degli alcolisti, e sono perciò da questi rifiutati.

Nella psicoterapia dell’alcolismo si è fatto ricorso a tutte le tecniche di terapia individuale e di gruppo: da quelle cosiddette di superficie a quelle dinamiche di derivazione psicoanalitica.

All’inizio i metodi psicoterapici portarono ad un significativo progresso nel trattamento degli alcolisti, facendo al tempo stesso cessare l’atteggiamento aggressivo degli operatori nei loro confronti.

In un secondo tempo ebbero un successo crescente i trattamenti psicoterapici di gruppo, e questo non soltanto per motivi di ordine economico, ma perché garantivano migliori risultati.

Anche se il trattamento nella comunità terapeutica si può far rientrare fra i trattamenti psicoterapici di gruppo, di questo metodo parleremo nel capitolo dedicato al trattamento complesso.

Ultimamente si parla con crescente frequenza del trattamento integrato, sia individuale che di gruppo (Fehr H.D.,1976; Swiller H.I., 1988; Hillel I. e coll., 1988). Anche se talvolta il trattamento individuale viene fatto parallelamente al trattamento di gruppo, più spesso accade che il terapeuta conduca un trattamento individuale all’interno del gruppo; a questo scopo egli fa disporre secondo uno schema preciso i membri del gruppo all’interno del setting terapeutico (Fehr H.D.,1976).

Dobbiamo a questo punto spendere due parole sulla psicoterapia, poiché se ne discute molto spesso anche in relazione al trattamento degli alcolisti.

La psicoterapia come strumento per il trattamento dei disturbi psichici è praticata sin dal secolo scorso. Se è difficile dare una definizione precisa di salute, ancora più difficile è definire la salute mentale.

Qui ci basterà definire la salute mentale come «quella condizione in cui il soggetto ha la possibilità di comunicare e interagire con la comunità in cui vive e lavora, è soddisfatto di sé e questa soddisfazione è condivisa dalle persone con cui entra in contatto e ha la possibilità di amare e di essere amato» (Hudolin Vl., 1984) (NdR Si tratta di una definizione di salute mentale originale di Hudolin, che ne riprende una di un altro psichiatra sociale, Caplan (1972), che egli sicuramente conosceva e che crediamo nella sua sottolineatura della «possibilità di amare e di essere amato» lo portava a sentirsi vicino alla «Preghiera semplice» di Francesco d’Assisi, che — per quanto apocrifa — egli suggeriva come una piccola guida per il lavoro nei Club).

La salute mentale viene meno e subentra il disturbo quando l’insieme di questi rapporti armonici si incrina, per cui l’individuo ha bisogno di ritrovare un equilibrio psicologico più soddisfacente sia per lui che per l’ambiente che lo circonda. In altre parole, una migliore qualità della vita per il singolo, per la sua famiglia e per la comunità in cui vive.

La psicoterapia è un approccio volto a raggiungere un cambiamento comportamentale, attraverso un trattamento psicologico verbale o non verbale. Ogni psicoterapeuta elaborerà la propria prassi psicoterapica sulla base della teoria da lui seguita, delle sue conoscenze, della sua formazione, del suo livello di aggiornamento, della sua personalità.

Un tempo, ma in molti Paesi ancor oggi, per diventare psicoterapeuta si doveva essere medico, in genere psichiatra, conseguire una specializzazione in psicoterapia e svolgere un determinato periodo di tirocinio e una adeguata supervisione.

Alcune scuole psicoterapiche, ad esempio la scuola psicoanalitica, richiedono ai propri allievi di sottoporsi ad un’analisi personale didattica che dura diversi anni. Oggi, sempre più spesso, si occupano di psicoterapia gli psicologi clinici dopo aver conseguito una specializzazione in psicoterapia, secondo un percorso formativo che è diverso da Paese a Paese.

In alcuni Paesi si occupano di psicoterapia, con alcuni distinguo, anche l’assistente sociale, l’infermiere professionale, l’operatore volontario, con o senza una formazione specifica di base.

In senso formale, la psicoterapia si divide in psicoterapia individuale e di gruppo. All’inizio la psicoterapia veniva fatta di regola individualmente. In seguito cominciò a essere praticata in gruppi più o meno numerosi.

Secondo la maggior parte degli autori, il gruppo ottimale è composto da 7/8 membri. Il gruppo può avere caratteristiche diverse. Può essere aperto o chiuso. Il gruppo aperto è quello nel quale vengono accolti continuamente nuovi membri, mentre altri lo lasciano.

