IL TRATTAMENTO NEI CLUB DEGLI ALCOLISTI

Uscita Ventesima seconda parte 4.2 – Aspetti metodologici e organizzativi

4.2.a – Introduzione Guido Della Giacoma – servitore insegnante i Club degli alcolisti in trattamento

In questo capitolo Vladimir Hudolin traccia una breve storia della nascita dei Club, accenna al loro sviluppo come promotori di salute nella comunità territoriale e ne descrive principi e metodi di lavoro.

Nelle «premesse indispensabili» Hudolin riporta l’idea rivoluzionaria della sua metodologia che è anche la prerogativa che la distingue dalle altre metodologie dell’epoca:

«Oggi non basta rivolgere l’attenzione al trattamento e alla riabilitazione degli alcolisti, ma bisogna prevedere un programma complesso che comprenda anche la prevenzione».

Richiama ancora un concetto altrettanto importante sulla responsabilità individuale e globale:

«Per migliorare la qualità della vita occorre che ogni singolo individuo si assuma la responsabilità della propria salute, della salute della propria famiglia e della comunità nella quale vive e lavora; uguale responsabilità deve essere anche presa dalla comunità nel suo complesso».

Infine ricorda che il lavoro del Club è basato sulla teoria generale dei sistemi, affermando che per affrontare i disturbi alcolcorrelati dobbiamo prendere in considerazione il sistema uomo, inserito nel sistema famiglia e la famiglia inserita nel sistema ambiente in cui vive.

Per questo, nei «Principi e metodi di lavoro» Hudolin ribadisce l’importanza della famiglia nel cammino di cambiamento, famiglia che dovrà essere informata e istruita, al pari della persona con problemi di alcol, nelle Scuole Alcologiche Territoriali, che appaiono per la prima volta e vengono descritte solo in questo capitolo.

Parla poi dell’Interclub, dell’importanza d’inserire il Club nella comunità locale, di come le attività di ricerca permettono di verificare costantemente i risultati del lavoro svolto e di programmare il lavoro futuro, di come si organizza un Club, di come, raggiunta la dodicesima famiglia, avvenga la moltiplicazione del Club e del valore del colloquio iniziale con le famiglie che intendono entrare nel Club.

Dal 1990 a oggi c’è stata una grande evoluzione dei Club e del Sistema Ecologico Sociale. In questa introduzione, mi piace riportare qui di seguito alcuni brani dell’ultimo discorso ufficiale che Hudolin fece al Congresso Nazionale dei Club di Grado nel settembre 1996, che possiamo considerare il suo testamento morale. (Vl. Hudolin, Camminando Insieme… aVladimir Hudolin, Udine, Arti Grafiche Friulane, 2002).

Nei seguenti brani possiamo vedere lo sviluppo dei programmi dopo solo cinque anni dalla pubblicazione del presente Manuale.

Alcuni mesi dopo, il 26 dicembre Hudolin si spegneva, lasciandoci in eredità una miniera d’oro che dobbiamo ancora sfruttare:

un invito a leggere e a studiare approfonditamente gli scritti

che il nostro Maestro ci ha lasciato.

I risultati della metodologia

«La crescita e la maturazione del sistema ecologico sociale e dei Club hanno portato pace, benessere, salute, spiritualità e vita migliore a molte famiglie e a molte comunità.

In molte comunità è incominciata a cambiare lentamente la cultura sanitaria e sociale, e questo, secondo la mia esperienza, significa che almeno l’1% della popolazione è stata sensibilizzata ai problemi alcolcorrelati e complessi».

Nei decenni successivi in alcune zone d’Italia si è raggiunto questo obiettivo.

Il Club fucina di amicizia, solidarietà, amore e pace Il trattamento nei club degli alcolisti,

«La Spiritualità Antropologica attuale (o cultura sociale) nel mondo lascia molto a desiderare: basti vedere l’aumento dell’uso delle sostanze psicoattive, dei problemi alcolcorrelati e complessi, del terrorismo, delle guerre continue, la mancanza di giustizia sociale e molti altri problemi.

Noi, nei Club, dobbiamo prendere parte a iniziative per migliorare la vita nelle nostre famiglie e comunità.

Nei Club, di fronte a tutti i problemi elencati, parliamo della necessità dell’amicizia, dell’amore, della solidarietà, della possibilità di una convivenza, della compartecipazione, della pace, della giustizia sociale o meglio della solidarietà e spiritualità antropologica.

Tutto ciò significa lavorare nella comunità e introdurre l’ecologia sociale: non solamente la protezione della natura verde ma della società umana; non si tratta solamente di un individuo ma della famiglia e della comunità.

Tutti noi non lavoriamo solamente per l’astinenza, ma per la famiglia, per la sobrietà, per una vita migliore, per una crescita e maturazione e infine per la pace.

“La pace non può essere conquistata se prima di tutto non siamo in grado di averla dentro di noi: una pace nel cuore che poi si trasmetterà a livello familiare, comunitario, nazionale e planetario”».

La diagnosi sulla situazione della spiritualità antropologica planetaria di Hudolin non è mai stata tanto attuale come in questo periodo di crisi economica, sociale e morale, soprattutto in Italia.

Da ciò deriva un nostro maggior impegno per cambiare la cultura sociale delle nostre comunità attraverso la crescita quantitativa e qualitativa dei Club.

Futuro, trascendenza e meditazione Il trattamento nei club degli alcolisti,

«Il lavoro nei club offre alle famiglie un’opportunità di crescita e maturazione, la possibilità di riguadagnare la gioia di vivere, la riappropriazione del proprio futuro perso nei problemi alcolcorrelati, la possibilità di tendere verso un livello superiore della propria esistenza: un superamento, una trascendenza di sé stessi (anche attraverso la meditazione).

Per questo i Club hanno il compito di discutere di più del futuro, della gioia di vivere, trascendendo la realtà che spesso trascina verso il passato.

Non intendo introdurre con la parola “trascendenza” un concetto religioso.

La trascendenza significa, secondo il concetto ecologico sociale, la possibilità di trascendere sé stessi, il proprio comportamento, e scegliere una vita migliore, una spiritualità antropologica migliore, con l’astinenza sì, ma non solamente questa: per questo è meglio parlare di “sobrietà”».

I disturbi esistenziali

«Un altro aspetto delle sofferenze spesso presenti nelle famiglie dei Club sono i disturbi esistenziali. L’uomo, come tutta la vita, ha bisogno di salvaguardare l’esistenza bio-psico-sociale individuale, familiare e sociale. Per l’uomo, a differenza dalle altre strutture viventi, si deve aggiungere la salvaguardia dell’esistenza antropospirituale.

La preoccupazione per la propria esistenza è una delle caratteristiche più sviluppate in tutti gli organismi viventi: il suicidio è un corto circuito dovuto a vari fattori che non posso analizzare in questo mio discorso…

La crisi esistenziale personale, familiare è la sofferenza che si riscontra tra le più frequenti nei Club e negli altri programmi per i problemi alcolcorrelati e complessi, nonostante non sia solito diagnosticata a causa della poca importanza che spesso le viene attribuita.

Le crisi esistenziali entrano nell’ambito dei problemi spirituali, individuali, familiari, sociali, planetari. Il trattamento nei club degli alcolisti,

Il servitore-insegnante e il Club devono essere in grado di captare il disagio spirituale e di lasciare un ampio spazio alla sua verbalizzazione, stimolando crescita e maturazione, in altre parole stimolando un cambiamento progressivo verso una propria perfezione che, devo subito precisare, non potrà mai essere raggiunta…».

Conosciamo anche la famosa chiusa del discorso che è un impegno di tutti i membri dei Club:

«Infine vi prego di continuare con il lavoro nei Club e nella comunità».

4.2.b – Capitolo secondo Hudolin

Le premesse indispensabili

Il Centro per lo studio e il controllo dei disturbi alcolcorrelati e delle altre dipendenze della Clinica di neurologia, psichiatria, alcolismo e altre dipendenze dell’ospedale universitario «Dr. M. Stojanovic» di Zagabria è stato inaugurato ufficialmente il 1° aprile 1964

(NdR Questo Centro è citato più volte nel Manuale ed è l’esperienza fondamentale su cui si basa questo libro; venne attivato, nell’ospedale universitario «Dr. M. Stojanovic» di Zagabria, oggi Ospedale Universitario delle Suore della Carità, il Reparto di Alcologia, con annessi l’Ospedale Diurno, il Dispensario e l’Ambulatorio Alcologico, nonché un Centro per lo studio e la lotta contro l’alcolismo e le altre dipendenze (G. Aquilino, La formazione dei formatori nei programmi alcologici territoriali. Metodo Hudolin, Foggia, Claudio Grenzi Editore, 2007). Mladen Stojanović (7 aprile 1896 1° aprile 1942) era un medico serbo bosniaco, che guidò un distaccamento di partigiani jugoslavi nella zona di Kozara, nel Nord-Ovest della Bosnia durante la seconda guerra mondiale. Era un eroe popolare della Federazione Jugoslava -cfr. Wikipedia).

