ASPETTI PRATICI DELLA VITA DEL CLUB

Uscita ventitreesima 4.5 I CLUB DEGLI ALCOLISTI IN TRATTAMENTO

4.5 – Aspetti pratici della vita del Club nei club degli alcolisti in trattamento

4.5.a – Introduzione Manfredo Bianchi – servitore insegnante di Club

Con questa riedizione del Manuale di Alcologia facciamo un salto di circa vent’anni dalla precedente, anni in cui il club e l’approccio ecologico sociale dei Club degli alcolisti in trattamento prima e Club alcologici territoriali poi.

Il Manuale si è evoluto, in base ai cambiamenti della cultura generale e socio-sanitaria esistente nella comunità di appartenenza e a quello che oggi definiamo «programma di educazione ecologica continua» all’interno del movimento dei Club.

Uno degli obiettivi che ci siamo posti andando a rivisitare il Manuale, è quello di attualizzare lasciando intatto il testo originale scritto dal Prof. Hudolin.

Molto è cambiato in questi vent’anni, non solo come terminologia, ma anche come approccio ai problemi alcolcorrelati e soprattutto nella direzione di un approccio di comunità.

Anche in questo capitolo troviamo termini in disuso (trattamento, alcolista, patronage, operatore, ecc.), che fanno parte della storia dei Club, ma ora sostituiti con definizioni più consone alla realtà odierna del Club nella comunità.

Alcuni di questi cambiamenti o meglio adattamenti metodologici, non presenti nel Manuale, erano già in via di adozione nel metodo ad opera dello stesso Hudolin tra il 1990 e il 1996, anno della sua scomparsa.

Non sono presenti, se non marginalmente, nel Manuale aspetti pratici fondamentali per la vita dei Club, come la spiritualità antropologica, le scuole alcologiche territoriali, la maggiore attenzione alla multidimensionalità della sofferenza e la complessità delle problematiche presenti nelle famiglie e nella comunità.

Nel capitolo risalta come importante, all’epoca della sua stesura, il raggiungimento dell’astinenza e la sua conferma nel tempo, accompagnata dal cambiamento dello stile di vita dell’«alcolista e della sua famiglia», legata alla prolungata durata del «trattamento».

Si legge chiara la grande determinazione di Hudolin nel proporre l’approccio familiare per la soluzione dei problemi alcolcorrelati non solo per le famiglie presenti nei Club, ma anche per la comunità.

Tutto questo in un tempo in cui per la cultura esistente l’alcolismo era una «malattia» presente nella persona e l’approccio familiare e comunitario era incompreso dalla stragrande maggioranza della comunità, compresa quella scientifica.

Presentando il Club oggi verrebbe rinforzata l’attenzione all’aspetto umano, agli aspetti antropospirituali (o socioculturali) e alla ricerca della pace, aspetti trattati con grande energia dallo stesso Hudolin, fondamenti importanti per il raggiungimento di quella che era definita astinenza e oggi definiamo sobrietà.

Già negli ultimi anni della vita Hudolin ha posto una attenzione maggiore all’aspetto umano e di come la pacificazione dell’«anima» cammini di pari passo con la migliore qualità della vita, ponendo forse una minore attenzione sulla sostanza alcol, come se lo smettere di bere alcol per tutta la famiglia e non promuoverne l’uso fosse un atteggiamento scontato (anche se per Hudolin niente era scontato) dal momento in cui si entra a far parte del Club e si partecipa alla Scuola Alcologica Territoriale di I modulo.

Un altro aspetto importante della vita dei Club oggi è una maggior presenza nella vita di comunità, attraverso alcuni strumenti già proposti da Hudolin, come la Scuola Alcologica Territoriale di III° modulo, l’Interclub e i vari modelli di intervento di comunità che ogni Club o Associazione dei Club mettono in azione nei vari territori.

Questo atteggiamento da parte dei Club ha fatto sì che il Club stesso diventasse, più di qualche tempo fa, un agente di cambiamento della cultura esistente.

Un cambiamento sempre più determinante per le comunità dove è presente, vive e lavora.

Reputando di aver fiducia nella consapevolezza delle famiglie dei Club che quello alcolcorrelato sia un problema della comunità di appartenenza e che nella comunità occorra lavorare per produrre un cambiamento efficace per la comunità stessa e per le famiglie del Club di quel territorio, che acquisteranno fiducia per il lavoro svolto e nel metodo.

Da questa gratificazione nasce una nuova identità per le famiglie dei Club, consapevoli ora di poter essere determinanti alla salute di tutti.

Così il Club promuove non solo atteggiamenti salutari per le famiglie presenti al proprio interno, ma si fa agente di un rinnovato senso civico e della solidarietà di cui la comunità necessita.

4.5.b Capitolo quinto di Vladimir Hudolin Aspetti pratici della vita del Club

La durata del trattamento

            Una grande difficoltà, nel lavoro del Club degli alcolisti in trattamento, è costituita dal fare accettare all’alcolista e alla sua famiglia l’astinenza definitiva ed un profondo e duraturo cambiamento di stile di vita (NdR La definizione trattamento, come del resto l’alcolismo, è legata alla terminologia sanitaria e viene sostituita con percorso di cambiamento.

Oggi il movimento dei Club ha preso due strade, una delle quali ha cambiato denominazione in Club alcologici territoriali, mantenendo l’acronimo CAT.

Non è più usata la denominazione «alcolista e famiglia», nei Club parliamo di famiglia con problemi alcolcorrelati.

Astinenza definitiva viene sostituita con sobrietà:

  • l’astinenza è un passaggio iniziale che racchiude una forzatura nella scelta,
  • la sobrietà è legata ad una scelta familiare maturata nella consapevolezza e nel percorso intrapreso.

Nei lavori pubblicati subito dopo le prime esperienze dei Club, la durata del trattamento veniva indicata in un anno.

In quel periodo era molto difficile trovare alcolisti con anche un solo anno di astinenza e quindi sembrava quasi impensabile proporre trattamenti con scadenze più lunghe.

L’obiettivo del programma, soprattutto allora, era puntualmente rivolto al conseguimento dell’astinenza, mentre minore attenzione veniva prestata al cambiamento comportamentale nella famiglia, sul lavoro e nella società.

Dopo le esperienze fatte nel primo anno di lavoro dei Club si è avuta la dimostrazione che l’alcolista può benissimo astenersi dal bere, che le ricadute dopo il primo anno di astinenza sono frequenti, e che nel giro di un anno, nonostante l’astinenza, non si vedono ancora in molte famiglie segni chiari del cambiamento di stile di vita.

Per questo motivo, in un secondo tempo, si è fissato il periodo di trattamento in cinque anni. Quando è stata fatta questa proposta non si voleva certo intendere che il processo di cambiamento comportamentale e dello stile di vita potesse concludersi, trascorsi cinque anni.

