I CLUB DEGLI ALCOLISTI IN TRATTAMENTO

Uscita Diciottesima 4.1 – Storia e sviluppo dei Club

4.1.a – Introduzione Angelo Tedioli – servitore insegnante di Club degli alcolisti in trattamento

Dal 1991 a oggi

La storia dello sviluppo dei Club descritti nei capitoli è iniziata con l’apertura del primo Club a Zagabria nell’aprile del 1964, fino al 1990, anno in cui viene data alle stampe la prima edizione di questo manuale.

Questa prima parte, scritta direttamente dal Professore, viene lasciata nella versione originale con la sola aggiunta delle note necessarie a integrare la terminologia a quella corrente all’inizio del 2015.

Il periodo in esame gode della guida autorevole e indiscussa di Visnja e Vladimir Hudolin. Intorno a loro è venuto sviluppandosi l’intero programma, sostenuto anche da una sempre più nutrita schiera di professionisti e no, cresciuti, quasi allevati, alla luce del loro appassionato insegnamento.

Senza l’impegno di una vita intera dedicata dalla famiglia Hudolin alla causa delle famiglie con problemi alcolcorrelati e complessi e, più in generale, ai programmi alcologici territoriali, tutto quello che si è detto e si dirà sui Club, sulla loro storia e sulla loro diffusione non avrebbe senso, così come non sarebbe comprensibile, né tanto meno possibile, il divenire stesso dei programmi.

A loro, alla loro intuizione e alla loro tenacia va l’immensa e affettuosa gratitudine di centinaia di migliaia di famiglie e di migliaia di servitori-insegnanti sparsi nei cinque continenti.

Le loro intuizione e le loro proposte hanno alimentato lo sviluppo del sistema ecologico dei Club

degli alcolisti in trattamento, stimolandone e supervisionando il continuo cambiamento e determinandone lo sviluppo e il divenire.

Come purtroppo spesso accade, proprio questa guida tanto autorevole quanto unificatrice, cui ci siamo affidati fiduciosi, quasi affascinati dalla originalità della proposta, sostenuta dai sentimenti di affetto e gratitudine, ha fatto in modo che non si venisse sviluppando un processo di amicizia e condivisione orizzontale tra i loro più stretti collaboratori, atto a creare le condizioni per funzionare anche quando gli Hudolin ci avrebbero lasciati.

L’intero sistema era venuto sviluppandosi in «dipendenza» dalle loro intuizioni e dalla loro personale supervisione, accettate peraltro entrambe, anche se qualche volta avversate e attuate malvolentieri, magari in previsione che noi tutti, a gioco lungo, avremmo capito; questo fatto, ovviamente, ha fortemente condizionato tutto il successivo divenire del sistema associativo e formativo dei Club degli alcolisti in trattamento.

All’inizio degli anni Novanta, dove di fatto si ferma la descrizione della seconda edizione di questo manuale, il sistema dei Club è in forte crescita.

Spina dorsale di questo sviluppo sono i «Corsi di Sensibilizzazione all’Approccio Ecologico Sociale ai Problemi Alcol correlati e Complessi». Fin dall’inizio questi corsi vengono diretti dal Professore e vengono attuati in gran numero per produrre

i servitori-insegnanti necessari all’apertura dei nuovi Club.

Attraverso il lavoro nello staff dei corsi passa anche buona parte della formazione dei formatori, sostenuta e completata dal «Corso di Perfezionamento in alcologia» (la cosiddetta scuola delle 300 ore), anch’esso diretto di persona dal Professore.

È così che prende forma, anche concettuale, quella formazione fatta sul campo, mentre si fa, che così profondamente caratterizza il sistema dei Club, comprendendo anche parte delle attività necessarie a formare quelle persone che si dedicheranno con maggiore assiduità all’attività formativa, i cosiddetti «formatori».
Il Professore, in collaborazione con la moglie, che nei corsi si dedica alla supervisione del lavoro dei gruppi, dirige in Italia trenta e più corsi all’anno; va da sé che tutto questo lavoro, destinato ad aumentare con il progressivo forte sviluppo dei programmi, porterà di conseguenza ad una sempre maggiore necessità di corsi e a lungo andare finirà col logorare fisicamente gli Hudolin, con le conseguenze immaginabili sui programmi ma, come spesso accade, ciò che è immaginabile non sempre appare accettabile e utile a informare le scelte di prospettiva.
Intorno alla famiglia Hudolin interi programmi territoriali nascono e si sviluppano radicandosi nei territori e nelle comunità locali, producendo centinaia di Club, parallelamente vengono consolidandosi competenze e sensibilità organizzative e formative che potranno essere messe al servizio dello sviluppo futuro del sistema.

L’immagine metaforica è quella della «famiglia»: un nutrito gruppo di «figlioli» che, forti dell’insegnamento, della guida e della supervisione del «padre», potranno camminare con le proprie gambe, sostenendo, da una parte la forte richiesta di sviluppo che veniva dai programmi territoriali e, dall’altra, sollevando parzialmente gli Hudolin dall’attuazione diretta del lavoro di sensibilizzazione e di formazione dei formatori, necessario per alimentare con continuità la diffusione territoriale e la crescita dei Club degli alcolisti in trattamento

Quando ci sono di mezzo «figlioli» e «padri», la partecipazione alla ricchezza prodotta dallo stesso operare del «padre» può sembrare anche una volontà di estromissione, anche se ciò non è mai entrato nelle intenzioni di quei «figlioli» che hanno manifestato questa necessità/ disponibilità. Già nel 1993 la pace e l’unicità dell’intero programma vacillano, fino al punto che la famiglia Hudolin non è presente, unico caso nell’intera storia degli Hudolin, al «2° Congresso Nazionale delle famiglie e degli operatori dei Club degli Alcolisti in Trattamento», celebrato a Trento dall’1 al 3 ottobre.