            A quella data risale l’introduzione dell’approccio complesso di trattamento e riabilitazione degli alcolisti (NdR Questa è la base di partenza; oggi parliamo di «approccio ecologico sociale» secondo le ultime indicazioni di Hudolin, che supera i concetti sia di «trattamento» che di «riabilitazione». Tale approccio sociale vede l’uomo come parte del sistema familiare, che a sua volta è parte di un sistema più grande, la comunità, che poi è immerso in un sistema ancora più vasto, l’ambiente socio-culturale e naturale.

Tutti i sistemi sono legati fra di loro, comunicanti e interdipendenti.

«Secondo l’approccio ecologico sociale l’alcolismo non è un vizio o una malattia ma è visto come un comportamento, uno stile di vita causato dalle relazioni dei sistemi ecologici nella comunità e nella famiglia, collegati e correlati a vari fattori esterni e interni.

Ne consegue che tutto il sistema nel quale l’alcolista vive deve entrare nel trattamento considerando l’alcolista e la sua famiglia non come malati alienati dalla società, ma come loro parte integrante» (Vl. Hudolin, Sofferenza multidimensionale della famiglia, Padova, Eurocare, 1995, p. 18).

Il cardine dell’approccio ecologico sociale sono le comunità multifamiliari, chiamate Club, dove le famiglie con problemi alcolcorrelati e complessi si ritrovano settimanalmente per condividere le loro gioie, i loro dolori e le loro emozioni in un clima di amicizia, solidarietà e amore.

Ma Hudolin afferma anche che «è inutile il cambiamento di una persona se non c’è il cambiamento dell’ambiente in cui la persona vive e lavora, ed è il Club che dovrebbe diventare il catalizzatore del cambiamento dello stile di vita nella società» (Vl. Hudolin, Introduzione al II Congresso Italo-Jugoslavo dei Club a Udine, 1986).

Riassumendo, per fronteggiare i problemi alcolcorrelati, Hudolin, parte dalla famiglia con il problema, la inserisce nel Club e la trasforma in una risorsa utile al cambiamento della comunità) e l’idea dei Club degli Alcolisti in trattamento (NdR Come ribadito più volte, al Congresso Nazionale AICAT di Paestum del 2010 il nome è stato modificato in «Club Alcologici Territoriali»).

            All’inizio l’organizzazione dei Club ha incontrato numerose difficoltà e resistenze, che ancora non sono state completamente superate. Le resistenze alla costituzione dei Club all’inizio provenivano dagli ambienti più disparati: dagli esperti, dalla società, dagli stessi alcolisti (NdR Per Hudolin «importante è l’uomo, non il bere» e quindi non si parla più di alcolista ma di «persona con problemi alcolcorrelati») e dalle loro famiglie.

            Forse a chi oggi inizia a occuparsi di disturbi alcolcorrelati può sembrare comunque difficile intraprendere un lavoro di questo genere. Certo anche oggi esistono difficoltà che ostacolano l’organizzazione e il lavoro dei Club, però non sono assolutamente paragonabili a quelle di 25 anni fa.

            Le esperienze fatte dal 1964 ad oggi sono in parte esposte in questo manuale. Il trattamento nei club degli alcolisti,

Il Club come luogo di trattamento sembra oggi una cosa logica e chiara (NdR L’evoluzione della metodologia indica il Club non più come luogo di «trattamento», ma come luogo di accoglienza, condivisione, confronto e solidarietà dove si svolge un processo di cambiamento e di maturazione, che riguarda non solo la famiglia, il Club, ma anche la comunità di cui il Club e la famiglia fanno parte).

            Questo libro ha il compito di trasmettere ai lettori, a chi già lavora nei Club, e a chi si sta preparando a farlo, quanto sia semplice questo metodo.

            Dal 1964 ai giorni nostri è cambiato l’approccio all’alcolismoe in genere ai disturbi alcolcorrelati; tutta la società si rapporta oggi in modo diverso nei confronti dell’alcolismo e degli operatori che se ne occupano (NdR «Il termine alcolismo, come diagnosi di una malattia o di un disturbo, viene ancora usato nonostante oggi sia chiaro che questo termine non offre una definizione comprensibile del problema. Sarebbe meglio parlare dei problemi alcolcorrelati, che sono molti: tanti quanti sono gli individui o le famiglie che cercano una soluzione nel Club» (Vl. Hudolin, … A Vladimir Hudolin, La raccolta degli scritti di Vladimir Hudolin, Camminando insieme, Udine, Arti Grafiche Friulane, 2002, p. 119).

Oggi l’alcolismo è accettato come ogni altro disturbo e l’alcolista non porta più il marchio di individuo bollato ed emarginato dalla società (NdR Purtroppo ancora nel 2015/2020 la società tende a bollare ed emarginare le persone con problemi di alcol, anche se sempre meno nella direzione indicata da Hudolin. La stampa usa ancora termini sorpassati come alcolismo, alcolista, alcolizzato, ubriaco, ubriacone, malattia alcolica).

Abbiamo già detto che il concetto di malattia, applicato all’alcolismo, è peraltro oggetto di discussioni e di opinioni diverse (NdR «Al primo congresso italo-jugoslavo dei Club degli alcolisti in trattamento, svoltosi a Opatija, in Jugoslavia, nel 1985, si è proposto di considerare l’alcolismo come un particolare modello di comportamento, come uno stile di vita che può tradursi in malattia quando si manifestano complicanze organiche, psichiche e sociali» (Vl. Hudolin, 1985). Quindi per l’approccio ecologico sociale l’alcolismo (meglio i problemi alcolcorrelati) non è una malattia, è uno stile di vita, che può produrre complicanze fisiche e psichiche, descrivibili come vere malattie in senso medico).

Gli operatori che hanno iniziato a lavorare nei Club degli alcolisti in trattamento 25 anni fa avevano pochissime conoscenze sia sull’alcolismo che sui disturbi alcolcorrelati (NdR Oggi «servitori-insegnanti»; «Dal 1985, quando ho proposto il termine operatore al posto di terapeuta, e dal 1993, anno in cui ho suggerito di chiamarlo servitore, nei Club si è molto discusso… Il termine servitore vuol dire una persona che si mette al servizio degli altri in una situazione di reciprocità, dove ognuno diventa responsabile dell’altro, o dove tutti sono responsabili di tutti» (Vl. Hudolin, 2002, cit., p. 102).

Secondo l’ottica di quel periodo, l’alcolismo era un problema morale che riguardava essenzialmente individui ai margini della società e che veniva perciò rilevato solo quando già si potevano osservare gravi disturbi fisici e psichici (NdR Non essendo il problema alcolcorrelato un vizio né una malattia, non si parla più di problema morale, ma di problema comportamentale, o stile di vita). Il trattamento nei club degli alcolisti,

Prima del 1964, anno in cui è stato costituito il Centro di Zagabria, in Jugoslavia la cura degli alcolisti consisteva nella cosiddetta disintossicazione, che avveniva in ospedale e al termine della quale l’alcolista veniva dimesso con il consiglio di bere di meno (NdR La disintossicazione dall’alcol è un processo con il quale un forte bevitore torna alla normalità dopo essere abituato ad assumere alcol nell’organismo su base continuata. La disintossicazione dall’alcol non è un trattamento per l’alcolismo) (NdR La Jugoslavia è stata un’entità politica federale e storica che, passando per diversi assetti istituzionali, ha amministrato il territorio della penisola balcanica occidentale nel corso del XX secolo. La Jugoslavia comprendeva i seguenti Stati: Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Macedonia, Montenegro, Serbia con Kosovo e Vojvodina).

Qualche volta, in presenza di gravi disturbi psichici o comportamentali, l’alcolista veniva anche internato per un periodo prolungato in ospedale psichiatrico, oppure in qualche istituto specializzato. In questi istituti non si curava l’alcolismo, ma ci si limitava a cercare di evitare all’alcolista per un periodo prolungato il contatto con l’alcol.

Solo in pochi Paesi l’alcolismo era considerato come una malattia e vi era quindi l’esigenza prioritaria di assimilarvelo per fargli acquisire dignità sanitaria e copertura assicurativa (NdR Qui il professor Hudolin spiega perché l’alcolismo era considerato una malattia, soprattutto per poter usufruire delle agevolazioni sanitarie e assicurative).

La prevenzione primaria dell’alcolismo in quel periodo veniva svolta sostenendo il bere moderato come modello comportamentale socialmente accettato (NdR Oggi la prevenzione primaria viene svolta sostenendo che qualsiasi consumo di bevanda alcolica è un rischio per la nostra salute.

Secondo l’approccio medico tradizionale la prevenzione primaria mira a evitare che la malattia insorga, incrementando le difese dell’organismo, eliminando i fattori causali delle malattie e selezionando e trattando gli stati di rischio, ad esempio con il ricorso alla vaccinazione o l’eliminazione degli agenti patogeni. Siccome nel caso dei problemi alcolcorrelati l’agente patogeno è l’assunzione di alcol, essi possono essere prevenuti eliminando le bevande alcoliche.