L’alcolista e la sua famiglia dopo i cinque anni di trattamento assumono un nuovo stile di vita che deve persistere nel tempo e che può ancora essere migliorato. Questo è il motivo per cui i Club hanno un programma permanente che dovrebbe essere seguito da tutta la comunità e non soltanto dagli alcolisti.

Ogni membro della comunità acquisisce e trova in questo programma compiti e ruoli, li realizza mediante diverse attività che costituiscono passi importanti di crescita e di maturazione per la conquista di una migliore qualità della vita.

Poiché non si può definire l’alcolismo una malattia, così non si può definire il trattamento nel Club una terapia, nel senso stretto della parola; l’attività dei membri dei Club è volta a ottenere una migliore qualità della vita.

In quest’ottica non si può parlare nemmeno di guarigione, bensì di un profondo e duraturo processo di cambiamento comportamentale.

 Non è possibile interrompere o arrestare il cambiamento, né dopo uno, né dopo cinque o dieci anni, poiché esiste sempre, anche per chi non è alcolista, un processo di maturazione e di crescita continua.

Il Club e i membri del Club fanno parte della comunità locale e vi svolgono compiti, generalmente riconosciuti, di prestazione e promozione della salute. I membri del Club svolgono tali compiti nei confronti dei problemi che conoscono meglio e cioè verso i problemi alcolcorrelati.

La differenza fra gli alcolisti e i non alcolisti è data solo dall’impossibilità per gli alcolisti di bere, di tornare cioè nel gruppo dei cosiddetti consumatori moderati.

I non alcolisti dovrebbero invece cercare di mantenere un modello comportamentale che li protegga da eventuali problemi alcolcorrelati.

Non avrebbe alcun senso che l’alcolista dopo cinque anni di astinenza, quando tutto comincia ad andare meglio, interrompesse questo cammino volto a ottenere una migliore qualità della vita, e si trovasse nuovamente nel gruppo delle persone a rischio, convinto di poter nuovamente ritornare a bere moderatamente senza alcun pericolo (NdR Nel percorso di Club le famiglie scelgono quali comportamenti definiti a rischio per la salute devono essere interrotti o modificati, tra questi anche il bere alcolici. Non avrebbe alcun senso confermare comportamenti rischiosi dal momento che vengono riconosciuti tali, questo atteggiamento fa parte del percorso di crescita che il Club promuove).

Dopo cinque anni, quando la vita familiare si è riaggiustata e sono stati risolti i problemi di inserimento sociale e di lavoro, l’alcolista dovrebbe essere in grado di offrire il proprio aiuto a quanti si trovano ancora in difficoltà (NdR Nei Club non viene più usato il termine aiuto, in quanto prevede posizioni umane e sociali asimmetriche tra chi aiuta e chi è aiutato, i concetti di uguaglianza e giustizia sociale sono propri del Club che posiziona l’ultima famiglia entrata nel Club e la più anziana per frequenza sullo stesso piano, con gli stessi diritti e doveri). Il suo compito, quale membro del Club dovrebbe essere proprio questo.

Qualche volta nel Club si sostiene che dopo cinque anni non è più necessaria la partecipazione dell’alcolista all’attività del Club. Questa affermazione è talvolta supportata in parte dagli operatori, per i quali ne deriverebbe un minor carico di lavoro (NdR Anche il termine operatore, termine chiaramente sanitario, «colui che opera su qualcuno», è stato sostituito con servitore-insegnante, cioè colui che mette al servizio del Club la propria esperienza in alcologia e si impegna come insegnante nelle Scuole Alcologiche Territoriali).

Le ricadute dopo cinque anni di astinenza non sono solo frequenti, ma anche molto pericolose; spesso portano a un rapido degrado dell’alcolista, addirittura alla sua morte. Attualmente vengono descritte molto spesso ricadute dopo dieci anni di trattamento e di astinenza. Le ricerche più recenti dimostrano che fra gli alcolisti alcune forme di carcinoma sono presenti in percentuale maggiore che fra i non alcolisti. Probabilmente anche il numero delle ricadute accresce questo rischio.

Perché è impossibile per l’alcolista ritornare al cosiddetto bere moderato?

(NdR Nella cultura scientifica e sanitaria il termine «bere moderato» è stato sostituito con consumo, in quanto non è possibile definire una quantità che non provochi un rischio per la salute).

Nonostante le numerose indagini e le ricerche svolte, fino a oggi, questo aspetto non è stato chiarito. Sono state formulate diverse ipotesi che rimandano a spiegazioni sociali, psicologiche, biologiche. Si suppone che oltre a fattori psicologici e sociali, vi siano anche alterazioni a livello del sistema nervoso centrale, e più specificatamente a livello dei neurotrasmettitori.

Peraltro non vi è alcuna necessità che l’alcolista torni al bere moderato. In molti Paesi gli astinenti costituiscono il 30% della popolazione; nei Paesi arabi questa percentuale anche più elevata; negli Stati Uniti gli astinenti sono circa il 35% della popolazione adulta (DSM III-R, 1989).  

L’astinenza è il modello comportamentale più normale e auspicabile, per cui è tutt’altro che da evitare. E poi gli alcolisti soffrono anche di altre patologie che il consumo di alcol finirebbe per aggravare. Sono stati comunque numerosi i tentativi di curare gli alcolisti per farli tornare al bere moderato. Fino a oggi questi tentativi non hanno avuto alcun successo. Alcuni ricercatori hanno perfino manipolato i dati per dimostrare la possibilità del ritorno dell’alcolista al consumo moderato.

I migliori risultati nel controllo dei problemi alcolcorrelati si ottengono quando il bevitore moderato o l’alcolista si sentono del tutto indifferenti verso l’alcol, non hanno timori nei suoi confronti, né provano desiderio di assumerlo (NdR In Italia la cultura del bere o del consumare alcolici (soprattutto vino) e le loro lobby fanno molta pressione su quello che definiscono «bere consapevole», non promuovendo nessuna campagna informativa e di sensibilizzazione su ciò che comporta il consumo di alcol. Del resto come nessun programma preventivo atto a controllare il rischio connesso all’assunzione di alcol può essere fondato sul concetto di «bere moderato», non può esserlo neppure sul «bere consapevole»).

In base a tutte queste considerazioni, il 4° Congresso dei Club degli alcolisti in trattamento della Jugoslavia e dell’Italia, tenutosi nell’autunno del 1988 a Treviso, ha fatto propria la conclusione secondo la quale il trattamento nel Club deve durare dieci anni. Dopo dieci anni di trattamento, l’alcolista e la sua famiglia continuano, consapevoli dei propri doveri, l’attività nel Club e nei programmi territoriali; la loro presenza si articolerà ad un livello più complesso (Hudolin Vl. e Colusso L., 1988) (NdR Non viene più prescritta fin dai tempi di Hudolin la durata di permanenza al Club, anche se egli diceva che poteva durare «fino ai fiori», ogni famiglia si pone i propri obiettivi che vanno rispettati a patto che il Club e l’Associazione dei Club metta a disposizione tutte le possibilità di crescita e tutti gli strumenti che il movimento dei Club promuove e organizza).