Quei figlioli non demordono e, forti dell’insegnamento ricevuto e determinati a metterlo fedelmente in atto, danno il via ai primi corsi di sensibilizzazione tenutisi in assenza degli Hudolin.
Il resto lo fa la genialità con cui è venuto strutturandosi il corso di sensibilizzazione, meccanismo perfetto (una sinfonia lo definiva la Professoressa Hudolin) che, se usato con fedele rigore, porta a ottimi risultati quasi indipendentemente dai corsisti e dallo staff.

Nell’anno 1992 a Trento il primo corso di sensibilizzazione realizzato con successo, in assenza del Professore, cui fa seguito l’apertura di alcuni Club, conferma che l’insegnamento di Hudolin, l’apprendimento appassionato dei nuovi direttori e la sua rigorosa applicazione, erano maturi per mettersi al servizio di una nuova forte spinta allo sviluppo del sistema, senza che ciò mettesse minimamente in discussione l’autorevolezza della guida, mostrandone anzi tutta la solidità e la lungimiranza.

Anche nella storia contano sentimenti ed emozioni personali: mentre da una parte quei «figlioli», forti dei buoni risultati ottenuti in termini di apertura di nuovi Club, si sentono sempre più in grado di agire in modo adeguato, rigoroso e autonomo, dall’altra questo atteggiamento alimenta sentimenti di non rispetto che si interpongono sempre più fortemente tra le persone. È sulla scia di questi sentimenti che inevitabilmente, in un sistema fortemente legato emotivamente, vengono a costituirsi aree di pensiero diverse che portano, a seconda delle diverse sensibilità e vicinanze, al formarsi, tra i formatori principalmente, di due gruppi distinti.

Da una parte chi sostiene le ragioni della necessità e inevitabilità di questo sviluppo e, dall’altra, chi si sente più vicino alla famiglia Hudolin e che, concretamente, continuerà a chiedere loro di dirigere i corsi di sensibilizzazione fino a pochi giorni prima della sua morte, sviluppando inevitabilmente, gli uni e gli altri, sentimenti, risentimenti e sensibilità che vanno progressivamente divergendo e diversificandosi, anche se a detta delle famiglie, non cambia la natura del Club degli alcolisti in trattamento.

Si tenga presente che sono solo del 1996 le prime e uniche indicazioni di Hudolin (quindi alla vigilia della sua morte) sul come scegliere e come definire il percorso formativo dei direttori dei corsi di sensibilizzazione, a manifestazione del ritardo con cui questa questione viene affrontata. (NdR Trieste 1-2 giugno 1996, «Corso nazionale di aggiornamento dei servitori-insegnanti nel sistema ecologico-sociale», ATTI, p. 47 — e ancora — Vl. Hudolin, Disagi alcol correlati vecchi problemi umani, Introduzione a G. Merigo, A. Schiavi, S. Cecchi e G. Monesi, Ricominciare insieme, Cassapadana (BS) 1997, p. 34).

Questa rappresentazione del divenire storico del sistema, ancorché parziale, è destinata solo a dare ragione delle tendenze in gioco e si guarda bene dal chiudere gli attori in schemi comportamentali rigidi; alcuni lo hanno fatto, altri come sempre hanno fatto il loro meglio, tutti con le migliori intenzioni.

Il 26 dicembre del 1996, dopo alcuni anni di malattia e di sofferenza, Vladimir Hudolin muore nella sua Zagabria.

Il sistema rimane senza la sua guida, le sue intuizioni, la sua umanità rigorosa ed esigente, ma anche senza uno strumento condiviso e collaudato che consenta di «governare» e alimentare lo sviluppo dei Club e di garantire l’unicità del sistema, specialmente nell’ambito vitale della formazione.

Ovviamente a tutto ciò vanno sommate le specificità di ognuno di noi, con le sue sensibilità, le sue ruggini, le sue miserie, con tutto quanto ci siamo detto o taciuto, con le nostre ragioni, i chiarimenti mai offerti o ricercati; come in ogni famiglia che si rispetti gli «eredi» finiscono col litigarsi il patrimonio correndo il rischio dello smembramento, nella reciproca presunzione di essere depositari legittimi del lascito.

Affiorano anime diverse nel sistema che diventano progressivamente divergenti, facendo venir meno anche la disponibilità al lavoro comune che certamente avrebbe potuto nutrire la parte relazionale e amicale, necessaria per cercare di superare le difficoltà in un clima di condivisione in cui le diversità si sarebbero potute tradurre in ricchezza.

Il motivo del contendere sembra assestarsi intorno alla questione della «Scuola di Perfezionamento in Alcologia» (o delle 300 ore), a più riprese indicata da Hudolin come passaggio ovviamente necessario nella formazione dei futuri direttori, oltre che come strumento di approfondimento e di crescita di «secondo livello»; si mette in discussione la lunghezza (300 ore), i costi, l’accessibilità,
L’utilità effettiva e l’organizzazione, troppo centralizzata.

Personalmente ritengo che si debba anche considerare il carattere per così dire «conflittuale» della proposta ecologico sociale, fortemente legata al divenire della cultura generale e sanitaria della comunità (la cosiddetta «spiritualità antropologica» in termini hudoliniani), e aperto ai risultati delle ricerche che vengono prodotte nel divenire dinamico della comunità.