Nessuna prevenzione può essere fondata sul bere moderato).

Abbiamo iniziato a organizzare i Club degli alcolisti in trattamento nel 1964. Il trattamento nei club degli alcolisti,

In quel periodo si cominciava a parlare di auto/mutuo aiuto e di autoprotezione (NdR L’OMS (Organizzazione Mondiale Sanità) definisce l’auto/mutuo aiuto come l’insieme di tutte le misure adottate da figure non professioniste per promuovere, mantenere o recuperare la salute, intesa come completo benessere fisico, psicologico e sociale di una determinata comunità.

L’auto/mutuo aiuto è, pertanto, considerato come uno degli strumenti di maggiore interesse per ridare ai cittadini responsabilità e protagonismo, per umanizzare l’assistenza socio-sanitaria, per migliorare il benessere della comunità. http://www.tecnoteca.it/tesi/comunita/5/5).

            Un tempo, se pure l’alcolismo veniva diagnosticato in una sua fase precoce, non era la dipendenza alcolica a essere curata, ma solamente le complicanze alcolcorrelate, come ad esempio la cirrosi epatica, il delirium tremens, una grave intossicazione alcolica.

            Erano rari anche gli operatori esperti che volevano occuparsi degli alcolisti.

In seguito, quando già erano sorti i primi Club degli alcolisti in trattamento, continuò a essere estremamente difficile trovare operatori disponibili e qualificati. Questa situazione a tutt’oggi perdura invariata in molti Paesi (NdR Anche oggi, nel 2015, abbiamo difficoltà a reperire nuovi servitori-insegnanti volontari).

            Ad esempio, in Jugoslavia sono ancora pochi i medici della medicina generale che lavorano nei Club degli alcolisti in trattamento (NdR Hudolin attribuiva molta importanza al coinvolgimento dei medici di medicina generale nei programmi alcologici territoriali, di cui avrebbero dovuto nella sua idea essere il «fulcro» secondo le indicazione dell’OMS, ma ciò rimane ancora oggi un obiettivo da raggiungere.

A questo proposito ogni membro del Club dovrebbe prendersi l’impegno di spiegare al proprio medico come è avvenuto il proprio cambiamento e invitarlo a inviare al Club altre famiglie con problemi alcolcorrelati).

            La situazione descritta èconseguenza sia della mancanza di educazione sanitaria che della limitata formazione che viene fatta in tutte le scuole professionali e nelle Università.

Basta infatti dare uno sguardo ai manuali ad uso degli studenti di medicina, degli infermieri professionali e degli assistenti sociali per constatare la poca attenzione che viene prestata al problema.

Questa situazione è un po’ diversa in Jugoslavia, in quanto vi sono stati pubblicati molti manuali ad uso degli infermieri professionali, degli assistenti sociali e degli studenti in medicina, con una approfondita descrizione dei disturbi alcolcorrelati e delle altre dipendenze (Hudolin Vl., 1984, 1987 a, b, c).

Durante la formazione dei futuri operatori che si occuperanno di problemi alcolcorrelati, non viene chiesto loro, come le attuali acquisizioni scientifiche consiglierebbero, di modificare il proprio comportamento e il proprio stile di vita nei confronti del bere.

Senza una propria posizione chiara nei confronti del bere e dell’alcolismo, è difficile lavorare correttamente nel campo alcologico; e del resto questo discorso vale anche nella protezione e promozione della salute in generale.

Lo studente impara in famiglia e nel suo gruppo sociale, e più tardi anche nel corso dei suoi studi, ad accettare il bere moderato, adeguato, sociale, quale modello comportamentale e quale stile di vita appropriato (NdR Secondo Andrea Ghiselli, dirigente di ricerca al CRA-NUT, l’ente italiano che si occupa della ricerca sulla nutrizione, il consumo moderato non esiste: «Non si può parlare di consumo moderato per il semplicissimo fatto che non esiste nessuna quantità di alcol esente da rischio. Invece che termini come «moderato», «sensibile» e simili, secondo l’OMS devono essere usati termini come: consumo a basso rischio (fino a 10 g di alcol al giorno per la donna e l’anziano e 20 g al giorno per gli uomini, poco meno di un bicchiere da 125 ml per le donne e due per l’uomo); consumo a rischio (tra 20-40 g al giorno per le donne e 40-60 g al giorno per i maschi); consumo dannoso (oltre i 40 g al giorno per le donne e 60 g per i maschi).

Si tratta di consumi a rischio perché comunque l’alcol è cancerogeno). ***

Secondo questa logica, l’alcolista finisce per essere considerato una persona anormale, moralmente discutibile, in quanto le persone normali bevono moderatamente.

L’alcolismo diviene così caratteristica pressoché esclusiva dei gruppi marginali della popolazione senza che venga fatto il minimo sforzo per capire come mai queste persone sono diventate tali.

È molto comodo per la società considerare il cosiddetto bere moderato un modello comportamentale accettabile e definire l’alcolista un fannullone, un buono a nulla, un emarginato.

È un modo per difendere il bere, salvo poi accusare di immoralità chi beve in maniera problematica o diviene alcolista.

In passato, spesso, la diagnosi di alcolismo dipendeva dalla posizione sociale dell’alcolista; questo è in buona parte vero anche oggi.

Se studiamo i dati relativi alla classe sociale e al livello di istruzione degli alcolisti in trattamento, riferiti ai primi anni dei nostri programmi alcologici, si vede chiaramente come la diagnosi di alcolismo dipendesse dalla posizione sociale della persona e non dai suoi comportamenti o dai disturbi che presentava.

Solamente in un secondo tempo, quando i programmi di controllo dei problemi alcolcorrelati hanno cominciato a essere diffusi e accettati, si è iniziato a porre, sia pure non frequentemente, diagnosi di alcolismo anche fra persone di ceti sociali elevati; accadeva così, ad esempio, che persone con un titolo di studio universitario si inserivano nei programmi in una fase assai avanzata, quando già erano presenti lesioni irreversibili e comportamenti disturbati.

Studi effettuati su un grande numero di alcolisti hanno dimostrato che molto raramente fra gli alcolisti vi è un disturbo primario della personalità.

L’alcolismo si ripropone spesso nelle famiglie nelle quali è già presente. Non è però un problema di ereditarietà: quello che si trasmette è un modello comportamentale già presente nella famiglia e che viene rapidamente accettato e imparato.

Molto raramente l’alcolismo si presenta quale conseguenza di un disturbo psichico o di un disturbo fisico primario, come, ad esempio, negli stati depressivi, nell’achilia gastrica, o in altre situazioni diverse. In questi casi si parla di alcolismo secondario.

Diagnosi, cura e trattamento sono specifici e differiscono in parte da quelli degli alcolisti affetti da alcolismo primario. Ma di questo abbiamo già detto nel relativo capitolo.

Un tempo nemmeno l’alcolista era messo in condizione di capire il proprio disturbo, di accettare la diagnosi di alcolismo e i relativi trattamenti che gli venivano proposti. Ancora oggi, abbiamo degli alcolisti che rifiutano il trattamento per paura di essere etichettati dalla società.

Ad Akron, negli Stati Uniti nel 1935, due alcolisti, Bill e Bob, costituiscono il primo gruppo di Alcolisti Anonimi (NdR Akron è una città degli Stati Uniti d’America, capoluogo della Contea di Summit, nel Nord-Est dell’Ohio. È stata fondata nel 1825 nei pressi del canale che collega il fiume Ohio al lago Erie.

Questa nota è nel testo originale di Hudolin: «Nel rispetto del principio dell’anonimato la letteratura li descrive sotto questi nomi. Oggi, dal momento che entrambi sono deceduti, si possono pubblicare i loro nomi per intero: Bill è William Griffith Wilson e Bob è il dr. Robert Holbrosh Smith. Ho conosciuto Bill quando Bob era già morto».

«È un’associazione di uomini e donne che mettono in comune la loro esperienza, forza e speranza al fine di risolvere il loro problema comune e aiutare altri a recuperarsi dall’alcolismo».

http://www.alcolistiano-nimiitalia.it/homecoseaa.html ).

Come abbiamo già detto gli Alcolisti Anonimi sono dell’opinione che l’alcolismo sia una malattia che può essere compresa dall’alcolista molto meglio che da chiunque altro; per questo rifiutano l’aiuto di operatori professionisti.

Nel 1935 questo rifiuto aveva valore di pura dichiarazione di principio in quanto i professionisti non offrivano il proprio aiuto.

L’anonimato serviva all’organizzazione degli Alcolisti Anonimi per impedire che l’alcolista usasse la sua appartenenza all’organizzazione per i propri interessi e non come oggi molti credono per proteggere l’anonimato dell’alcolista. Il trattamento nei club degli alcolisti,

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha introdotto una nuova definizione del concetto di salute e la sua protezione è stata vista come un fondamentale diritto dell’uomo.

Ciò ha significato includere il controllo dei disturbi alcolcorrelati nei programmi di protezione sanitaria generale.