Il patronage

(NdR Patronage è termine con cui si identifica l’attenzione che il Club pone nei confronti di una famiglia del Club in difficoltà o assente alla riunione del Club, organizzando un incontro di alcuni membri di Club a domicilio, la dicitura patronage viene sostituita con «visita agli amici»)

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Particolarmente nel primo anno, ma a volte anche in seguito, vi è il pericolo che i membri del Club vadano incontro a difficoltà, attraversino un periodo di crisi, con o senza ricadute. Nella ricerca, che è sempre difficile, di un nuovo stile di vita, l’alcolista incontrerà maggiori difficoltà se si ritrova solo, se non frequenta il Club o se lo abbandona.

L’alcolista che non frequenta o abbandona il Club ci dà un primo segnale che sono sorte delle difficoltà e che lui e la sua famiglia si trovano in crisi; forse vi è anche la possibilità di una ricaduta.

Solamente coltivando l’amicizia e la solidarietà fra i membri del Club si possono affrontare e superare i momenti di difficoltà e di crisi.

Per far fronte a queste situazioni, il Club organizza una particolare attività alla quale è stato dato il nome di patronage e che potremmo forse meglio definire come assistenza amicale o come visita amicale. Il patronage si sostanzia appunto di visite scambiate fra i membri del Club. La visita diventaassolutamente necessaria se il membro manca dalla riunione di Club e se precedentemente non ha informato il Club della sua probabile assenza. Di regola il patronage non costituisce un evento particolare nella vita del Club, ma è una normale pratica interpersonale che bisogna coltivare per poi intensificarla quando subentra la crisi. Questa attività deve essere prevista e attuata specialmente per i nuovi membri.

Nella maggior parte dei casi, l’assenza ingiustificata dal Club costituisce un problema molto serio: quando si presenta un caso simile, bisognerebbe immediatamente interrompere la seduta del Club e andare a visitare l’assente, per poi, al suo arrivo, riprendere la riunione. Del resto le normali regole di buona educazione impegnano la persona che si deve incontrare con degli amici, e che è impedita a farlo per un motivo qualsiasi, ad avvertire e a scusarsi. Nell’organizzare il patronage ci si pongono spesso alcuni interrogativi:

  1. È proprio giustificato andare a trovare la persona assente? (NdR «Persona assente» viene sostituito con «famiglia assente», in quanto non si parla più di alcolista e la sua famiglia, ma di famiglia con problemi alcolcorrelati)
  2. Il patronage va fatto dagli amici del Club oppure è necessario che sia l’operatore a occuparsene? (NdR Viene deciso da tutto il Club)
  3. Se il membro del Club non si presenta neppure al secondo incontro, fino a quando bisogna continuare il patronage?
  4. Cosa bisogna fare quando un membro del Club ha un atteggiamento aggressivo nei confronti degli amici che vanno a fargli visita?

Le difficoltà a organizzare il patronage molto spesso si presentano in quei Club che non ne rispettano principi e metodo, o quando l’operatore non ha esperienza o è una persona insicura. Il patronage non è un intervento burocratico o formale, ma è il segno di un interesse sincero di un membro per l’altro, di una famiglia per l’altra. Già prima di organizzare il patronage le famiglie del Club hanno stretto rapporti d’amicizia. Le famiglie si fanno reciprocamente visita e organizzano programmi ricreativi comuni; per questo il patronage non può mai essere espressione di un controllo, ma è espressione di vera amicizia e di profonda solidarietà. È preferibile che venga fatto da tutta la famiglia.

La situazione si complica se il membro non ha una sua propria famiglia. In questo caso l’operatore e gli altri membri del Club devono essere la sua famiglia sostitutiva (NdR Oggi diciamo famiglia solidale, in quanto non si può sostituire la famiglia, ma se ne possono svolgere i compiti di solidarietà e sostegno).

È opportuno che l’operatore e i membri del Club in questi casi cerchino di unire fra di loro alcuni membri e in particolare quelli che non hanno una famiglia. Il patronage in questi casi farà parte dell’interazione normale del Club. Se la famiglia sostitutiva è costituita da persone che non fanno parte del Club, questi familiari sostituti dovranno inserirsi anche loro nel Club con pari diritti e pari doveri di tutti gli altri membri.

Il patronage dovrebbe essere fatto dall’operatore soltanto in casi eccezionali, quando ormai tutte le altre risorse sono state sfruttate (NdR Il servitore-insegnante non dovrebbe sostituirsi ai doveri che le famiglie si sono assunte nei confronti delle altre famiglie e della comunità, questo atteggiamento può interrompere, anche se provvisoriamente, la crescita delle famiglie del Club e il loro concetto di solidarietà e impegno).

Ci saranno delle situazioni nelle quali il patronage dovrà essere fatto contemporaneamente da diverse famiglie. Se il patronage saràfatto presto il risultato ottenuto sarà migliore. Molti Club in questo sbagliano. Spesso i membri del Club impongono all’operatore di fare il patronage, non sono realmente interessati al membro che stanno perdendo e aspettano troppo a lungo per offrirgli il necessario sostegno.

Il patronage deve essere ripetuto fino a quando il membro non ritorna a frequentare con regolarità il Club. Sino al suo ritorno i familiari in nessun caso devono abbandonare il Club, anzi dovrebbero svolgere e assolvere i propri compiti nel Club anche con impegno maggiore. Se la ricaduta è già avvenuta, il patronage e il sostegno alla famiglia sono ancora più importanti.

Come il membro non può abbandonare il Club, così nemmeno gli altri membri del Club possono abbandonare il proprio amico.

Talvolta il membro è aggressivo verso gli amici del Club che gli fanno visita. Per questo motivo spesso i membri del Club lo vogliono evitare, dimenticando però che il comportamento aggressivo è tipico dell’alcolista. Basta ricordare ad ognuno com’era il suo proprio comportamento prima del trattamento. Qualche volta il comportamento aggressivo serve a mascherare delle difficoltà psicologiche­ e spesso è anche segno che il soggetto prova vergogna per la ricaduta; in questo caso una visita amichevole può benissimo risolvere il problema.

I membri del Club sono spesso del parere che sia sufficiente fare una o due visite all’amico che si trova in difficoltà e che con questo il loro compito sia esaurito. Non bisogna dimenticare che il trattamento dura almeno dieci anni, che i cambiamenti comportamentali qualche volta affiorano molto lentamente e che non per questo bisogna perdere la fiducia. Qualche volta è necessario un lavoro di mesi o anche di anni per arrivare a ottenere un buon risultato.