Va da sé che questa prospettiva vincola l’intero sistema ecologico dei Club ad uno sforzo continuo destinato non solo a rimanere nel flusso della storia, ma a coltivare la presunzione di determinarne il divenire nell’ambito della promozione e della protezione della salute, attraverso il manifestarsi nella comunità del lavoro e dei processi di crescita e di maturazione delle famiglie dei Club degli alcolisti in trattamento.

Per rimanere fedeli all’intuizione di Hudolin bisogna continuamente superare questa dialettica. È così necessario inventarsi continuamente la capacità e le modalità per stare nel divenire storico delle nostre comunità, concorrendo, per quanto di nostra responsabilità, a determinarne il divenire e gli stili di vita.

Mancando una forza unificante, a cui tutti potessero demandare l’interpretazione puntuale dei cambiamenti e le direttrici di lavoro, queste «contraddizioni», fondanti e costitutive dell’Approccio Ecologico Sociale, hanno portato a interpretazioni diverse.

Alcuni hanno sviluppato un atteggiamento per così dire «filologico» nell’utilizzo del patrimonio ricevuto; se da una parte ha il pregio di ricercare l’interpretazione e l’attuazione fedele del significato delle indicazioni hudoliniane, dall’altra corre però il rischio di aderire scarsamente all’anima evolutiva in essi fortemente presente, rallentando i processi di collegamento con le innovazioni sociali.

Altri hanno posto l’accento più sulla parte evolutiva dell’insegnamento di Hudolin che, certamente, ha il pregio di stare nei processi di sviluppo sociale in modo fortemente «ecologico», ma che corre il rischio di allontanarsi e/o di dimenticare le radici metodologiche, avendo la necessità di superare continuamente le indicazioni troppo vincolanti e legate al tempo.

Come a dire: se vuoi essere con Hudolin devi cambiare e se cambi corri il rischio di dover superare Hudolin e, magari, nello slancio, andare anche fuori dalle ragioni fondanti lo stesso Approccio Ecologico Sociale.

Questa è la migliore tradizione hudoliniana in cui l’uso del «paradosso» ha costretto tutti noi a cambiare, insegnandoci a non rimanere prigionieri delle nostre intuizioni, a non diventare interpreti «ortodossi» di una qualsiasi gabbia ideale, ma a esercitare continuamente la comprensione delle persone e dei processi, e imparando la pazienza.

Tutti ricordiamo Hudolin che ci diceva di provarci «settanta volte sette» e a chi chiedeva:

«E poi?», rispondeva: «Si ricomincia».

            L’approccio è familiare, ma nel Club non si rifiuta nessuno, neanche se apparentemente solo, lavorando per offrire il Club a tutta la famiglia.

            Nel Club si propone di risolvere il proprio legame con l’alcol, ma sono accolte anche persone che continuano a consumare alcolici, il tempo e la pazienza poi daranno il risultato.

            Il servitore-insegnante, un servitore, che presta servizio nel Club e che però insegna nella Scuole Alcologiche Territoriali.

  1.          Il lavoro è rivolto all’intera comunità, e il cambiamento dello stile di vita viene proposto esclusivamente attraverso il manifestarsi della crescita e della maturazione delle famiglie.        
  2. Le associazioni sono necessarie, ma servono a ridare dignità alle famiglie: il lavoro associativo è parte integrante dei processi di cambiamento delle famiglie e questi processi devono, pertanto, essere mantenuti scevri da qualsiasi manifestazione di potere delle cariche e personale.

E via così, attraverso il conflitto produttivo a impegnare la nostra elasticità, la nostra capacità e disponibilità a non vincolarci troppo a nessuna idea in modo assoluto ed escludente, trasformandola così in ideologia, ma coltivandone continuamente la contraddittoria ricchezza.

Tornando alla storia,
Dopo la morte di Hudolin le due «anime» elaborano le proprie distinte propensioni e coltivando una separatezza ideale e operativa sempre più evidente.

In quegli anni si manifesta anche un’altra posizione, rappresentata da un piccolo gruppo di amici i quali pensano che per poter lavorare al meglio con le famiglie ed essere utili, servire alle nostre comunità, sia necessario che tutte le interpretazioni trovino spazio nell’associazione e che, anzi, ne costituiscano l’anima, unica e vitale, che si arricchisce proprio nel coltivare continuamente le diversità, riducendole a ricchezza attraverso il dialogo continuo e la comprensione reciproca, rifuggendo sempre da qualsiasi estremizzazione che porta fatalmente all’esclusione di qualcuno.

Un’associazione «terza», dedita esclusivamente al bene delle famiglie e dei Club e, pertanto, sottratta alla regola devastante dell’alternanza dei prevalere incrociati, gelosamente difesa da tutti come spazio di appartenenza comune, è l’unico spazio dove ciò può essere possibile.

Non il «vogliamoci bene» sciocco e informe di chi non sa stare nei conflitti, anzi, al contrario, un impegno perseverante di chi sa che solo stando in un confronto continuo si può costruire e manifestare la pace e la forza del cambiamento. I mezzi con cui lavoriamo devono essere rigorosamente congruenti con il fine che intendiamo perseguire, pena l’impossibilità di perseguire alcun fine.

La presenza disponibile e quasi materna di Visnja Hudolin, verso cui nutriamo un grande debito di gratitudine per l’umanità e per lo spessore scientifico con cui ha saputo attendere all’organizzazione dei programmi, impedisce il manifestarsi aperto di questo contrasto, che rimane nella cerchia ristretta della formazione e dell’associazione e di cui le famiglie dei Club poco o niente sanno o interessa.

Il 15 aprile 2008 ci lascia anche la Professoressa, porta con sé tutto il nostro affetto e la nostra gratitudine ma, anche, l’ultimo baluardo riconosciuto, ma troppo personalizzato, a difesa dell’unicità del sistema.