La salute veniva definita come stato di benessere fisico, psichico e sociale, e non soltanto come assenza di malattia o dei suoi sintomi. In base a questa definizione non esiste una salute ideale e perfetta; il concetto di salute diviene multifattoriale e può essere sempre migliorato.

Oggi la protezione sanitaria include naturalmente la prevenzione primaria, secondaria e terziaria che vengono contemporaneamente poste in essere nelle comunità dove l’uomo vive e lavora.

Secondo la definizione attuale il concetto di salute viene a essere praticamente sinonimo di qualità della vita.

Attualmente si discute molto sui disturbi alcolcorrelati, invece di parlare solamente dell’alcolismo, che è il più grave di questi disturbi come risulta evidente dai dati epidemiologici che sono già stati presentati.

Il modo di affrontare i disturbi alcolcorrelati dipende da numerosi fattori e muta nel tempo. Nell’ambito del programma di controllo dei disturbi alcolcorrelati si cercano metodi con i quali intraprendere con successo la prevenzione, la cura e la riabilitazione dell’alcolismo (NdR Oggi, considerando che l’alcolismo non è una malattia, ma un comportamento socialmente accettato come ogni problema alcolcorrelato, non possiamo parlare né di cura né di riabilitazione, ma di cambiamento dello stile di vita della persona con problemi di alcol, della sua famiglia e del cambiamento della spiritualità antropologica (o cultura sociale) della comunità in cui vive e lavora).

            La miglior cosa è valersi proprio dell’approccio ecologico o verde e organizzare programmi, sul territorio e nelle aziende di lavoro, che tengano conto dei concetti di autoprotezione e di auto/mutuo aiuto.

Se in una comunità sono presenti, in maniera significativa, comportamenti sociali a rischio, significa che l’equilibrio ecologico è alterato (NdR La comunità territoriale, a cui si fa riferimento in questo Manuale, non è solo una dimensione amministrativo-politica, ma piuttosto quel complesso intreccio di relazioni e di rapporti emozionali che si creano fra la gente che in questa comunità vive e lavora).

La prevenzione consiste nel ricreare un giusto equilibrio ecologico. I disturbi legati all’alcol richiedono di essere seguiti là dove l’individuo vive e lavora.

La prevenzione dipende in gran parte dal modo in cui la comunità guarda al bere, dal modo in cui viene giudicato l’alcolista, dalla qualità della vita di quelle comunità e dal particolare momento storico.

            Oggi non basta rivolgere l’attenzione al trattamento e alla riabilitazione degli alcolisti, ma bisogna prevedere un programma complesso che comprenda anche la prevenzione (NdR Oggi diremo: «al cambiamento dello stile di vita delle persone e famiglie con disturbi alcolcorrelati»).

            Come sappiamo, l’incidenza e la prevalenza dei disturbi alcolcorrelati, in una data popolazione, dipendono dal consumo medio annuo di alcol anidro pro capite.

Questo significa che più alto è il consumo, in una determinata popolazione, più numerosi saranno i disturbi alcolcorrelati sia in termini di incidenza che di prevalenza, e che solo limitando i consumi dell’alcol vi può essere un calo dei disturbi alcolcorrelati (NdR È l’applicazione della più volte citata formula di Ledermann. L’Italia nel 1970 era il Paese dell’Unione Europea con il più alto consumo di alcol pro capite (20 litri/ anno). Nel 2010 è il Paese con il più basso consumo di alcol pro capite (6 litri/anno). Dieci anni fa in Italia (2004) i morti stimati per causa dell’alcol erano circa 30.000, nel 2014 sono 16.829 (A. Sbarbada – E. Baraldi, Bianco e rosso al verde. La rivoluzione del vino, Roma, Stampa Alternativa, 2014). Sono calati i consumi e sono calati i morti e i problemi alcolcorrelati).

            Naturalmente il consumo delle bevande alcoliche è condizionato da diversi fattori, di natura sociale, culturale e politica. Dopo la seconda guerra mondiale, nella maggior parte dei Paesi, si sono verificati importanti processi di democratizzazione. Questo ha spinto l’uomo a indagare sulle possibilità e sui limiti della propria libertà, sulle sue basi biologiche, psicologiche e spirituali e sui diritti umani fondamentali che assicurano queste libertà (NdR Tra i diritti fondamentali dell’essere umano si possono ricordare, tra gli altri, il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione, il diritto a un giusto processo, il diritto ad un’esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa con il conseguente diritto a cambiare la propria religione, oltre che, di recente tipizzazione normativa, il diritto alla protezione dei propri dati personali (privacy) e il diritto di voto. http://it.wikipedia.org/wiki/Diritti_umani).

            Fra questi diritti hanno un posto particolare il diritto alla salute, il diritto all’equilibrio ecologico dell’ambiente e della società, il diritto alla protezione della salute e all’assistenza, nel caso in cui questa venga minacciata, e infine il diritto alla pace (NdR È da tenere presente che dal 1991 al 1995 in Croazia, patria di Vladimir Hudolin, si combatté la guerra serbo-croata).

Nella ricerca più autentica della propria libertà e dei propri diritti l’uomo arriva alla consapevolezza che questi si possono realizzare solamente nella comunità in cui vive e lavora.

La comunità territoriale, a cui si fa riferimento in questo manuale, non è una dimensione amministrativo-politica, ma piuttosto quel complesso intreccio di rapporti emozionali che si creano fra la gente che in questa comunità vive e lavora. Per la singola persona non hanno alcuna importanza immediata gli avvenimenti mondiali, ma ciò che succede nella sua casa, nel suo vicinato, nella sua comunità e nel suo posto di lavoro.

La promozione della qualità della vita in questa comunità è la migliore garanzia per la salute.

Se si pone rimedio ai disturbi ecologici e si crea un vero equilibrio bio-psico-sociale, si otterrà quello  di ogni membro della comunità e perciò della società intera (NdR Quest’ottica di guardare al problema è quella che si definisce ecologica o verde: i disturbi alcolcorrelati (ma se ne potrebbero citare molti altri, in primo luogo quelli dovuti all’inquinamento o anche quelli psichici) sono visti come il risultato del disequilibrio dei fattori ecologico della comunità.

Si modella così gradualmente una comunità che cresce e progredisce, proiettata nel futuro; senza fughe e nostalgie per un passato statico e superato. È chiaro poi che tutto questo, in termini generali, influenza anche gli avvenimenti internazionali e la situazione mondiale.

Per migliorare la qualità della vita occorre che ogni singolo individuo si assuma la responsabilità della propria salute, della salute della propria famiglia e della comunità nella quale vive e lavora; uguale responsabilità deve essere anche presa dalla comunità nel suo complesso.

Questi sono i principi sui quali si basa il concetto di autoprotezione e di autoaiuto, secondo i quali tutti i membri della società, tutte le famiglie e le strutture sociali, hanno un determinato ruolo attivo. Il trattamento nei club degli alcolisti,

È così che si crea la rete territoriale di appoggio ai programmi di protezione e promozione della salute (NdR «Il lavoro nella comunità si traduce nel creare una fitta rete, quanto più possibile capillare, dei punti di appoggio per la protezione e la promozione della salute, per la lotta per la qualità della vita. Punti di appoggio nella rete territoriale sono tutti gli individui, famiglie, Club, organizzazioni, istituzioni pubbliche e private. Quando la rete raggiunge l’1% di densità nella popolazione inizia nella comunità locale un progressivo cambiamento della cultura sanitaria e generale nella comunità» (Vl. Hudolin, Sofferenza multidimensionale della famiglia, Padova, Eurocare, 1996, p. 162)).

Fra i fenomeni che possono rappresentare un pericolo nel raggiungimento di un corretto equilibrio ecologico, vanno segnalati i disturbi comportamentali e i disturbi cronici; in base alla loro frequenza e alla loro gravità, provocano disagi, sofferenze e squilibri.

Fra questi disturbi sono compresi anche quelli conseguenti al bere. Noi oggi tentiamo di risolvere questi disturbi in base alla teoria generale dei sistemi, studiando appunto i sistemi nei quali il disturbo si manifesta. Un tempo l’attenzione principale era rivolta al sistema familiare; oggi, oltre che alla famiglia, questa attenzione deve essere rivolta a tutti i sistemi che costituiscono la comunità.

Il Club degli alcolisti deve essere organizzato sul territorio e nelle aziende di lavoro e in tutte le altre comunità dove gli uomini vivono insieme per un periodo di tempo prolungato, come, ad esempio, le carceri, le caserme, le case di riposo, ecc.

Principi e metodi di lavoro

Inizialmente nei Club il metodo di lavoro era basato sui principi della comunità terapeutica, che si è poi venuta organizzando nel tempo come comunità multifamiliare (NdR La Comunità Terapeutica è stata ideata dallo psichiatra inglese Maxwell Jones nel 1947 e viene definita come «un gruppo di persone che si uniscono con uno scopo comune e che possiedono una forte motivazione come a provocare un cambiamento. Lo scopo della comunità terapeutica è la crescita intesa come individuale e processo sociale. Il compito è quello di aiutare un individuo a raggiungere il suo potenziale». G. Carcangiu, Vladimir Hudolin. Storia di una rivoluzione scientifica, Teoremauno (CA), Edizioni Senorbì, 2014, p.27.