Il patronage è ancora più difficile nei casi in cui l’alcolista non beve ed è regolarmente presente alle riunioni del Club, mentre a essere assenti e a riprendere a bere sono i suoi familiari. Anche in questi casi il patronage potrà dare buoni risultati.

Il compito di organizzare e realizzare il patronage, nei Club degli alcolisti in trattamento, viene affidato ad un membro scelto, oppure ad un gruppo o ad un apposito comitato. Qualche volta sarà necessario che l’operatore, da solo o accompagnato da qualche membro del Club, faccia personalmente il patronage. Questo vale specialmente nei casi in cui l’alcolismo si accompagna a qualche altro disturbo o a qualche malattia.

L’operatore potrà così parlare con la famiglia ed eventualmente proporre altri interventi come, ad esempio, una visita medica o un ricovero ospedaliero (NdR Anche in circostanze come queste è preferibile che sia il Club, e l’esperienza di alcune famiglie, che hanno vissuto lo stesso problema, a raccontare come loro hanno risolto, così facendo spesso si ottiene un risultato di crescita multiplo e il S.I. non svolge un ruolo che può essere associato a quello di un terapeuta o comunque di un supervisore).

Il confronto tra membri del Club

Gli alcolisti e i loro familiari dovrebbero portare nel Club le proprie difficoltà per cercare e trovare insieme soluzioni e insieme costruire un programma per il futuro.

Spesso si discute su come ciò dovrebbe avvenire, su come cioè i membri del Club debbano confrontarsi con sé stessi e tra loro.

Ogni alcolista ed ogni famiglia deve avere un primo colloquio riservato con l’operatore del Club. Solo in via del tutto eccezionale, e se la famiglia lo richiede espressamente, il primo colloquio può essere tenuto alla presenza di tutti i membri del Club. Nel corso del colloquio l’operatore pone delle domande e se questo non è ancora stato fatto, cerca di arrivare ad un inquadramento diagnostico.

Molti alcolisti arrivano al Club inviati dalle strutture socio-sanitarie, e in particolare dal medico: in questo caso la diagnosi sarà già stata fatta. È necessario che vi sia una stretta collaborazione tra il medico, i vari servizi sociosanitari e il Club. Non basta che il medico o il servizio si limitino a inviare l’alcolista al Club senza che in precedenza vi sia stato un contatto diretto e personale.

Come abbiamo già più volte ricordato, l’alcolista e la sua famiglia dovrebbero essere inseriti nel Club prima ancora di iniziare eventuali trattamenti medici. In questi casi sarebbe opportuno che un operatore dell’équipe che ha in trattamento l’alcolista lo accompagnasse al Club.

Nel corso del primo colloquio si cerca di motivare la famiglia al trattamento nel Club e si forniscono le informazioni fondamentali sull’attività.

Durante il primo colloquio l’operatore deve stabilire un buon rapporto con la famiglia, salvaguardandone la dignità, ma esigendo al tempo stesso sincerità e chiarezza. L’operatore non deve lasciarsi ingannare, né lasciare ingannare i membri del Club. Nel corso del primo colloquio non è opportuno costringere l’alcolista e la sua famiglia a dire più di quanto si sentano di dire. In seguito, aiutati anche dall’esempio delle altre famiglie, riusciranno, un po’ alla volta, a esporre i propri problemi.

Una volta che l’alcolista ha esposto la propria situazione nel Club, non è necessario insistere, se non lo desidera, perché parli del proprio passato.

Tornare continuamente al passato può ostacolare il cammino verso il nuovo stile di vita. Capita che l’alcolista e i suoi familiari, se lo ritengono opportuno, tornino a parlare dei propri problemi per aiutare, con la loro testimonianza, altre famiglie in difficoltà. Va detto che di solito poter parlare serve alla famiglia a star meglio (NdR Qui Hudolin sottolinea come non siano necessari «racconti» del passato, salvo quando è strettamente indispensabile come testimonianza nel lavoro del Club, nel processo di cambiamento di tutte le famiglie).

Esistono casi in cui la famiglia ripete continuamente al Club le proprie vicende. Si tratta in genere di famiglie che hanno raggiunto l’astinenza, ma che non hanno cambiato il proprio stile di vita. In questi casi l’operatore dovrà aiutare la famiglia a intraprendere una strada di cambiamento.

Sia l’operatore che i membri del Club si sentono talvolta in imbarazzo quando nel corso della discussione si parla di problemi di carattere molto personale o attinenti alla sfera sessuale. In teoria, non esistono problemi di cui non si può parlare nel Club, se i membri desiderano realmente farlo. Dipende dall’operatore del Club e dalla sua esperienza scegliere se affrontare o meno certi argomenti. Problemi intimi, in particolare attinenti alla sessualità, si presentano molto spesso fra gli alcolisti, per cui non andrebbero evitati.

I membri del Club, come del resto anche tante altre persone, hanno difficoltà sessuali di cui vorrebbero parlare. Noi siamo dell’avviso che se i membri del Club non manifestano spontaneamente il desiderio di parlare dei propri problemi intimi, non è il caso di provocare la discussione. Del resto la famiglia ha almeno 10 anni di tempo per affrontare tutti i suoi problemi.

L’operatore deve facilitare le interazioni, in modo tale da rispettare il principio del «qui e ora», guardando al futuro ed evitando troppo frequenti ritorni al passato (NdR Questo ruolo viene condiviso dal S.I. con la famiglia che ha redatto il «diario» dell’incontro precedente e conduce la serata, anche questo atteggiamento favorisce la crescita delle famiglie, che a turno si sperimentano nella gestione del tempo e nello svolgersi della serata del Club).

Può accadere che il Club, in specie all’inizio della propria attività, non sappia creare un clima ricco di umanità e di empatia; in questo caso ci si perde negli ordini del giorno e nelle discussioni formali, oppure si fa ricorso a pedanti lezioni sulle patologie alcolcorrelate. Di solito questo accade per l’inesperienza dell’operatore: è il caso allora che si consulti con il Centro alcologico territoriale e che possa usufruire di una supervisione (NdR Il S.I. ha a sua disposizione la riunione mensile di auto/mutua supervisione con gli altri servitori-insegnanti del territorio, in quella sede si confronterà e potrà affrontare i problemi che vive nel Club. Un ruolo di approfondimento dei problemi legati al servizio nel Club può essere svolto dal settore della «formazione» (oggi dell’«educazione ecologia continua») del Centro Alcologico Territoriale, di cui parla Hudolin, o anche del «Forum territoriale» dell’E.E.C.).