Poco tempo dopo, nell’ottobre 2010, a Paestum, durante il XIX Congresso Nazionale dell’AICAT, dopo una lunga e ampia consultazione dei Club, l’assemblea generale delibera a maggioranza di trasformare il nome del Club da «Club degli Alcolisti in Trattamento» in «Club Alcologico Territoriale».

Sull’onda di questa deliberazione alcuni sistemi regionali — lo storico Friuli Venezia Giulia, la Liguria, la Calabria, parte della Toscana e qualche Club della Lombardia e dell’Emilia — decidono, in aperto contrasto con l’AICAT, di mantenere la dizione precedente.

(anche perché proprio il ruolo dell’associazione è una delle questioni su cui si divaricano le posizioni), ma nonostante qualche tentativo di confronto, si comunica sempre meno, si fa sempre più a meno gli uni degli altri.

In questo panorama la sola Arcat Emilia Romagna mantiene nel proprio direttivo membri di Club che si rifanno ad ambedue le nomenclature.

Questa è la situazione attuale.

I Club non si sono sviluppati, salvo qualche area, anzi, sono andati diminuendo. Stante questo andamento, va da sé che se non troveremo il coraggio per superare i nostri limiti e la forza per ridare slancio ed entusiasmo alla proposta di cambiamento, alimentando il nostro agire con una forte amicizia e con senso di appartenenza, siamo destinati a uscire dalla scena di un rinnovamento in senso ecologico sociale delle nostre comunità, condannandoci alla stregua di tante altre iniziative dedite alla cura e all’aiuto.

Come si vede nessuna pretesa storica, non sarebbe stato storicamente possibile per nessuno di noi, ma solo il tentativo di dare ragione di quanto è accaduto e ci sta ancora accadendo.

4.1.b – Capitolo quarto Hudolin

Cenni storici

I primi Club degli alcolisti in trattamento (NdR Oggi «Club Alcologici Territoriali») sono nati nel 1964 a Zagabria; successivamente si sono diffusi in Croazia e quindi in tutta la Jugoslavia (Hudolin Vl., 1982).

            A partire dal 1970 la Clinica di neurologia, psichiatria, alcologia e altre dipendenze dell’ospedale universitario «Dott. M. Stojanovic» accolse le prime richieste di trattamento avanzate da cittadini italiani, provenienti soprattutto da Trieste e dalle zone limitrofe.

All’aumentare delle richieste sorse il problema di organizzare il trattamento territoriale di queste persone e delle loro famiglie nei Club.

  •  
    • Nel frattempo si diede avvio anche in Italia alla formazione degli operatori attraverso corsi di sensibilizzazione sul trattamento complesso o, come veniva allora definito, sul trattamento medico-psico-sociale. Il primo di questi corsi fu organizzato alla fine del 1979 presso l’Ospedale generale di Udine.
Da allora si sono tenuti molti corsi, ivi compresi dei corsi di perfezionamento, delle vere scuole di alcologia denominate scuola di sei mesi o corso delle 300 ore (Hudolin Vl., Devoto A., Rosolen N. e Divelec G., 1985).

            Fino a oggi sono stati aperti circa 1300

(NdR Attualmente i Club sono circa 2000, dopo aver raggiunto un apice di 2300 alla morte di Hudolin, così suddivisi, circa: 1750 «Club Alcologici Territoriali»; 250 «Club degli Alcolisti in Trattamento», in alcuni territori della provincia di Trento circa 7 Club hanno assunto la denominazione «sperimentale» di «Club di Ecologia Familiare»)Club presenti in tutte le regioni d’Italia e sono stati istituiti molti servizi alcologici, dispensari, ospedali di giorno e programmi territoriali che ricomprendono attività di prevenzione primaria, secondaria e terziaria.

            Si sono stabilite proficue iniziative di collaborazione tra le associazioni dei Club e i programmi territoriali pubblici.

Si è così venuta a costituire una fitta rete territoriale di punti di appoggio nella protezione e nella promozione della salute per il controllo dei problemi alcolcorrelati. Il Club degli alcolisti in trattamento rappresenta il punto centrale del programma complesso ecologico o verde (NdR Oggi «Ecologico Sociale»), in particolare nel trattamento delle famiglie con problemi di alcolismo (NdR Oggi «con problemi alcolcorrelati»).

            L’idea di risolvere determinati disturbi comportamentali o psichici o anche fisici lavorando con gruppi di persone che hanno lo stesso problema è nata già prima della seconda guerra mondiale.

È in questo periodo che Bierer J. avvia i primi esperimenti con quelli che lui chiama i Club socio-terapeutici per ammalati mentali (Bierer J., 1948). Gli alcolisti cominciano relativamente presto a riunirsi per affrontare più agevolmente i problemi dovuti all’alcolismo.

Come detto, nel 1935 ad Akron, negli Stati Uniti d’America,

nasce l’Associazione degli Alcolisti Anonimi (Alcoholics Anonymous, 1976).

Nel frattempo si rafforza l’approccio medico all’alcolismo, che sempre più tende a essere considerato una malattia. Dalla fine della guerra si assiste ad una forte pressione per il riconoscimento ufficiale dell’alcolismo come malattia. Anche le organizzazioni di alcolisti, soprattutto gli Alcolisti Anonimi, difendono il concetto di alcolismo come malattia.

In Jugoslavia, nel dopoguerra, la Croce Rossa si fa carico di intraprendere su scala nazionale un programma per il controllo dei disturbi alcolcorrelati (1954). Risale a questo periodo l’inizio delle ricerche epidemiologiche sull’alcolismo presso la Clinica di neurologia, psichiatria, alcologia e altre dipendenze dell’ospedale universitario «Dott. M. Stojanovic», in collaborazione con la Croce Rossa.