Comunità Multifamiliare è la definizione del Club: «è composta da un minimo di due a un massimo di dodici famiglie, con problemi alcolcorrelati e complessi e da un «servitore-insegnante» ovvero un facilitatore volontario formato e aggiornato a tale compito». G. Aquilino, La formazione dei formatori nei programmi alcologici territoriali, metodo Hudolin, Foggia, Claudio Grenzi Editore, 2007, p. 45).

            Perché l’alcolista possa partecipare attivamente al trattamento è fondamentale che conosca bene il suo disturbo. Egli sa perfettamente cosa comporta il suo alcolismo nella vita di tutti i giorni e anzi, in questo, ne sa anche più dell’operatore. Però deve anche conoscere gli aspetti teorici del suo disturbo e deve essere aggiornato anche sulle più recenti scoperte scientifiche che interessano l’alcolismo.

Per questo motivo, parallelamente al trattamento, l’alcolista viene informato e istruito sul suo disturbo. L’alcolista acquisisce così le conoscenze fondamentali sull’alcolismo che vengono successivamente verificate mediante un esame.

Nello stesso tempo e congiuntamente il partner e i familiari, o qualche altra persona che ha il ruolo di familiare sostitutivo dell’alcolista nel trattamento, vengono inseriti nell’attività di gruppo e di formazione. Anch’essi devono superare l’esame finale di verifica. L’alcolista e la sua famiglia vengono adeguatamente istruiti su come sfruttare al meglio le proprie risorse personali al fine della migliore crescita e della migliore maturazione all’interno del Club degli alcolisti in trattamento.

All’inizio del trattamento nel Centro l’alcolista viene inserito nel Club «pilota» che si trova presso lo stesso Centro e contemporaneamente egli e i suoi familiari sono invitati a prendere contatto e a farsi soci del Club che frequenteranno una volta terminato il trattamento.

            Oppure tutto il trattamento può iniziare direttamente nel Club (NdR Non ha più senso parlare di trattamento in senso medico dato che non si parla più di malattia ma di «percorso di cambiamento».

Generalmente l’inserimento di una famiglia con problemi di alcol nel Club avviene direttamente o dopo un breve periodo di ricovero in ospedale del bevitore problematico o attraverso i servizi sanitari territoriali. L’inserimento diretto è la migliore modalità per iniziare il programma per i problemi alcolcorrelati e complessi. L’inserimento della famiglia avviene contemporaneamente al ricovero in ospedale. Al Club le famiglie possono arrivare attraverso varie vie. Importante che arrivino al più presto, possibilmente prima di avere problemi fisici, psichici, sociali, lavorativi).

La cosa migliore è organizzare un corso di 10-20 ore per l’informazione e l’istruzione per le famiglie che si inseriscono nei Club del territorio. Si evita così di dover ripetere il ciclo delle lezioni ogni volta che una nuova famiglia entra nel Club e si permette allo stesso di dedicarsi interamente all’attività che gli è propria.

Oggi abbiamo cominciato a organizzare le scuole territoriali per i nuovi membri e le nuove famiglie che entrano nei Club (NdR È l’unico passo in cui si introduce il concetto «nuovo» per allora di Scuola Alcologica Territoriale. Queste scuole da allora si sono molto sviluppate, ma non nella misura necessaria. Rappresentano una parte molto importante dei nostri programmi perché servono a dare alle famiglie dei Club informazione, formazione e aggiornamento continui.

Si articolano in 3 moduli: il 1° modulo è rivolto alle famiglie che sono appena entrate nel Club, è composto di 6-10 incontri, di 2 ore ciascuno, che si tengono di solito con frequenza settimanale. Gli incontri servono per acquisire informazioni, per confrontare esperienze, per trovare stimoli e conferme alla scelta e al percorso di cambiamento che stiamo iniziando. Naturalmente la frequenza alla Scuola si aggiunge alla frequenza al Club; il 2° modulo è rivolto a tutte le famiglie di un numero limitato di Club (4-5) di una specifica zona, si realizza in un unico incontro di 3-4 ore che si tiene una volta all’anno. L’obiettivo del modulo è di garantire a tutti l’aggiornamento su quanto di nuovo sta maturando all’interno del movimento; il 3° modulo è rivolto alle famiglie della comunità di un determinato paese o di un quartiere di una città con lo scopo di sensibilizzarle nei confronti dei problemi alcolcorrelati. APCAT Trentino, Centro Studi, «Cara famiglia, questo è il nostro Club…», 2009, p .17).

            In queste scuole ricevono l’educazione e l’istruzione di base tutte le famiglie, sia che siano entrate direttamente nel Club o che siano passate attraverso i servizi pubblici territoriali. La scuola sviluppa un programma basato su 10 incontri di 2 ore ciascuno, e ogni due anni dovrebbe organizzare, per tutte le famiglie incluse nei Club di un certo territorio, un breve corso di aggiornamento.

            A tutt’oggi in Croazia sono stati costituiti numerosi Club degli alcolisti in trattamento con moltissimi alcolisti, familiari e operatori; a tutti deve essere garantita l’informazione e l’istruzione di base. Anche in tutte le altre repubbliche e nelle regioni autonome della Jugoslavia sono stati costituiti Club degli alcolisti in trattamento. Come abbiamo già detto, è anche nata l’Associazione dei Club degli alcolisti in trattamento della Jugoslavia (NdR A causa della guerra serbo-croata (1991-1995) i Club, che in Jugoslavia erano circa 2000 prima della guerra, e l’Associazione sono andati quasi tutti distrutti. Stanno rinascendo: attualmente in Croazia sono circa 200).

Nel 1979 è iniziata la collaborazione con i colleghi italiani allo scopo di organizzare anche in Italia dei Club degli alcolisti in trattamento. Oggi se ne contano 1300, distribuiti in tutte le regioni e organizzati nella Associazione italiana dei Club degli alcolisti in trattamento (AICAT) (NdR Attualmente i Club in Italia sono circa 2000. Nel 2010 durante il Congresso Nazionale di Paestum, dopo un pluriennale scambio di opinioni, consultazioni e proposte, venne cambiato il nome in Club Alcologici Territoriali – Metodo Hudolin. E quindi anche l’Associazione cambiava il nome in Associazione Italiana Club Alcologici Territoriali Metodo Hudolin).

È stata costituita anche l’Associazione dei Club degli alcolisti in trattamento dell’Italia e della Jugoslavia che ha organizzato finora sei congressi italo-jugoslavi (NdR A causa della guerra serbo-croata (1991-1995) anche questa Associazione si è sciolta).

            Ogni Club lavora secondo il principio della comunità multifamiliare. Il numero massimo di famiglie, presenti in un Club, è di 12. Si può arrivare così ad una trentina di membri. Lo scopo fondamentale è ovviamente ottenere il cambiamento dello stile di vita delle famiglie coinvolte. L’incontro è a cadenza settimanale, lo stesso giorno e alla stessa ora. Il trattamento nei club degli alcolisti,

I Club che operano in una determinata zona si incontrano periodicamente, noi suggeriamo a cadenza mensile, in una sede precisa: sono gli Interclub zonali (NdR «È un momento molto importante della vita del nostro movimento. L’Interclub è l’incontro di tutte le famiglie dei Club di una zona. Un’occasione unica per confrontarci, per ritrovarci, per discutere difficoltà e successi del nostro cammino. È anche un’occasione particolare per far incontrare i nostri Club con la comunità di cui siamo parte» (APCAT Trentino, Centro Studi, «Cara famiglia, questo è il nostro Club…», Trento, 2009). Attualmente si fanno uno o due Interclub all’anno per zona).

Di solito viene scelto un argomento di discussione. Questi incontri favoriscono la conoscenza e l’amicizia reciproca.

Il contatto costante tra i diversi Club garantisce l’omogeneità della proposta di lavoro nel Club, permette lo scambio di esperienze, favorisce l’educazione sanitaria di un vasto gruppo sociale nella comunità.

Questi incontri sono di fatto una comunità multifamiliare se pur con qualche modifica e hanno un enorme valore ai fini del cambiamento dello stile di vita delle famiglie che periodicamente vi partecipano.

L’incontro mensile ha in più una forte valenza emozionale educativa e, come abbiamo visto, produce un cambiamento nella cultura sanitaria della comunità locale (NdR «La cultura sanitaria e generale rappresenta tutto quello che di organico, materiale e spirituale entra a far parte della vita individuale, familiare e sociale umana. Da questo punto di vista, la cultura sociale può essere vista come spiritualità antropologica, cioè composta da una parte materiale, organica, e una parte spirituale; tutte e due strettamente collegate, costituendo un’unità indivisibile» (Vl. Hudolin, cit., 2002, p. 96).

            Una volta all’anno si svolge il congresso nazionale dei Club (NdR Ogni anno i Club di una Regione diversa organizzano, in collaborazione con l’AICAT, il Congresso Nazionale dei Club. Ad ogni Congresso partecipano più di mille persone).