Quello chiuso invece lavora per un tempo prefissato senza che vi siano nuovi ammessi e senza che nessuno lo lasci. Il gruppo può essere selezionato: per sesso, per età, per grado di istruzione, per problemi trattati. Può essere anche misto.

La psicoterapia, per il suo contenuto, può essere del profondo o di superficie, e ciò sia in funzione della base teorica a cui fa riferimento, sia in funzione della formazione del terapeuta.

La psicoterapia del profondo può essere fatta sia individualmente che in gruppo.

Essa presuppone che la causa del disturbo del paziente vada cercata nel profondo della sua personalità; una volta che la causa, o le cause, attraverso il trattamento analitico, sono state scoperte e portate a livello cosciente, i sintomi dovrebbero sparire.

Questo tipo di psicoterapia viene anche detta terapia eziologica, perché appunto cerca di individuare la causa del disturbo per poi eliminarla. Anche la terapia di superficie può essere fatta individualmente o in gruppo.

A differenza della terapia del profondo questo tipo di terapia cerca di eliminare il sintomo, nella convinzione che questo porterà ad un miglioramento generale.

Questa terapia viene anche detta terapia sintomatica poiché non analizza i tratti profondi della personalità. Sulla base di queste suddivisioni, sono descritte alcune centinaia di trattamenti psicoterapici diversi. Successivamente è stata anche descritta la psicoterapia nel gruppo allargato.

Vi sono poi altre modalità di intervento sui disturbi psichici. Sono:

la comunità terapeutica, il trattamento familiare, il trattamento nella comunità multifamiliare, l’approccio sistemico. Poiché si tratta di trattamenti specifici che rientrano nell’approccio complesso, o ecologico-verde, ne parleremo nel capitolo relativo.

Visto che si discute molto sulla possibilità di ricorrere alla psicoterapia nel trattamento dell’alcolismo, vogliamo esporre alcune considerazioni conclusive. Quando si parla dell’alcolismo, ci si riferisce ad un particolare modello di comportamento condizionato da numerosi fattori esterni e interni e ad un ben determinato stile di vita che provoca sofferenze all’alcolista, alla sua famiglia e alla comunità.

Si tratta comunque di uno stile di vita accettato dalla società e comune a molti individui (American Psychiatric Association, DSM-III-R, 1989). È chiaro che il trattamento deve essere orientato a modificare questostile di vita.

Se poi sono già presenti disturbi fisici sarà necessario avviare l’adeguata terapia medica. In quest’ottica, guardando cioè al modo di rapportarsi all’alcol del singolo individuo, l’alcolismo non può essere considerato alla stregua di una malattia mentale.

La modifica dello stile di vita richiede un trattamento prolungato.

In questo trattamento assume un ruolo importante la figura dell’operatore, che non deve necessariamente essere uno specialista psicoterapeuta: può benissimo essere un volontario adeguatamente formato.

Nell’approccio all’alcolista si è fatto uso praticamente di tutti i tipi di psicoterapia.

La maggior parte degli autori afferma però che nel caso di alcolismo senza complicanze il modello più indicato è quello che privilegia l’approccio di gruppo. È assai difficile una valutazione dei risultati che la psicoterapia permette di conseguire. I problemi di carattere psichico e il loro eventuale miglioramento in virtù del trattamento sono difficilmente valutabili scientificamente.

La stessa valutazione sulla gravità dello stato del paziente è in genere fortemente soggettiva.

La letteratura fornisce pochi lavori sulla valutazione dei risultati dei trattamenti psicoterapici. Masserman J.H., (1963,1968) sostiene che la psicoterapia non porta ad alcun cambiamento nello stato del paziente, poiché sia nel caso in cui si faccia ricorso a essa, sia nel caso opposto, un terzo dei pazienti migliora, un terzo peggiora, un terzo rimane invariato.

Pochissimi sono poi gli studi in cui si discutono i risultati conseguiti dalle terapie psicodinamiche.

Questo per quanto concerne la psicoterapia in generale. Sui risultati conseguiti nel trattamento dell’alcolismo, attraverso alcuni degli approcci psicoterapici tradizionali, praticamente non esistono molte informazioni.

Ai fini della valutazione dei risultati resta aperto l’interrogativo su che cosa andrebbe valutato: l’astinenza dal bere, la qualità dei rapporti familiari, alcuni aspetti del comportamento, l’atteggiamento sul lavoro e nel gruppo sociale o altro ancora.