I metodi allora usati non permettevano di ottenere risultati positivi. Tutto quello che si faceva portava all’astinenza solo pochissimi alcolisti.

Va detto che l’esperienza ha dimostrato che, indipendentemente dal trattamento in atto, anche se non si fa nulla, l’astinenza si ottiene nel 10-15% dei casi. Si parla in questi casi di «miglioramento spontaneo».

Oggi si parla sempre più di questo concetto (American Psychiatric Association DSM III-R, 1989).

All’inizio la maggior parte degli alcolisti sottoposti al trattamento erano anziani e quasi tutti, senza eccezioni, soffrivano di gravi patologie alcolcorrelate.

Le ricerche condotte nella clinica di Zagabria hanno dimostrato la presenza di un quadro di atrofia cerebrale in oltre il 90% degli alcolisti trattati (Hudolin Vl., 1962, 1980).

Le ricerche epidemiologiche dal canto loro hanno indicato la grande diffusione dell’alcolismo tra la popolazione: circa il 15% di alcolisti e circa il 15% di bevitori problematici fra i maschi adulti. Questi dati dimostravano la necessità di organizzare programmi territoriali nei quali fosse inclusa la prevenzione primaria, secondaria e terziaria.

I dati raccolti suggerivano di iniziare ricerche più approfondite e di organizzare programmi specifici per il trattamento degli alcolisti utilizzando approcci alternativi all’ospedalizzazione tradizionale.

(NdR Oggi «servitori-insegnanti», questa dizione è frutto di un processo evolutivo lungo e articolato che va dal 1993 al 1995, sviluppatosi in innumerevoli corsi e congressi nazionali, regionali e di Assisi).    

Considerazioni generali

Il Club degli alcolisti in trattamento si basa sul programma complesso ecologico, o verde, di controllo dei disturbi alcolcorrelati. Poiché in Italia vi sono attualmente circa 1300 Club in attività, ci sembra ovvio dedicare un’ampia parte del volume a questa realtà.

Le difficoltà che si incontrano nel lavoro nei Club e nei programmi territoriali derivano in particolare da un malinteso di fondo: ci si continua a basare sulla tradizionale visione medica del problema o si vorrebbe tornare a quel modello.

L’alcologia, a differenza di dieci anni fa, è un campo di lavoro sempre più ambito per i professionisti. È sufficiente un dato: negli ospedali della Croazia, che ha una popolazione di 5 milioni di abitanti, vi sono più di 900 posti letto per alcolisti.

Non sono compresi in questo numero i posti letto occupati da alcolisti ricoverati in altri reparti per varie complicanze, ma che non sono stati ricoverati per alcolismo e neppure sono stati avviati al trattamento complesso.

Ciò significa che in alcuni ospedali vi sono operatori il cui posto di lavoro è «garantito» dagli alcolisti.

In Croazia vi è un gran numero di medici e di altri professionisti che hanno ottenuto alti riconoscimenti scientifici e un’elevata posizione professionale proprio grazie all’alcologia. Purtroppo accade ancora che l’alcolista sia visitato e curato da professionisti che di alcolismo sanno poco e che non sono a conoscenza delle possibilità di trattamento offerte dai Club degli alcolisti e da altri programmi alternativi.

Il compito di fondare i Club e di formare gli operatori dovrebbe spettare ai medici, che però spesso hanno poche conoscenze in merito ed una esperienza pressoché nulla. La cura ospedaliera degli alcolisti permette di salvare un buon numero di posti letto, posti letto che in molti Paesi si trovano a dover fare i conti con la riforma sanitaria e le relative riduzioni proprio di posti letto.

Nella maggior parte dei Paesi la specializzazione in alcologia permette di ottenere un’alta posizione professionale e considerazione scientifica.

Molti Club esistono solo sulla carta, nel senso che sono definiti Club degli alcolisti in trattamento, ma in realtà per mancanza di operatori preparati e costantemente aggiornati l’approccio viene fatto con la tradizionale ottica medica e nella sostanza non cambia nulla.

Il Club invece richiede la demedicalizzazione e la depsichiatrizzazione del trattamento e questo vale per l’intera alcologia contemporanea.

Ciò non significa che non debbano esistere reparti ospedalieri e posti letto di alcologia. Il ricovero ospedaliero in alcologia richiede però un’indicazione chiara e precisa.

Può capitare che l’alcolista che non necessiti di un ricovero ospedaliero sia ricoverato al contrario un gran numero di alcolisti che avrebbero assoluta necessità di essere curati in ospedale e che muoiono perché non vi è nessuno che li motivi e li indirizzi al trattamento adeguato.

A volte si ha la sensazione che si ricorra al trattamento ospedaliero più per riempire posti letto che non per curare l’alcolista e la sua famiglia.

I Club vogliono sottrarre l’alcolista (NdR Oggi «le famiglie con problemi alcolcorrelati») al trattamento medico tradizionale che lo estrania dalla comunità e non dà risultati soddisfacenti.

Il trattamento dell’alcolista e della sua famiglia deve essere fatto, quando possibile, al di fuori dell’ospedale, nel territorio (NdR Oggi si direbbe, tirando le conclusioni già presenti nel pensiero di Hudolin, che «i processi di crescita e maturazione necessari per il cambiamento di stile di vita della famiglia con problemi alcolcorrelati avvengono nella comunità locale dove le persone vivono e lavorano», dove per stile di vita si intende un comportamento socialmente accettato).