È l’Interclub nazionale dei Club degli alcolisti in trattamento; affronta ogni anno una diversa tematica legata all’alcol e ai Club. Fino a oggi in Jugoslavia si sono tenuti regolarmente i congressi e ogni appuntamento ha fatto registrare la presenza di alcune migliaia di persone.

I Club sono presenti e diffusi a rete, in tutto il territorio. Questo perché ogni alcolista possa avere un Club a non più di 20 chilometri dal luogo dove vive e lavora.

I Club vengono costituiti nei Comuni, nei comprensori e anche nei luoghi di lavoro. Il trattamento nei club degli alcolisti,

I Club svolgono anche attività sociali, ricreative, didattico-formative. In linea di massima è meglio però che le famiglie si inseriscano nelle normali attività organizzate dalle comunità locali; si evita così anche il rischio che l’attività nel Club porti all’alienazione e al distacco dalla comunità.

Una delle attività più importanti è il cosiddetto patronage (NdR È un vecchio termine della psichiatria sociale per indicare la visita a domicilio, oggi meglio definito come «visita agli amici»). Si tratta di visite che i membri del Club fanno ad altri membri in difficoltà o che sono ricaduti.

All’alcolista e alla sua famiglia è richiesta l’astinenza (NdR «Dall’inizio ci siamo riferiti all’astinenza come ad un sacrificio, come se la persona o la famiglia con problemi alcolcorrelati o il bevitore dovessero sacrificarsi e abbandonare un tipo di comportamento positivo e desiderabile. Non è così. Non si tratta di abbandonare qualche cosa, ma di evitare l’uso di una sostanza tossica che ha causato tante sofferenze a molte famiglie. […] Invece di astinenza, in futuro sarebbe preferibile parlare di sobrietà, cioè un comportamento positivo che non chiede a nessuno di abbandonare qualche cosa, ma di accettare una vita migliore: l’astinenza fa parte della sobrietà» (Vl. Hudolin, cit., 2002,119) totale e duratura.

Al lavoro nel Club partecipano operatori di varia professionalità: medici, professionisti diversi, operatori paramedici e volontari, naturalmente formati in modo adeguato.

La riabilitazione sociale dell’alcolista e della sua famiglia non si consegue nel Club, ma deve essere realizzata nella comunità locale.

Il grado di successo della riabilitazione non si misura solo sulla base dell’astinenza, ma anche e soprattutto sulla base della qualità delle interazioni tra l’alcolista e la sua famiglia e tra l’alcolista e la società (NdR «È un termine che non corrisponde a quello che accade nel Club. Forse sarebbe meglio parlare di un processo socio-culturale. È sbagliato pensare che la persona con problemi di alcol debba di nuovo inserirsi nella società, dato che non ne è mai stata realmente esclusa.

Il problema è che questa persona e i suoi familiari devono cambiare il loro comportamento, il loro stile di vita.

Non si tratta tanto allora di riabilitare i membri del Club quanto di cambiare la cultura sanitaria e generale della comunità.

In altri termini non si tratta di reinserire nella comunità le famiglie con problemi alcolcorrelati, ma di far sì che le famiglie possano crescere e maturare con comunicazione e interazione più produttiva nelle comunità nelle quali vivono e lavorano». (Vl. Hudolin, Sofferenza multidimensionale della famiglia, Padova Eurocare, 1995).

L’alcolista può essere un membro molto attivo del Club, ma questo non basta a dimostrare la sua riabilitazione.

Il Club deve essere presente nella comunità locale e nel luogo di lavoro: cioè nei luoghi dove l’alcolista vive e lavora.

Il Club non deve essere una realtà estraniata, separata, ma deve essere parte del programma della comunità per il controllo dei disturbi alcolcorrelati (NdR Hudolin pensava che ogni comunità dovesse avere i programmi per affrontare i problemi alcolcorrelati. Forse nella Croazia socialista di Hudolin esistevano questi programmi. In Italia sono stati i Club i promotori di programmi per il controllo dei disturbi alcolcorrelati. Dopo l’avvento dei Club sono nati i Servizi di Alcologia della sanità pubblica e sono sorti i primi Centri Alcologici Territoriali costituiti da risorse del pubblico e del privato: Comuni, Servizi Sanitari Pubblici, Club, Servizi Sociali, Forze dell’ordine, Scuole, ecc.).

Il Club si inserisce in questo programma con l’impegno di contribuire alla promozione della qualità della vita nella comunità locale e negli ambienti di lavoro. Diventa così un nodo fondamentale nella rete multidimensionale di protezione della salute e partecipa al cambiamento della cultura sanitaria della comunità in cui è inserito.

Il trattamento e la riabilitazione non hanno alcun senso se contemporaneamente non si provvede all’attivazione di programmi di prevenzione primaria.

Il Club va incluso in tali programmi e nelle attività di ricerca sia epidemiologiche che valutative e applicative.

Le ricerche epidemiologiche permettono di organizzare programmi territoriali per il controllo dei disturbi alcolcorrelati e di quantificare il bisogno di operatori e i tipi di servizi necessari.

Quelle valutative permettono di verificare costantemente i risultati del lavoro svolto.

Le applicative invece studiano e sperimentano diverse nuove possibilità di approccio al problema.

È chiaro che se il Club non è organizzato su base territoriale e non è presente negli ambienti di lavoro sarà in grado solo in parte di assolvere al suo compito.

Vi sono Club in diverse istituzioni, in ospedale ad esempio, o in zone molto estese e con eccessiva popolazione. Questi Club sono sì in grado di aiutare e sostenere gli alcolisti, ma non sono realmente integrati nella comunità e non ne possono migliorare la qualità della vita. Inoltre non possono partecipare efficacemente ai programmi territoriali.

La riabilitazione che, ricordiamo, va conseguita nella società e non all’interno del Club, si rende, a questo punto, molto difficile, anzi è pressoché impossibile.

Non sono naturalmente compresi in questo discorso i Club sperimentali e didattici, i cosiddetti Club pilota, organizzati nelle istituzioni che si occupano del trattamento degli alcolisti (NdR All’epoca esistevano Club «pilota» nelle istituzioni ospedaliere e in carcere, cioè quando non era possibile inserire le famiglie direttamente in un Club del territorio. Essi avevano scopi speciali di tipo «didattico». Esistono oggi in Italia Club di questo tipo in alcuni carceri; in alcuni reparti ospedalieri, che accolgono persone con problemi di alcol e applicano la metodologia Hudolin, le persone con problemi di alcol vengono inserite direttamente nei Club del territorio dove si trova l’ospedale, mentre i familiari vengono invitati a frequentare il Club del loro paese. La stessa cosa si fa per i familiari dei membri di Club nelle carceri).

I Club pilota servono a mostrare alla famiglia, mentre ancora l’alcolista è in trattamento presso la struttura ospedaliera o presso qualche altra struttura alternativa, come è possibile ricorrere al Club per proseguire il trattamento.

Anche questi Club pilota devono basare il proprio lavoro sugli stessi principi dei Club territoriali e averne la stessa qualità.

Anche in questi Club non si deve superare il numero di 12 famiglie.

Nello stesso tempo le famiglie vengono inserite nei Club territoriali.

Il Club degli alcolisti in trattamento è una realtà viva, dinamica, integrata nella società.

Nel lavoro si avvale costantemente dei risultati più recenti delle indagini scientifiche in campo medico, psichiatrico e sociale. Questo è possibile solo curando l’aggiornamento continuo degli operatori e dei membri del Club e garantendo la possibilità di scambi di esperienze tra gli operatori che lavorano in alcologia e fra i membri dei vari Club.

La descrizione delle modalità di lavoro e delle difficoltà che si incontrano all’interno del Club e che abbiamo esposto in questo manuale hanno un valore limitato nel tempo: con l’aumentare delle conoscenze, deve cambiare anche l’approccio pratico ai problemi alcolcorrelati. Inoltre le esperienze fatte sul campo contribuiscono ad arricchire la metodologia del trattamento e le modalità di lavoro nei Club territoriali.

L’estraniazione del Club dal territorio e il distacco dall’ambiente scientifico possono essere le principali cause delle difficoltà che si possono presentare.

Le difficoltà possono dipendere dai membri del Club, dagli operatori e dalla realtà territoriale nella quale il Club è inserito.

Le difficoltà possono presentarsi nel Club sia all’inizio che durante tutto il suo evolvere.

Gli operatori, sia professionisti che volontari, segnalano spesso le difficoltà che si incontrano nell’organizzare un Club degli alcolisti in trattamento, sia per la mancanza di tempo che per la necessità di assicurarsi il sostegno attivo delle istituzioni e dei servizi socio-sanitari.

Bisogna infatti riconoscere che vi sono determinate difficoltà nell’organizzare un Club; il Club deve avere l’appoggio della comunità e in questo senso le difficoltà che si presentano oggi non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle che si incontravano trent’anni fa.

Per poter costituire un Club sono sufficienti due famiglie nelle quali vi siano problemi alcolcorrelati e un operatore interessato e disponibile.