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Molto importante è la cosiddetta alessitimia; le persone che soffrono di questo disturbo difficilmente riescono a trasmettere i propri sentimenti e comunicano in modo limitato con l’ambiente; inoltre mancano di empatia, sono cioè incapaci di creare un legame di tipo emozionale con gli altri. Questo fenomeno è stato descritto per la prima volta da Sifneos (1972) e non è peculiare solo degli alcolisti. Se nel Club ci sono parecchi alcolisti che ne soffrono, si può arrivare ad una sorta di paralisi delle comunicazioni. Per questo motivo è bene che in un Club non ve ne siano più di due (NdR Questo disturbo della comunicazione verbale è difficilmente visibile con poche sedute di Club e non viene descritto da Hudolin tra i problemi complessi, ovvero quelli che esistono a prescindere dal consumo di alcol e che lo complicano. Esso è considerato un problema diffuso nelle famiglie con un problema alcolcorrelato. Per questo l’alessitimia viene riconosciuta con una frequenza della famiglia al Club a lungo termine e dovrà essere colta l’occasione della prima moltiplicazione del Club per distribuire in modo equo le famiglie che portano in sé questo disturbo).

Gli alcolisti difficili

Occorre chiedersi che cosa è necessario fare quando l’alcolista non accetta di entrare nel Club, oppure non ritorna al Club dopo la prima riunione. Anche gli alcolisti già inseriti nel Club da anni sono in dubbio al riguardo.

Spesso capita che i membri anziani del Club ritengano che se l’alcolista non accetta immediatamente di partecipare al Club, dovrebbe essere allontanato.

Molti alcolisti e molti familiari vengono al Club solo per farsi un’idea sul trattamento, ma senza avere ancora preso una decisione in merito. Molto spesso la loro decisione dipenderà dal modo in cui sono accolti dai membri del Club e dall’operatore.

Può avere un’influenza negativa il tipo di atmosfera che si incontra nel Club o il fatto di sottoporre quasi ad una specie di interrogatorio il nuovo arrivato.

Spesso la scelta di rivolgersi al Club è ancora debole o è frutto di pressioni esterne.

Qualche volta l’alcolista si rivolge al Club per poter dire sia a sé stesso che agli altri: «Ho tentato anche questa strada»; in realtà attende il momento, addirittura cerca l’occasione, per poter giustificare l’abbandono del trattamento nel Club. Anche se queste persone non possono ancora essere considerate a tutti gli effetti membri del Club, il Club dovrebbe sentirsi responsabile nei loro confronti.

Il Club ha a disposizione vari strumenti per cercare di venire incontro alle difficoltà di questi alcolisti e dei loro familiari:

  1. Può invitare questi alcolisti a essere presenti alle sue riunioni e a continuare a frequentarlo, senza alcun obbligo; nemmeno quello di portare i familiari. Questo accordo può durare fino al momento in cui la famiglia decide di partecipare attivamente al Club. Se l’alcolista e la sua famiglia non riescono a iniziare l’astinenza, si può consigliare loro di iniziare il trattamento in una struttura ospedaliera oppure in un altro programma alternativo.
  2. Nella maggior parte dei casi in cui l’alcolista non frequenta il Club, è difficile coinvolgere i familiari a parteciparvi con regolarità. Il Club, oppure l’operatore, deve incontrarsi con i familiari o con il partner dell’alcolista e spiegare loro quanto sia necessaria la partecipazione della famiglia agli incontri di Club, anche quando l’alcolista non è presente.
  3. Se l’alcolista che ha frequentato solo per un breve periodo il Club ha al suo interno amici o conoscenti, questi possono periodicamente fargli visita e informarlo sui loro progressi nell’attività di Club; in tal modo finiscono per invogliarlo ad aiutarsi e a lasciarsi aiutare.
  4. Non bisogna dimenticare che il Club non deve mai trascurare di aiutare coloro che gli si sono rivolti in cerca di appoggio e di sostegno anche solo una volta.

            Il Club non dovrebbe perdere di vista il fatto che la fase iniziale del trattamento dura dieci anni, e che non ci si può quindi aspettare che ogni alcolista, al primo contatto con il Club, tanto più se non proviene da un programma ospedaliero o territoriale, sia immediatamente astinente e diventi automaticamente un membro regolare e disciplinato: l’impazienza provoca solamente disagi (NdR L’approccio ecologico sociale proposto dal Club prevede la presenza della famiglia nel percorso di cambiamento, questo dovrebbe garantire la partecipazione al Club, in quanto la famiglia per intero si fa carico del problema alcolcorrelato, in caso contrario si attua la «visita agli amici», citata qui nel paragrafo dedicato al patronage, anche nei confronti dei membri della famiglia assenti).

Se, già dopo il primo colloquio, l’alcolista potesse essere sempre portato con facilità all’astinenza, non ci sarebbe neppure bisogno del Club. L’alcolista nella fase iniziale del trattamento ha un comportamento ambivalente: da una parte desidera essere aiutato, dall’altra non sogna altro che di trovare una scusa per poter continuare a bere. Egli sfrutterà anche la più piccola occasione per potersi allontanare dal Club.

I membri del Club conoscono queste situazioni e devono saper reagire adeguatamente, evitando di dare al nuovo arrivato l’occasione di abbandonarli.

Di regola, ogni persona che ha bisogno di aiuto perché ha problemi alcolcorrelati e che per questo si presenta nel Club, dovrebbe essere accettata e aiutata, anche se si presenta ubriaca. È sufficiente che dica il motivo per cui è venuta nel Club. Se desidera parlare bisogna permetterle di farlo; se non lo desidera, bisogna rispettare anche questa sua esigenza. Questo, se la persona ubriaca non disturba il lavoro del Club. Se invece è motivo di disturbo, sia pure con molto tatto, bisogna trovare il modo più adeguato a tranquillizzarla e allontanarla temporaneamente dal Club.

Capita talvolta che qualche alcolista frequenti per molto tempo il Club, sempre in stato di ubriachezza, per poi un giorno presentarsi del tutto sobrio e continuare da quel momento in poi a essere astinente. Con questo non si vuole certo dire che si deve ammettere il consumo degli alcolici nel Club; però, in casi del tutto eccezionali, anche una situazione come questa darà risultati positivi.

Un certo numero di alcolisti può avere contemporaneamente altri gravi problemi, come ad esempio una psicosi o una dipendenza da droghe illegali. Di solito, a questo proposito, si parla di casi difficili e complicati. Benché non si tratti di alcolismo nel senso stretto della parola, anche queste famiglie possono giovarsi del Club a condizione che l’operatore sia specificamente aggiornato (NdR Con casi difficili e complicati si intendono i problemi complessi citati prima, nel Club non dovrebbe essere presente più di una famiglia con problemi complessi ogni sei famiglie, questo per garantire il normale svolgimento della riunione del Club, questa percentuale spesso viene superata poiché oggi sono presenti nelle nostre comunità e nei Club molte famiglie con problemi multidimensionali. Il S.I. deve fare il proprio percorso di educazione ecologica continua mantenendosi al passo con il metodo, anche questo però non garantisce un sapere specifico, ma il S.I. ha a sua disposizione la riunione mensile con gli altri servitori-insegnanti del territorio per parlare di questo e di come comportarsi, oltre a collaborazioni con il Servizio Pubblico del territorio e il Centro Alcologico Territoriale, là dove è presente, per confrontarsi sui vari percorsi da proporre in presenza di suddetti problemi).