Invece l’ideologia medica sostiene che il ricovero ospedaliero è sempre indicato, perlomeno all’inizio del trattamento. È chiaro che chi afferma questo lo fa per difendere dei posti letto e per non dover lavorare sul territorio: dimostra così quale scarsa considerazione abbia per l’alcolista e la sua famiglia.

Succede spesso che né l’ospedale, né il personale che aveva in cura l’alcolista e la sua famiglia mostrino interesse per quello che attende l’alcolista al di fuori dell’ospedale e, dopo le dimissioni, sembra quasi che aspettino una ricaduta e un nuovo ricovero. A favorire questa discutibile modalità di trattamento è anche l’inadeguatezza della legislazione, a tutti i livelli, sia nazionale che locale, sia sui servizi sanitari che su quelli sociali.

Il trattamento e la riabilitazione dovrebbero essere intrapresi, parallelamente alla prevenzione primaria, dai medici di base e dalle loro équipe.

Invece all’interno dei servizi sanitari di base troviamo medici che, per la formazione che hanno avuto, sono abituati a curare più che a promuovere la salute e sono quindi orientati esclusivamente alla terapia.

Nessuna riforma sanitaria cambierà la situazione se non verrà modificata la formazione del medico di base e se non si introdurrà il principio che il servizio sanitario di base va retribuito per la salute che offre piuttosto che per la malattia che cura.

Oggi si torna a discutere del trattamento medico tradizionale e della riabilitazione degli alcolisti dimenticandosi che tutti questi trattamenti tradizionali sono già stati sperimentati, che sono ormai superati e che alla prova dei fatti non hanno dato risultati positivi.

Possiamo fare un paragone fra il trattamento degli alcolisti e la scuola elementare.

È un maestro stimato e apprezzato quello che, con molta caparbietà e con infinita pazienza, ogni anno, insegna ai bambini della prima a leggere e a scrivere, incominciando sempre dalla lettera «a».

Senza saper leggere e scrivere non può esserci né crescita, né maturazione. Per l’alcolismo (NdR Oggi «i problemi alcolcorrelati e complessi») è la stessa cosa: bisogna sempre iniziare il trattamento (NdR Oggi diremo: «il processo di cambiamento o di crescita e maturazione») dalla lettera «a», che in questo caso è il primo colloquio. È normale che nel Club sopraggiunga il momento della crisi, in cui la tensione cala e l’impegno si affievolisce: bisogna resistere alla tentazione di tornare al trattamento tradizionale, tentazione che è forte anche se si sa che questo trattamento non dà risultati positivi. Molti vorrebbero cominciare dall’ultima lettera dell’alfabeto.

Il modello medico non si preoccupa del trattamento permanente nel Club. Le esperienze fatte hanno dimostrato che la frequenza è necessaria per tutta la vita.

Inizialmente si richiedeva all’alcolista e alla sua famiglia di frequentare il Club per almeno 5 anni, trascorsi i quali si riteneva concluso il processo di cambiamento del comportamento e la famiglia lasciava il Club. Oggi si ritiene sbagliata questa proposta.

I primi 5 anni servono all’alcolista (NdR Oggi «famiglia con problemi alcolcorrelati») soltanto per avviarsi al nuovo stile di vita. Non sono rare le ricadute dopo 5 o anche più anni di astinenza (NdR Questo termine si riferisce esclusivamente alla relazione con l’alcol; oggi, in una prospettiva di cambiamento di stile di vita, si preferisce parlare di «sobrietà», di cui l’astinenza è solo il primo tratto del percorso).

Se l’alcolista non mantiene il nuovo stile di vita sono possibili ricadute anche dopo 10 anni di astinenza.

L’alcolista entrato nel Club accetta di iniziare un nuovo stile di vita e quando è ben avviato in questa direzione non c’è motivo di cambiare e lasciare un modello così positivo e vantaggioso.

Del resto l’abbandono del Club, che nei periodi difficili è stato l’unico sostegno dell’alcolista e della sua famiglia, può essere l’avvisaglia di una ricaduta.

Nel trattamento (NdR Il concetto di trattamento richiama una prassi medico-terapeutica, oggi è sostituito dall’idea di un processo di crescita e di maturazione longitudinale lungo l’intera vita) degli alcolisti, se è relativamente semplice ottenere l’astinenza, molto più difficile è ottenere un cambiamento comportamentale e il perdurare sia in questo che nell’astinenza.

Molti alcolisti smettono di bere, ma non modificano il proprio comportamento se i programmi non sono condotti correttamente: si ha l’impressione che in tal modo non vi sia alcuna possibilità di riuscita. Anche i membri della famiglia, in quanto parte di una omeostasi disfunzionale (NdR Questa nota è nel testo originale. L’omeostasi disfunzionale è un modello che mantiene lo status quo nella famiglia dove è presente un disturbo nei rapporti interfamiliari. In questi casi il mantenimento di una omeostasi sia pur disfunzionale garantisce il sistema familiare dalla disgregazione.

Questo modello si alimenta con la designazione di un membro della famiglia quale ammalato, il cosiddetto paziente designato, al quale saranno attribuite tutte le colpe dei disagi della famiglia. La crescita della famiglia si arresta e si ha un’inversione dei ruoli, come ad esempio quando il padre di famiglia alcolista non è in grado di provvedere al mantenimento della famiglia) devono, assieme all’alcolista, abbandonare il proprio modello comportamentale (Jackson D.D., 1959). Devono anche loro smettere di bere e diventare astinenti (NdR Cioè dare avvio a quel processo di cambiamento di cui abbiamo detto precedentemente.