            Nel Club entrano poi sempre nuove famiglie e quando il loro numero arriva a 12, il Club si deve dividere (NdR In realtà i Club con la divisione si moltiplicano, da uno diventano due, e quindi è più giusto usare il termine moltiplicazione, oggi più diffuso. È una delle 5 regole base del funzionamento del Club (oggi un poco trascurata), che dovrebbe scattare quando il Club ha raggiunto almeno le 8 famiglie (fino al massimo di 12 come indica Hudolin) o almeno una volta all’anno); con un numero maggiore di famiglie il Club non potrebbe lavorare correttamente.

La divisione deve essere effettuata in modo tale che gli alcolisti astinenti da lungo tempo e gli alcolisti astinenti da poco siano equamente distribuiti nei due nuovi gruppi.

È bene che nello stesso Club vi sia equilibrio tra maschi e femmine, tra anziani e giovani.

         Il Club deve assomigliare alla comunità nella quale è presente.

            Una volta nato, il Club viene incluso nell’associazione territoriale o zonale dei Club degli alcolisti in trattamento; tutti i Club si riconoscono nell’Associazione regionale e in quella nazionale dei Club degli alcolisti in trattamento.

La riunione di Club non deve durare più di un’ora, un’ora e mezzo, e nel corso dell’incontro bisogna dare la possibilità a tutti i membri di partecipare attivamente. Questo sarà possibile solo se il Club non è eccessivamente numeroso.

Ogni membro del Club dovrebbe avere un suo incarico specifico: presidente, segretario, tesoriere, conduttore, responsabile del patronage, responsabile per le riunioni, ecc. In un Club troppo numeroso anche questo non sarebbe possibile.

  1. possono entrare direttamente a far parte del Club, o possono esservi inviati dal medico, dall’assistente sociale, dall’infermiere professionale, dagli amici, dai familiari, o ancora possono associarsi durante il trattamento ospedaliero o territoriale (NdR Le Associazioni dei Club e le famiglie dei Club dovrebbero far conoscere l’esistenza dei Club attraverso la testimonianza dei propri membri nella comunità, la rete territoriale, i mass media, il contatto diretto, le feste analcoliche, ecc. Il modo più diffuso secondo la banca nazionale dei Club è il «passaparola»).

I servizi che si occupano del trattamento degli alcolisti dovrebbero inserire i propri pazienti e le loro famiglie nel Club, se è possibile ancora prima dell’inizio del trattamento, e in ogni caso appena il trattamento inizia.

Se l’alcolista non può entrare subito nel Club perché il suo stato di salute non lo permette, i membri della sua famiglia devono essere invitati a farsi soci del Club; in un primo tempo parteciperanno agli incontri del Club anche senza la presenza del loro familiare ricoverato.

Numerose difficoltà nel lavoro con gli alcolisti e con il gruppo familiare sorgono proprio per il ritardato inserimento nel Club.

Come abbiamo già detto il trattamento nel Club ha carattere sistemico e richiede l’inserimento di tutta la famiglia.

Se l’alcolista e i membri della sua famiglia raggiungono, con un qualche trattamento, una apparente tranquillità, sarà più difficile motivarli a entrare nel Club.

Quando un approccio inadeguato ha compromesso l’inizio del trattamento, l’operatore capace ed esperto dovrà provocare una nuova crisi e ripartire da capo.

Quando l’alcolista si trova in una situazione di crisi è più facilmente motivabile al trattamento.

         L’inserimento dei familiari nel Club degli alcolisti può comportare svariati problemi. Molto spesso i familiari ripetono di non essere alcolisti e di non vedere perciò la ragione di entrare nel Club.

Questa difficoltà si può superare con un colloquio iniziale ben condotto con il gruppo familiare possibilmente al completo (NdR Prima di entrare in un Club ogni famiglia ha un colloquio con il servitore-insegnante di quel Club. Può succedere che la famiglia abbia già avuto in precedenza altri colloqui per una possibile frequenza al Club, ad esempio con operatori sanitari o sociali di base, con un Servizio di Alcologia, ecc., ma l’unico vero primo colloquio per l’entrata nel Club è con il servitore-insegnante del Club. Del resto è abbastanza ovvio che solo il servitore-insegnante del Club può discutere del Club con la famiglia che vi sta entrando. Peraltro le cose ovvie non sempre accadono… È utile che il primo colloquio avvenga nello stesso giorno in cui si tiene l’incontro di Club, possibilmente una mezz’ora prima e nella sede del Club. In questo modo sarà più semplice per la famiglia transitare direttamente nel Club e si limiteranno i rischi di primi colloqui che durano due ore…

In realtà un primo colloquio è bene non superi la mezz’ora. Ci sarà poi tutto il tempo di proseguire il dialogo dentro il Club nelle settimane e nei mesi successivi.

Nel primo colloquio il servitore-insegnante è attento a: creare un clima di empatia e di amicalità; raccogliere in sintesi la storia della famiglia; permettere alla famiglia di esprimere eventuali problemi particolari che in una fase iniziale può avere difficoltà a esprimere in Club; far emergere nella famiglia l’esistenza di problemi alcolcorrelati e problemi complessi e che questi problemi riguardano tutta la famiglia; spiegare cosa è un Club insistendo in particolare sull’approccio familiare; informare delle regole base di funzionamento del Club e in particolare dell’esistenza e dell’importanza delle scuole alcologiche territoriali.

Di solito la famiglia arriva ad un primo colloquio in crisi ed è quindi più disponibile ad accettare quanto le viene proposto. È un’occasione da non perdere per coinvolgere nel Club tutta la famiglia a tutti gli effetti. Anche nella decisione di non bere; che naturalmente non è presentata come una specie di buona azione verso chi ha il problema, ma come una scelta solidale di tutta la famiglia per affrontare assieme un problema che è di tutti e che comunque riguarda la promozione e la protezione della salute di ciascuno (APCAT Trentino-Centro Studi, Ruolo e compiti del coordinatore e dei conduttori di gruppi, Manuale dei conduttori del Corso di Sensibilizzazione ).

Sarà più facile ottenerne la collaborazione se la famiglia è in una situazione difficile e desidera uscirne.

Se l’alcolista, in qualche modo, ha superato la crisi, sarà molto difficile convincerlo a iniziare il trattamento, e quindi bisognerà aspettare una nuova crisi, oppure, come abbiamo già detto, bisognerà provocarla.

Sarà opportuno anche fornire ai familiari un’adeguata informazione sull’alcolismo e sul significato del trattamento.

Quando sono stati fondati i primi Club, gli alcolisti li evitavano nella convinzione che, associandosi ai Club, avrebbero peggiorato la loro situazione familiare e sociale, che già era grave. Anche in altri Paesi si sono avute esperienze simili: Sonnenstuhl J.W. (1986) ha descritto le difficoltà che si sono incontrate negli Stati Uniti a far accettare, nelle aziende, programmi destinati a persone con problemi e difficoltà emotive, ivi compreso l’alcolismo.

La società deve farsi carico della protezione e della promozione della salute, al fine di assicurare una migliore qualità della vita nella comunità.

Anche il controllo dei disturbi alcolcorrelati fa parte della protezione generale della salute.

Sul territorio e nel mondo del lavoro, dove di regola dovrebbero essere attivati i programmi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, vanno predisposti anche i programmi di controllo dei disturbi alcolcorrelati.

***

Appropriata e interessante a proposito del bere moderato un commento del dr. Emanuele Sorini:

“E’ proprio vero che spesso l’umanità non impara dalla propria storia!!

Questa ricomparsa del “bere consapevole”, e solo del vino, guarda caso (prodotto che ha avuto in Italia negli ultimi 40 anni riduzioni di almeno il 50% rispetto a prima, con evidente impatto economico negativo per chi produce) ci riporta solo a vecchie e superate discussioni che, per chi come noi vive da tempo nei programmi di promozione della salute, sembravano ormai appartenere al passato.

Oggi la letteratura scientifica internazionale (faccio riferimento naturalmente ai documenti OMS, all’agenzia internazionale IARC, che chiunque può consultare in rete) non è mai stata così concorde nel definire l’alcol come una sostanza tossica e cancerogena per il nostro organismo molto frequentemente con rapporto diretto danno-quantità, come per ad esempio per il tumore del seno nelle donne.

Non dimentichiamo che, ormai, il mondo scientifico internazionale ha introdotto il concetto di alcol/vita cioè la quantità di alcolici consumata nell’intera esistenza. Più cresce questo quantitativo, maggiori saranno agli effetti fisici negativi e i problemi alcolcorrelati individuali ed anche dell’intera comunità.

Se parliamo di giovani, è evidente che qualunque tentativo di “riposizionare il vino tra i giovani” appare a dir poco fuori dai tempi.

Oggi i giovani, insieme gli anziani, nonostante la forte riduzione dei consumi di alcolici in Italia, sono ancora le due categorie più a rischio nella nostra popolazione, ambedue anche per evidenti incapacità biologiche di smaltire la sostanza alcol nell’organismo (gli uni per la precoce età e gli altri per la diminuzione del meccanismi enzimatici nel corso del tempo).