Attualmente si discute molto del peso che hanno nella psicoterapia la personalità e le doti proprie dell’operatore (Masserman J.H., 1968; Carleton J.L.,1986) e specialmente della sua abilità nel creare l’empatia (Stewart D.A., 1954). Anche Rogers C. (1951) attribuisce una grandissima importanza alla personalità dell’operatore.

L’esperienza dei Club degli alcolisti in trattamento (NdR Oggi Club Alcologici Territoriali) insegna quanto sia importante la qualità e l’intensità del rapporto fra l’operatore e i membri del Club.

La qualità e l’intensità dei rapporti emozionali dipende molto più dalla struttura della personalità dell’operatore che non dalla sua professionalità.

Sempre più spesso si propongono gli approcci direttivi nel caso dei disturbi cronici, fra cui anche l’alcolismo (Brunner-Orne M., 1954; Kaplan L.K., 1988).

Negli ultimi tempi in diverse ricerche comincia a farsi strada l’idea che alcune forme di psicoterapia non siano poi così specifiche per un determinato problema. Non senza discussioni, si è cominciato a unificare nel lavoro psicoterapico metodologie diverse, senza prendere in considerazione la diversità delle basi teoriche.

Muovendosi in questa direzione è nata anche una nuova terminologia (Beitman D.B. e coll., 1989)……..

leggi l’articolo precedente http://www.acatbrescia.it/alcolisti-in-brescia/

seguici su facebbok https://www.facebook.com/HudolinV

Un commento su “Terapie dell’alcolismo a Brescia”

  1. RIFLESSIONI 16° USCITA
    Ricordo quando varcai per la prima volta la porta dell’ufficio ACAT BRESCIA, ai tempi in via S.
    Faustino, di cosa avevo in mente e di cosa avessi voluto, mi aspettavo di trovare un “dottorone” con
    gli attributi, che mi prescrivesse la tanto agognata e desiderata MEDICINA ANTI-ALCOL, cura di tutti
    i mali, e in un batter d’occhio tutto sarebbe cambiato, così, per magia, come d’incanto.
    La storia invece ha parlato tutta un’altra lingua, fatta di impegno in prima persona e familiare, di una
    strada senza fine emersa proprio in quell’ufficio, dove non trovai il Dottorone, ma trovai Carletto,
    che ad attributi svernicia chiunque, ma medico non è, perché non serve, e non esiste medicina alcuna
    a riguardo, esistono cure e farmaci semmai per curare ciò che l’alcol e le sostanze stupefacenti
    provocano al nostro corpo, conseguenze, non causa.
    Questo capitolo ribadisce ancora una volta di come sia fallimentare la ricerca di un qualcosa atto a
    far guarire, quando non c’è nulla di cui guarire, è chiaro ormai come i problemi alcolcorrelati e
    complessi non siano patologie, ma sono semplicemente conseguenza di stili di vita non corretti, e
    la ricerca della persona, della famiglia, della comunità va contestualizzata nell’ambito dell’AES,
    nient’altro.
    “Il Club come SPA della mente”, slogan che mai risulta banale e scontato.
    Rimango poi perplesso e pensieroso leggendo una frase del Professore, che scrive:
    “L’esperienza dei Club degli alcolisti in trattamento (NdR Oggi Club Alcologici Territoriali) insegna
    quanto
    sia importante la qualità e l’intensità del rapporto fra l’operatore e i membri del Club. La qualità e
    l’intensità dei rapporti emozionali dipende molto più dalla struttura della personalità dell’operatore
    che non dalla sua professionalità.”
    Chi fa Club da anni e, come me si è messo in gioco in qualità di Servitore Insegnante, dovrebbe
    avere la capacità di mettersi in discussione continuamente, per cercare di non giudicare gli altri.
    Partendo da questo presupposto analizzo il momento storico associativo, che sta attraversando una
    fase dove nei Clubs le famiglie vanno saltuariamente, si pensa alle chiusure estive, etc….e dove la
    formazione viene quasi del tutto ignorata, non accettata come parte fondamentale della
    metodologia.
    Quindi, sorge in me il dubbio:
    Sono adatto a fare ciò che sto cercando di fare?
    Ho una personalità affine a servire?
    Le Famiglie mi vorranno bene come io ne voglio a loro?
    C’è qualcosa in cui sbaglio e che nessuno mi dice?
    È forse il caso che faccia altro?!
    Le risposte per ora non le ho, spero che qualcuno mi aiuti a trovarle.
    BRUNO.

    Rispondi

Lascia un commento