L’astinenza dei familiari

Oggi è comunemente accettata l’opinione che i disturbi alcolcorrelati sono un problema familiare, fanno parte di un modello comportamentale, di uno stile di vita della famiglia, e vanno perciò risolti con un trattamento multifamiliare nei Club. Poiché i membri della famiglia si trovano in stretta interazione anche con altre persone, che per la famiglia hanno una particolare importanza, il trattamento deve coinvolgere anche queste persone; in tal modo si può raggiungere la migliore omeostasi familiare complessiva. Il trattamento richiede che i problemi siano risolti unitariamente da tutta la famiglia e che tutti i membri si astengano dal bere. Non sarà possibile aiutare veramente l’alcolista se nella sua famiglia si consumano alcolici.

Fin dalla sua nascita, nel 1964, si è avvertita nel Club l’esigenza di chiedere la totale astinenza dal bere all’intero gruppo familiare a cui vengono fatte acquisire le necessarie conoscenze sull’alcolismo e sul trattamento. Dopo un periodo di istruzione che dura un minimo di tre settimane, sia gli alcolisti che i familiari vengono sottoposti ad un esame (NdR Questa pratica è oggi sostituita dalla SAT di I modulo).

Sono particolarmente importanti le informazioni sull’approccio sistemico per far capire alla famiglia come l’alcolismo sia un disturbo di tutto il sistema familiare, e non solo di un singolo familiare.

Il trattamento serve a modificare i rapporti sia all’interno che all’esterno del sistema familiare.

Nella pratica di lavoro si incontrano numerosi ostacoli. Il partner dell’alcolista, e anche gli altri familiari, spesso non accettano di buon grado la tesi secondo cui l’alcolismo è un disturbo familiare. Non sanno o non vogliono capacitarsene; questo vale anche se il familiare, di solito il coniuge, è lui stesso alcolista. Lavorando con le famiglie ci si trova spesso di fronte a dei circoli viziosi. Ad esempio, la moglie continua a insistere sulle colpe del marito, convinta che tutto si rimetterà a posto non appena egli sarà astinente e quando dimostrerà di essere cambiato. Il marito, a sua volta, difende il proprio bere, giustificandolo in base a dei rapporti familiari deteriorati. Poiché è ovvio che il disagio è di tutta la famiglia, è necessario che l’intera famiglia cerchi e trovi un nuovo stile di vita, più produttivo e più maturo. È bene contare i giorni di astinenza anche dei membri della famiglia e dare anche a questi, come all’alcolista, il diploma per il primo, il secondo, il terzo anno di astinenza e così via (una procedura, questa, descritta più oltre). Il ritorno al bere moderato anche di un solo familiare va considerato come ricaduta della famiglia (NdR È una buona consuetudine, non una regola, che il Club annoti periodicamente sul «diario» del Club la durata (in giorni di solito) della sobrietà delle famiglie. Ricordarlo periodicamente funziona da rinforzo del processo di cambiamento della famiglia e da esempio per le famiglie appena entrate. In alcune realtà si è diffusa l’esperienza di distribuire attestati della sobrietà dell’intera famiglia e non solo di chi ha fatto uso di alcol.

Il movimento Club oggi si avvale di una «banca dati» annuale che monitorizza l’andamento dei Club).

Dalle esperienze fatte e dai dati ricavati nel lavoro di Club, si può vedere quali e quante sono le difficoltà ad abbandonare il cosiddetto bere moderato nella cultura mediterranea.

La presenza di esterni nelle sedute di Club

Nei Club si discute spesso sull’opportunità di presenze esterne, operatori socio-sanitari o altre persone interessate. Ci sono dei Club che sono contenti se alle loro riunioni vi sono persone esterne, rappresentative della comunità locale. Bisogna chiarire il senso e l’utilità di queste presenze.

Ricordiamo, prima di procedere, che il Club è una comunità multifamiliare, dove si discute del cambiamento dello stile di vita dei propri membri. Per far questo c’è bisogno di una interazione franca e costruttiva tra tutti.

Se lo desiderano, i soci possono parlare anche dei propri problemi più intimi, ovviamente con l’impegno reciproco alla massima discrezione. È difficile però che un gruppo così numeroso, 10-12 famiglie per complessive 20-30 persone, sappia rispettare questo principio.

E le difficoltà aumentano se sono presenti all’incontro degli esterni. Per questo motivo occorre ponderare bene se e chi invitare, o accettare, nelle sedute di Club (NdR L’unica visita al Club prevista dal metodo su scala nazionale eccezionalmente dal solito è la visita dei corsisti durante il corso di sensibilizzazione, ogni altra soluzione è a discrezione di ogni Club e decisa insieme. Sono comunque riunioni «speciali» a cui le famiglie non hanno l’obbligo di partecipare).

Possiamo basarci sulle seguenti condizioni:

  1. Il Club può organizzare riunioni aperte alle quali possono partecipare quanti lo desiderano o chi è invitato dai membri. A queste riunioni la presenza dei membri del Club non dovrebbe essere obbligatoria, ma libera, per quelli che lo desiderano. Questi incontri possono essere occasioni di discussione su un determinato problema; si possono anche organizzare serate ricreative a fini sociali. In questi incontri si possono anche affrontare problemi individuali, a patto che l’interessato sia d’accordo e non vi siano pressioni sui partecipanti a intervenire se non lo vogliono.
  2. L’Interclub è un’altra possibilità di riunione aperta; l’Interclub è l’incontro di tutti i Club di una determinata zona. All’Interclub possono essere invitati tutti quelli che sono interessati alla vita dei Club. Chi organizza l’Interclub deve avvertire i partecipanti, membri dei Club, che sono presenti anche persone esterne.
  3. Il Club è il luogo elettivo per la formazione dei nuovi operatori che vi possono fare un importante tirocinio pratico. Sia i membri che l’operatore devono naturalmente essere d’accordo. Il Club può inoltre ospitare, se vi è accordo in tal senso, soci o amici di soci di altri Club.
  4. Abbiamo già detto che il Club può essere una sorta di laboratorio, dove determinati gruppi di persone — operatori socio-sanitari, giovani, studenti, ecc. — possono apprendere cosa significa la vita del Club. Se il Club offre queste possibilità deve prepararvisi e saper spiegare bene quali sono i suoi principi. In tali occasioni i vari membri, se lo desiderano, possono raccontare le loro storie e le loro esperienze. Per questo tipo di esperienze sarebbe bene che il Centro alcologico o l’Associazione del Club individuassero i Club più adatti, dove non vi sono particolari problemi o situazioni conflittuali.