Parlare di bere consapevole nelle scuole è sicuramente illegale (art, 13 della legge 125/01, che vieta la pubblicità sotto i 18 anni), come pure è illegale che iniziative educative siano lasciate nelle mani di chi detiene poteri commerciali.

Non dimentichiamo che l’OMS nel suo Piano d’Azione ha affermato, con chiarezza (e si tratta di documenti scientifici europei) che il mondo produttivo non può essere coinvolto nella realizzazione di programmi di promozione della salute, considerati, aggiungo io, i divergenti obbiettivi finalizzati all’incremento e non alla diminuzione dei consumi medi pro-capite.

Anche nel recente Piano Europeo 2012-2020 – Comitato Regionale per l’Europa EUR/RC61/13 Sessantunesima sessione +EUR/RC61/Conf.Doc/6 Baku, Azerbaigian, 12-15 settembre 2011 -sulla disponibilità di alcolici si scrive quanto segue:

“Disponibilità dell’alcol”

60. Gli studi dimostrano che più l’alcol è disponibile, più se ne consuma e maggiore è il danno che ne deriva. Realizzare anche piccole riduzioni della disponibilità dell’alcol può portare a benefici di salute e a diminuire la violenza e i danni a persone diverse dai bevitori. Per raggiungere questo obiettivo è richiesta un’azione concertata tra le autorità nazionali, gli uffici che predispongono le licenze, la Polizia, le istituzioni della giustizia penale e il settore sanitario.

61. Per tutta la durata del presente Piano d’Azione, gli Stati dovrebbero, quando necessario, limitare o ridurre la disponibilità di alcol e assicurare che le norme sulla limitazione della vendita di alcolici alle persone ubriache e ai minorenni siano sempre più applicate da tutte le parti coinvolte.

I giovani dovrebbero venire a contatto con programmi che comincino a evidenziare i lati positivi del non consumo e degli stili di vita alternativi. Un non consumo tra l’altro previsto anche legislativamente fino a 18 anni. Non dimentichiamo il divieto di somministrazione e mescita di alcolici ai minori di 18 anni che sono le nostre recenti indicazioni legislative.

Ma come possiamo parlare di bere consapevole e per trascinamento anche di gioco d’azzardo consapevole oggi slogan altrettanto pubblicizzato per difendere i produttori di slot!…

Al contrario già tanti anni fa l’OMS, nel comunque attualissimo documento della Carta Europea 1995, segnalava al punto 5: Tutte le persone che non desiderano consumare bevande alcoliche o non possono farlo per motivi di salute o per altre ragioni, hanno diritto ad essere salvaguardate nel loro comportamento di non bere.

Questo per sottolineare che, in realtà, i programmi da realizzare con i giovani, ma anche per l’intera comunità, sono quelli che mirano alla protezione della propria salute e alla difesa del comportamento di non consumo (da sottolineare come scelta intelligente di salute e non come PROIBIZIONISMO). Quanti programmi in questa direzione non sono ancora stati fatti e dovrebbero essere attuati secondo le direttive internazionali comprese le scuole.

Il bere consapevole fa solo riferimento ad una nostalgia storica della generazione passata, che ricorda con piacere il buon vino di campagna etc.: non dimentichiamo che allora – e questo non si dice mai – l’Italia aveva 50.000 morti all’anno per alcol prevalentemente per il vino, e consumi medi pro-capite più che doppi rispetto agli attuali.

Allora si moriva di più: proprio nel tempo bucolico del bere moderato e consapevole di allora tanto evocato dai produttori. Loro sanno comunque che è così e vorrebbero ritornare a quei consumi dove il commercio era più fiorente ma dove per conseguenza guarda caso tutto era peggio dal punto di vista del benessere della comunità. Oggi grazie a nuovi stili di vita della popolazione, abbiamo consumi più bassi e di conseguenza problemi e disagi alcolcorrelati inferiori (siamo oggi l’ultimo paese europeo per consumi pro-capite di poco sopra i 6 litri/anno di alcol anidro pro-capite rispetto ai 16-17 L/anno o più dei tempi passati).

Non finisco di meravigliarmi che responsabili e docenti di una scuola cadano purtroppo in queste trappole dalla facciata bonaria della difesa di tradizioni e cultura locale ma con dietro il “peloso” interesse di una propaganda commerciale decisamente scorretta e a mio avviso impraticabile legislativamente oggi in Italia.

L’OMS ha da sempre sostenuto il messaggio “Alcol, meno è meglio” ma non certo per insegnare a bere moderato consapevole od altro. Lo slogan e riferito con chiarezza alla riduzione complessiva dei consumi nelle popolazione europea che non dimentichiamo è al primo posto nel mondo per consumi di bevande alcoliche.

Ridurre i consumi tra la gente significa però fornire messaggi chiari sul rischio alcolcorrelato che oggi più che mai è scientificamente documentato dai primi bassi consumi anche se naturalmente a percentuali minori rispetto a consumi più elevati.

Conoscere che questa sostanza può provocare disagi e problemi anche a basso dosaggio è il vero messaggio da fornire a tutti, soprattutto ai giovani una delle fasce di età che va maggiormente protetta.

In 30 anni di lavoro non ho mai dato ricette sul consumo tanto meno consapevole a nessuna persona ma ho sempre lavorato per diffondere il più possibile questi messaggi incontrovertibili sui rischi e i danni alcolcorrelati.

Ai cittadini poi la sacrosanta libera scelta di fare ciò che si ritiene riflettendo però anche sui possibili danni agli altri di queste proprie decisioni oltre che a sé stessi.”

Dr. Emanuele Sorini

legggi l’articolo precedente https://acatbrescia.it/i-club-degli-alcolisti-in-trattamento/

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4 commenti su “IL TRATTAMENTO NEI CLUB DEGLI ALCOLISTI”

  1. RIFLESSIONI 20° USCITA

    Entriamo nel vivo del metodo,dove Hudolin ci fa spettatori della sua grande idea,per poi renderci partecipi fautori del sistema Club.
    Interessante leggere di come lui stesso metta in grande evidenza la necessità di formazione ancor prima e insieme all’entrata nel Club della famiglia tutta.Produce quindi l’organigramma ben preciso delle Scuole Alcoliche Territoriali di 1°,2°,3° modulo,gli Interclubs e i Corsi che tutti conosciamo,ma che i più ormai considerano superflui.Lui invece superflui non li considerava, anzi,li poneva come BASE DI PARTENZA E DI GIUSTA CONTINUAZIONE.
    E qui forse arriva proprio il limite concettuale del metodo Hudolin,che sta nel non obbligare nessuno a fare niente, è tutto richiesto in forma volontaria.
    Infatti,se si legge questa uscita, c’è un passaggio che,se preso fuori dal contesto, sembra cinismo allo stato puro,ma che invece è ampiamente giustificato proprio dal limite sopra citato:
    “Quando un approccio inadeguato ha compromesso l’inizio del trattamento, l’operatore capace
    ed esperto dovrà provocare una nuova crisi e ripartire da capo.
    Quando l’alcolista si trova in una situazione di crisi è più facilmente motivabile al trattamento.” Per capirci si tratta di provocare volutamente una ricaduta!
    Ciò fa capire che forse siamo troppo accomodanti a far sì che ogni famiglia decida di suo la propria partecipazione al Club ed all’Associazione, parzializzando così un programma ben definito e pensato, che non obbliga in nulla,ma che ha bisogno di essere completato in tutti i suoi aspetti per regalare gioie e soddisfazioni a 360°,e soprattutto per dare continuità di vita ai Clubs stessi.
    È necessario che tutti i partecipanti di Club capiscano l’importanza di ognuno di noi come parte attiva del Club stesso,e dell’Associazione,se vogliamo che tutto questo viva a lungo e si spera per sempre.

    Bruno.

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  2. Questo Capitolo introduce in modo chiaro la Metodologia di Hudolin. Dopo anni di studi effettuati direttamente nelle cliniche in cui ha alacremente lavorato, ha sviluppato il suo Metodo. Importantissima è la preparazione delle famiglie che partecipano ai Club e ovviamente anche la preparazione degli insegnanti servitori. Fondamentale è la partecipazione a tutti i corsi dei 3 moduli, senza questa preparazione non si può costruire il percorso intrapreso. Non servono lauree o altri diplomi, tutti possono frequentare i vari moduli, è veramente adatto a tutte le persone di qualunque livello culturale. Importantissima è la frequenza alle serate settimanali dei Club, sono alla base di tutto il percorso. Un aspetto forse trascurato è la partecipazione attiva. Non è sufficiente presenziare alla serata di Club senza una carica attiva di partecipazione, non è sicuiramente produttivo anzi è una interruzione o una pausa che non ci fa progredire. Il cambiamento si ottiene con pazienza ed impoegno attivo costante, la sobrietà è un valore incalcolabile, ma si ottiene solo ed esclusivamente con il nostro impegno quotidiano. Gerardo.

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