  •  
Il Club è il luogo dove la famiglia dell’alcolista trova un sostegno nella ricerca di un nuovo stile di vita e nell’abbandono del vecchio modello comportamentale, che recava sofferenze e disagi. Si può chiamare cura questo sostegno che il Club dà alla famiglia? E la persona, l’operatore, che catalizza questo processo è un terapeuta nel senso classico del termine? È inevitabile e giusto porsi questi interrogativi e in questo manuale dobbiamo dedicarvi la dovuta attenzione.

Al I Congresso italo-jugoslavo dei Club degli alcolisti in trattamento, svoltosi a Opatija, in Jugoslavia, nel 1985, si è proposto di considerare l’alcolismo come un particolare modello di comportamento, come uno stile di vita e non come una malattia in senso classico (Hudolin Vl., 1985).

L’idea non è nuova, solo che in precedenza era legata all’ottica moralistica sull’alcolismo e sul consumo di bevande alcoliche in genere.

Poiché l’alcolismo, se non sono presenti complicanze, non è una malattia nel senso stretto del termine, neppure il trattamento nel Club degli alcolisti può essere considerato alla stregua di una cura medica, in senso stretto; dunque l’operatore che catalizza, all’interno del Club, questo processo di cambiamento comportamentale non è un terapeuta, a prescindere dalla sua qualifica professionale.

A rigore non si dovrebbe neppure parlare di «conduzione» del Club, perché nel termine è implicita l’idea di potere: nel Club le relazioni interpersonali non devono essere fondate su rapporti di forza, ma sull’amicizia, sulla solidarietà, sull’amore, sul senso di appartenenza, sull’uguaglianza e sulla convivenza

Anche se l’alcolismo, complicanze a parte, non è una malattia nel vero senso della parola, tuttavia non indica neppure una condizione di salute, secondo la definizione formulata di recente dall’OMS.

Ciò significa che si tratta di un comportamento a rischio e come tale richiede un interessamento sanitario. Teniamo presente che la mancanza di adeguati servizi territoriali per il trattamento dell’alcolista e della sua famiglia comporta per l’alcolista assenze dal lavoro e la necessità di ricorrere al trattamento ospedaliero, con costi sociali non indifferenti.

La formazione di base per il lavoro nel Club è stata fatta finora con un corso breve di sensibilizzazione (NdR «Corso di sensibilizzazione all’approccio ecologico sociale ai problemi alcol correlati e complessi (metodo Hudolin)», della durata ormai standardizzata di 50 ore su 7 giorni dal lunedì al sabato, detto nel gergo dei Club anche «la settimana di base») in cui vengono fornite le nozioni di base sull’alcolismo e descritti i modelli pratici più semplici di prevenzione primaria, secondaria e terziaria

(NdR Oggi diremo «il complesso degli interventi di promozione e protezione della salute». La terminologia è anche cambiata nella letteratura scientifica dove si parla di «prevenzione universale», «indicata» e «mirata») e di lavoro nel Club.

            Sarebbe ingenuo e sbagliato sostenere che tutti i processi che avvengono nel Club siano da intendere come psicoterapia. Non si può insegnare la psicoterapia in corsi di 5 giorni (NdR Qui si parla di corsi di 5 giorni perché nella settimana di sensibilizzazione all’epoca di Hudolin (e di solito anche oggi) il venerdì è giorno dedicato alla riflessione e alla stesura dell’elaborato finale).

            Sappiamo che lo studio della psicoterapia richiede anni e che l’attività in alcologia richiede, nei casi più complicati, una lunga specializzazione. Per questo motivo preferiamo parlare di operatore e non di terapeuta a proposito della persona che nel Club funge da catalizzatore, indipendentemente dalla sua qualifica professionale (NdR Vi è anche una differenza sostanziale tra il lavoro del Club e la psicoterapia (cfr. il capitolo 4 della Terza Parte del Manuale sul «programma complesso»): il Club ben funzionante è una parte della comunità e il lavoro che fa non è un processo artificiale come quello della psicoterapia, non implica una differenza di potere tra terapeuta e gruppo, ad esempio, ma è un lavoro fondato sull’interazione «tra pari», cosa che comprende anche il servitore-insegnante).

Nel Club non si consegue la riabilitazione sociale dell’alcolista, che deve essere realizzata nella vita reale. Questo principio è sostenuto da validi argomenti.

 Bisogna evitare che l’alcolista sfrutti la propria astinenza e la propria attività nel Club per dimostrare la propria riabilitazione (NdR Hudolin qui usa una terminologia tradizionale in cui la prevenzione terziaria si identifica con la «riabilitazione» e lo riferisce a quanto avviene con la partecipazione al Club; in seguito ha criticato questo concetto (cfr. V. Hudolin e G. Corlito, Alcologia Psichiatria Riabilitazione, Trento, Erickson, 1996). In realtà si tratta di un unico processo di cambiamento, di crescita e di maturazione. «Riabilitazione» può essere usato tradizionalmente per indicare il «recupero sociale» di persone o gruppi marginali (ad es. provenienti dal carcere).

Il Club non è una società nella società, ma è parte integrante dell’ambiente sociale e di lavoro e uno dei nodi fondamentali della rete territoriale di protezione e promozione della salute. Non deve diventare una specie di ospedale psichiatrico aperto, un luogo di separazione dalla società. L’alcolista non dovrebbe dipendere più né dall’alcol né dal Club, né dagli operatori del Club. Non deve separarsi dall’ambiente in cui vive e lavora.

Un alcolista che ha smesso di bere e che partecipa attivamente alla vita del Club non dovrebbe suscitare più stima di un non alcolista che si è sempre mantenuto sobrio:

sarebbe una società ben strana quella in cui è meno stimato chi non è alcolista e ha lavorato sempre senza avere problemi e senza avere bisogno del Club (NdR Questo concetto va esteso all’intera famiglia).