A volte succede che le persone esterne frequentino il Club una sola volta, il che è insufficiente per comprendere correttamente la vita e il senso del Club.

Ricordiamo ancora che a tutti questi incontri, con persone esterne al Club, la presenza dei membri non deve essere obbligatoria. Una situazione analoga si ha quando a richiedere di partecipare al lavoro del Club sono giornalisti della carta stampata o della televisione, per scrivere degli articoli o per fare delle riprese televisive.

Per concludere, va ancora sottolineato il diritto dei membri del Club alla massima riservatezza sulla propria vita (NdR Esistono oggi strumenti quali Interclub e SAT di III modulo per presentare il Club nella comunità. Secondo il metodo non sono previsti invece tirocini di nessun tipo se non l’ingresso di un nuovo servitore-insegnante in sostituzione o in caso di moltiplicazione di Club che può essere accompagnato in questo caso dal S.I. già presente nel Club per le poche sedute necessarie a completare il processo di moltiplicazione).

Il diploma per l’astinenza

Già nel 1964, quando fu costituito il primo Club degli alcolisti in trattamento, è stato introdotto l’uso di assegnare il certificato o diploma di astinenza, quale riconoscimento per un determinato periodo di astinenza.

Di tanto in tanto sorgono delle discussioni sulla validità dell’assegnazione di questi riconoscimenti.

Questa prassi era stata introdotta allo scopo di riconoscere e festeggiare il risultato ottenuto dall’alcolista (NdR L’Attestato di sobrietà viene consegnato oggi alla famiglia che ha percorso insieme la scelta dell’astenersi dal consumo di alcol e di intraprendere scelte di salute). Nel corso della cerimonia di consegna del diploma, cerimonia inizialmente molto carica di significati, anche gli altri membri del Club potevano trovare stimoli e incentivi per consolidare la propria astinenza. Il riconoscimento veniva anche a costituire per l’alcolista un impegno a proseguire la sua frequenza, nella determinazione di risolvere le proprie difficoltà e i propri problemi quotidiani senza ricorrere all’alcol.

Con la consegna dei diplomi l’Associazione dei Club degli alcolisti in trattamento aveva anche la possibilità di valutare i risultati del lavoro nei Club. In base ai diplomi assegnati si potevano inoltre esaminare approssimativamente i dati sull’astinenza dei membri e analizzare così uno degli aspetti del trattamento. Col tempo sono sorte difficoltà e dubbi, sia fra i membri dei Club che fra gli operatori. La cerimonia di consegna dei certificati prevede talvolta un rituale assai complicato e finisce così per trasformarsi in una manifestazione prettamente formale, invece che restare un avvenimento dalla forte carica umana.

Vi sono problemi anche nella valutazione dei dati sull’astinenza dei membri. A volte succede che alcuni membri premano per ottenere il riconoscimento, nonostante abbiano avuto una ricaduta; altre volte il Club vuole gratificare qualche membro per il lavoro svolto e assegnargli il riconoscimento a prescindere dall’astinenza. Tutti e due questi comportamenti portano problemi nel lavoro dei Club.

Poiché il diploma viene dato per l’astinenza conseguita, non bisognerebbe assegnarlo se c’è stata una ricaduta. Non bisognerebbe nemmeno assegnarlo per altri motivi che non siano l’astinenza.

In alcuni Club si sono verificati casi di alcolisti che non hanno voluto accettare il diploma di astinenza. Anche se ogni membro è ovviamente libero di accettare o meno il diploma, il rifiuto di solito ha significati più profondi: può voler dire che il membro è ricaduto, oppure che si è psicologicamente allontanato dal Club.

Può significare anche che si vergogna di essere un membro del Club, e in questo atteggiamento vi è il pericolo di una possibile ricaduta. Il dare e il ricevere i diplomi di astinenza dovrebbe essere un avvenimento vissuto con profonda umanità, compartecipato da tutti i membri del Club. Questo non è possibile quando, come talvolta capita, viene letto un elenco di nomi di persone che non sono presenti al momento dell’assegnazione del diploma. I riconoscimenti dovrebbero essere dati solo agli alcolisti che sono presenti alla cerimonia.

Il diploma per l’astinenza ha il suo limite nel prendere in considerazione solamente l’astinenza, e nel non tener conto di tutti gli altri aspetti del cambiamento dello stile di vita che sono sicuramente avvenuti nell’alcolista durante il periodo di astinenza. Per questa ragione il diploma, ai fini del cambiamento dello stile di vita, motiva la famiglia solo fino ad un certo punto.

Ultimamente si è proposto di dare il diploma alla famiglia o a tutti i membri familiari che hanno fatto il trattamento insieme all’alcolista.

L’Interclub

Sappiamo già che l’Interclub è l’incontro periodico di tutti i Club di una determinata zona. Torniamo sull’argomento per spiegare come si sono sviluppati questi incontri.

Nei primi anni di attività dei Club, questi incontri erano principalmente un tipo di trattamento, avevano un significato di mobilitazione e di sensibilizzazione. Era infatti necessario mobilitare e sensibilizzare la comunità e l’opinione pubblica della zona dove l’Interclub veniva organizzato e soprattutto bisognava sensibilizzare le famiglie degli alcolisti.

Nel grande incontro dell’Interclub si crea un’atmosfera di forte solidarietà che assume per certi versi carattere di trattamento. Il trovarsi assieme in questo grande gruppo ha inoltre una forte valenza preventiva; stimola infatti il cambiamento della cultura sanitaria della comunità dove si svolge l’incontro.

Questi incontri permettono poi ad un gran numero di alcolisti di conoscersi reciprocamente. Questo porta a ulteriori significative interazioni nei Club. In questi incontri vi è la possibilità di scambiare esperienze e conoscenze scientifiche, sia tra i membri dei Club che tra gli operatori. Le esperienze di lavoro presentate dai Club vengono messe a disposizione dell’Associazione dei Club e del Centro alcologico territoriale.

I problemi, sia del singolo che della famiglia, sia del Club che della comunità locale, vengono dibattuti assieme nella grande comunità multifamiliare, e assieme si cerca di trovare la soluzione migliore.

In un secondo momento è prevalso nell’Interclub l’aspetto celebrativo e sociale, motivo per cui si sono ridotti gli spazi dedicati alle interazioni fra i membri; di conseguenza è calato il loro interesse per l’Interclub. Gli alcolisti, in questi modi, non ritrovano più se stessi e i loro problemi.

Oggi i Club sono ampiamente accettati nella società e quindi non hanno alcun bisogno di pubblicità; ancora meno hanno bisogno di celebrazioni o di manifestazioni rituali, che di solito servono a chi vuol farsi bello dei propri discorsi, senza preoccuparsi affatto delle difficoltà e dei problemi degli alcolisti. Non bisognerebbe mai dimenticare che l’Interclub è l’incontro degli alcolisti, e non è un incontro politico, né scientifico. Inoltre la migliore pubblicità per il Club sono i suoi risultati. I rappresentanti delle istituzioni e le autorità sono sempre benvenuti a questi incontri, però non per parlare, ma per ascoltare quello che gli alcolisti hanno da dire. Altrimenti capita che il politico di turno, appena ha finito il suo discorsetto, abbandoni l’Interclub.

Non ha senso che i Club presentino relazioni interminabili ricche di contributi formali, ma povere di carica umana. È sufficiente che chi organizza l’Interclub presenti in breve alcuni dati sui Club e sui programmi di quella zona. La maggior parte del tempo deve essere lasciata alla discussione dei membri, delle famiglie, degli operatori, per l’esposizione delle loro difficoltà, del loro problemi, dei risultati ottenuti e per una discussione collettiva volta a individuare le soluzioni migliori.

È inutile in questi incontri dilungarsi su problemi tipicamente medici, o magari esporre opinioni scientifiche, che non hanno trovato risposta nemmeno nei circoli accademici. Una volta ho assistito ad un intervento di un noto uomo di scienza sulle relazioni tra carcinoma della faringe e alcol. La maggior parte dei presenti, circa mille persone, non era in grado di seguire; inoltre questa malattia è assai rara e non è nemmeno mai stata dimostrata scientificamente la sua correlazione con l’alcolismo. Finita la propria esposizione, quell’esperto ha lasciato la riunione!

I medici, gli esperti, i ricercatori hanno numerose possibilità di esporre le proprie opinioni e le proprie scoperte negli incontri scientifici e nei congressi. Il fatto è che nei grandi congressi medici avrebbero pochissimi ascoltatori; specie se l’argomento è quello dei disturbi alcolcorrelati.

L’ideale sarebbe che l’Interclub fosse organizzato come un normale incontro di un Club degli alcolisti in trattamento (NdR L’Interclub è sicuramente una occasione di incontro per i Club, per i servitori-insegnanti, per l’Associazione, è anche luogo privilegiato per incontrarsi con la comunità di appartenenza e stringere rapporti che consolidino la presenza del Club nel territorio e la futura costituzione, dove non esiste, di un Centro Alcologico Territoriale).

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Alcolisti senza casa (skid-row)

           Nella pratica di lavoro gli operatori socio-sanitari, come pure i membri dei Club degli alcolisti in trattamento, si trovano in difficoltà quando devono offrire sostegno o assistenza alle persone abbandonate, di solito con gravi problemi fisici, persone senza casa e senza famiglia, che non chiedono nemmeno di essere aiutate.

La società ha il dovere di fare qualcosa anche per questa categoria di persone.

           Gli skid-row sono soggetti che non hanno più famiglia, che sono quasi sempre ubriachi, che vivono e dormono dove capita, che lavorano solo saltuariamente. Il termine skid-row alcoholic, secondo Keller M. e McCormick M. (1968), viene dal nome di quei sentieri ripidi fatti di tronchi paralleli, lungo i quali venivano fatti scendere dal bosco i tronchi per essere avviati a valle (Hudolin Vl., 1987). A Seattle, nei pressi di uno di questi sentieri, è sorto un tempo un quartiere popolato per lo più da marginali, tra cui numerosi alcolisti.

Con questo nome furono in seguito indicati i quartieri poveri delle grandi città.

In questi quartieri si concentravano i vagabondi, i barboni, le persone con svariati e gravi problemi comportamentali e gli alcolisti. Di qui l’origine del termine.

           Come abbiamo già detto, in Jugoslavia si riteneva che questo tipo di alcolisti, per merito del sistema socialista, non esistesse. Le ricerche effettuate da Lazic N. (1980) hanno però dimostrato che anche in Croazia vi sono non pochi skid-row.

Il trattamento di questi alcolisti è reso più difficile dalla mancanza di una famiglia cui fare riferimento e dalla mancanza in genere di legami interpersonali; di solito sono presenti in questi soggetti lesioni alcoliche diffuse. Questo tipo di alcolisti è presente soprattutto nelle grandi città, per cui sarebbe opportuno che alcuni Club cittadini prestassero un’attenzione particolare a questa categoria di persone, come hanno fatto a Genova.

Ogni Club dovrebbe accettare solo uno o al massimo due alcolisti di questo tipo (NdR Anche questi problemi rientrano nei problemi complessi elencati prima e il loro inserimento nel Club prevede diritti e doveri uguali a tutte le altre famiglie dei Club, compresa anche la necessità di organizzare una famiglia solidale, anche se per la complessità della problematica assorbono molte più energie, da qui la necessità di limitarne la presenza nel Club come nel caso della famiglie con problemi complessi).

Le esperienze di lavoro con questo gruppo di alcolisti sono poche e la loro mortalità è inevitabilmente molto alta.

Leggi l’articolo precedente

https://acatbrescia.it/la-ricaduta-nei-club-degli-alcolisti/

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5 commenti su “ASPETTI PRATICI DELLA VITA DEL CLUB”

  1. RIFLESSIONI 23°USCITA

    Hudolin continua l’opera di creazione del mondo Club,aggiungendo al Diktat sfumature,direttive, sfaccettature alla sua creatura. Qui,per me, c’è poco da riflettere e moltissimo da fare, sempre e comunque.
    Questa è sicuramente la parte del libro che può dare tutte le informazioni e le risposte alle famiglie dei Clubs,e a chiunque fosse affascinato dal metodo e ne vuole sapere di più.
    Mi fa’ riflettere e mi riempie di gioia che la settimana scorsa, grazie all’ultimo incontro del Lunedì con “Manuale d’Alcologia” e grazie alla sua curiosità nel voler capire,una famiglia abbia evitato una ricaduta secca.
    Questo è l’ennesimo segnale che mi dice quanto sia importante ciò che facciamo e che portiamo avanti.

    Bruno.

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  2. Questo capitolo descrive in modo molto chiaro il Metedo che Hudolin ha ideato. E’ un metodo di facile apprensione, è adatto a tutti, ovviamente è la costanza e l’impegno costante che premia le famiglie. Il cambiamento di stile di vita arriverà automaticamente, te stesso ma soprattutto le persone che ti conoscono vedranno i tuoi miglioramenti. Il benessere raggiunto quando si capisce e si vive la sobrietà da una sensazione di benessere che ci permette di vivere serenamente nella nostra vita personale e sociale.

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    • Ti ringraziamo innanzitutto per il tuo commento “ottimo lavoro”
      ci piacerebbe molto sapere a quale aspetto ti riferisci, quale parte per te è difficile mettere in pratica, sarebbe molto interessante avere la tua opinione e confrontarci
      Se ti va scrivi qui sotto quali sono gli aspetti che tu ritieni di difficile applicazioni, sicuramente ti daremo la nostra opinione.
      Gerardo.

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