            L’esperienza insegna che molte volte, anche dopo aver raggiunto l’astinenza, l’alcolista cerca di sottrarsi ai propri obblighi civili, non rispetta gli impegni di lavoro, cerca un’occupazione dove possibilmente si lavori poco, si disinteressa del Club. Significa che, anche se astinente, non ha modificato il proprio stile di vita.
L’astinenza dal bere non è sufficiente a indicare una modifica del comportamento. Vi sono alcolisti che hanno smesso di bere, ma poco o nulla è cambiato nel loro stile di vita. Può capitare che l’alcolista smetta di bere, ma non abbia inserito la famiglia nel processo riabilitativo. Noi riteniamo l’alcolista una persona come tutte le altre, né migliore, né peggiore, e il nostro rapporto con lui dipende non tanto dal suo comportamento nel Club, ma da quello in famiglia, sul lavoro e nella comunità.
L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: è molto facile smettere di bere; molto più difficile è mantenersi astinenti nel tempo e cambiare il proprio stile di vita.
Poiché la riabilitazione dell’alcolista e della sua famiglia si fa con un trattamento basato sul modello dell’autoaiuto e dell’aiuto reciproco nel Club (NdR Oggi il concetto di «auto/mutuo aiuto», cui pure Hudolin ha fatto riferimento a partire dal primo Club e per lungo tempo, è stato superato da quello di «comunità multifamiliare» in armonia con l’evolversi dell’approccio in ecologico sociale e delle elaborazioni inerenti alla spiritualità antropologica).

Durante il lavoro nel Club degli alcolisti in trattamento non bisogna mai perdere la pazienza. Non ci si può illudere di risolvere tutti i problemi di una famiglia in pochi giorni. Ricordiamo che la prima fase della riabilitazione dura almeno 5 anni. Perciò bisogna continuare a lavorare anche nel caso in cui non si riesca a ottenere l’astinenza subito dopo l’inserimento nel Club o a distanza di settimane o mesi: si tratta di un problema che data da anni e che richiede un trattamento prolungato.

Trascorsi i primi 5 anni di trattamento, nei 5 anni successivi la famiglia cerca di stabilizzare lo stile di vita acquisito; dopo di che continuerà la sua collaborazione col Club in quanto membro attivo della comunità nella protezione e promozione della salute.
All’inizio del trattamento si fa il primo colloquio in maniera individuale, ma quando è possibile si fa con tutta la famiglia.

Se non è possibile avere la presenza contemporanea di tutti i membri della famiglia l’operatore inizierà il trattamento (NdR Oggi si direbbe meglio «provvederà comunque all’accoglienza e all’avvio del lavoro nel Club»)con quelli presenti, comportandosi come se lavorasse con l’intero gruppo familiare. Lo scopo del primo colloquio è anzitutto di rafforzare la motivazione al trattamento (NdR All’ingresso nel Club).

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Si è molto discusso e si discute tuttora sulla durata dell’approccio familiare allargato.

L’approccio familiare deve durare fino al momento in cui nella famiglia scatta il meccanismo dell’autoprotezione. Da qui in poi si può continuare il trattamento anche solo con il gruppo familiare ristretto.

Il partner e i figli dell’alcolista continueranno a frequentare il Club per stabilizzare il cambiamento comportamentale. Quando la situazione familiare si sarà stabilizzata non sarà più necessario che i figli frequentino il Club, se autonomamente decidono diversamente. Può essere che ai figli piaccia l’attività del Club, che vi trovino degli amici, si sentano stimolati nel loro processo di crescita e nella soluzione di problemi personali e decidano di continuare a partecipare alle riunioni del Club.

Non ci risulta che dei figli siano stati eletti come presidenti del Club, ma non si vede perché così non debba essere. Anzi sarebbe un bene.

Qualche volta vengono inserite nel Club anche persone significative per la famiglia o per l’ambiente in cui la famiglia vive: amici, compagni di lavoro, ecc. Anche per loro vale quanto è stato detto a proposito dei familiari: devono essere astinenti e costanti nella frequenza.

Al termine del primo colloquio si chiede all’alcolista e alla sua famiglia di confrontarsi con il Club. Saranno loro a scegliere il momento.

Talvolta vi sono difficoltà oggettive, riguardanti ad esempio la sede del Club, la scelta del giorno e dell’ora, la mancanza dell’operatore.

È sufficiente un po’ di buona volontà per risolvere tutti questi problemi.

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2 commenti su “I CLUB DEGLI ALCOLISTI IN TRATTAMENTO”

  1. Riflessioni 18° uscita

    E qua Hudolin porta a termine il parto iniziato con la 17° uscita, mettendo le basi dell’AES,in tutto il suo splendore funzionale.
    Scoperchia definitivamente il vaso di Pandora del bere moderato,rendendolo di fatto parte attiva e principale fonte dei problemi alcolcorrelati e complessi, perché,che dir si voglia,partono tutti da lì.Coinvolge quindi la società e la cultura,e addirittura sottolinea come ci sia quasi una stranezza nel non bere, più che nel bere,negli occhi delle persone!
    Questo è frutto appunto dello stile di vita di ognuno di noi, che ha un potere intrinseco e molto forte sul prossimo oltre che su noi stessi,e che non và sottovalutato.
    Sono quindi io a scegliere il mio stile di vita o è lui a scegliere me? Ed io questo lo accetto senza batter ciglio?
    Ad ora l’unico stile di vita che voglio è quello che non cerca,ma si fa’ cercare, perché raro,ed è quello che mi regala libertà e gioia di vivere!Bere moderato?!No, grazie!

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