Introduzione al Manuale di Alcologia

Vladimir Hudolin- note biografiche

Abuso alcol brescia


Vladimir Hudolin è nato a Ogulin (Croazia) il 2 maggio 1922 e si è spento a Zagabria il 26 dicembre 1996.
È stato uno dei massimi esperti sui problemi alcolcorrelati, noto a livello internazionale per aver ideato una metodologia per fronteggiarli basata sul coinvolgimento della famiglia, della comunità sociale, dei servizi socio-sanitari pubblici e centrato sui Club degli Alcolisti in Trattamento (oggi Club Alcologici Territoriali).
Fino al 1988 è stato Direttore della Clinica di neurologia, psichiatria, alcologia dell’Università di Zagabria. È stato membro del gruppo degli esperti per l’alcolismo e le altre dipendenze dell’OMS.
È stato presidente della Società Mondiale di Psichiatria Sociale.
Ha pubblicato 60 libri e manuali e oltre 500 articoli scientifici.
Dal 1979 alla sua morte ha collaborato con la rete dei servizi italiani per la diffusione dell’Approccio Ecologico Sociale.
In tutte le Regioni italiane vi sono programmi che operano secondo la sua metodologia e i Club hanno superato le 2000 unità, inoltre essi si sono diffusi in altri 35 Paesi del mondo.

Il piano dell’opera

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Questi appunti sul Manuale di Alcologia hanno lo scopo di rendere l’approfondimento fruibile ad un vasto numero di lettori, anche non professionisti, portatori di un prezioso sapere esperienziale, che provengono dalle famiglie con problemi alcolcorrelati e che partecipano ai Club.
Essi sono i nostri interlocutori principali, senza trascurare la parte professionale, e hanno il diritto di essere messi in grado di capire le basi teoriche del loro lavoro, di impadronirsi del sapere teorico che può illuminare il loro saper fare e saper essere, il quale a sua volta arricchisce la teoria in un processo di rinnovamento continuo, che la pone all’altezza dei tempi.
Questo processo ha due fondamenti principali:la natura dinamica e conflittuale della metodologia Hudolin, che nel rapporto tra teoria e pratica è sempre in continua evoluzione;

la necessità di formare le famiglie dei Club in un processo di educazione ecologica continua perché non semplicemente si emancipino dall’alcol, ma si avviino ad un percorso di cambiamento, di crescita e di sobrietà, anch’esso in continua evoluzione.
È un processo di emancipazione dalla cultura esistente, centrata sul consumismo e sui suoi riti, perché essi possano prendere nelle proprie mani il loro futuro e, insieme ad altri, quello delle loro comunità.
Il Manuale di alcologia è la principale opera di Vladimir Hudolin in italiano. Egli ha scritto un numero elevato di lavori in più lingue (inglese, tedesco, italiano e soprattutto croato, che era la sua lingua madre).
Hudolin fu psichiatra, cattedratico in questa disciplina, di cui criticò severamente i limiti, ma che non abbandonò mai, richiamando continuamente il suo essere limitrofa all’alcologia per la quale divenne famoso in tutto il mondo (fu anche membro della Commissione degli esperti dell’OMS per l’alcolismo) e soprattutto in Italia. Nella Prefazione alla prima edizione (1990) Hudolin richiama esplicitamente questi contributi: «il manuale si basa, oltre che sulle mie esperienze e su quelle di altri studiosi, anche sui miei libri più recenti scritti in lingua croata». Nel campo della promozione della salute nella comunità il suo esperimento di costruzione di una estesa rete sociale di Club degli Alcolisti in Trattamento (oggi Club Alcologici Territoriali) in tutte le regioni italiane, che nell’arco di quasi quarant’anni (il primo Club italiano fu fondato a Trieste nel 1979) ha coinvolto decine di migliaia di famiglie e migliaia di operatori professionisti e volontari, è secondo solo a quel grande laboratorio di sperimentazione sociale, unico in tutto il pianeta, che è stata la riforma dell’assistenza psichiatrica del 1978.
Sicuramente l’incontro tra le sue idee, frutto di un lavoro trentennale (il primo Club al mondo fu fondato a Zagabria nel 1964), e quanto stava avvenendo in Italia in quegli anni, è stato felice.
«Ho cercato di scrivere questo manuale in un linguaggio semplice e discorsivo, affinché potesse risultare accessibile al maggior numero possibile di lettori e in particolare ai membri dei Club».
Il Manuale, analogamente al mondo dei Club ancora oggi seppur con qualche fatica, è un “prodotto” molto speciale, il quale fa i conti con tutto il bagaglio teorico-pratico della disciplina nota come alcologia, che poi è un campo decisamente interdisciplinare fin dalla sua recente fondazione, e sta principalmente al servizio dei Club.
Nei ringraziamenti che chiudono la citata Prefazione Hudolin scrive: «Desidero esprimere… un ringraziamento particolare a tutti i miei collaboratori e specialmente alle famiglie presenti nei Club degli alcolisti in trattamento, poiché la maggior parte di ciò che so sui problemi alcolcorrelati l’ho imparato da loro».

Un po’ di storia

Come si può capire da quanto detto il Manuale è frutto dell’epoca storica in cui venne prodotto. I dieci anni e poco più, che intercorrono tra la fondazione del primo Club a Trieste con l’incontro di Hudolin con la Scuola Superiore di Servizio Sociale di Trieste e l’uscita della prima edizione (1990), sono stati intensissimi: i Club si diffondono rapidamente e raggiungono le 1300 unità, espandendosi in tutt’Italia dalle regioni del Nord-Est prima a tutto il settentrione, poi al centro della penisola e quindi al sud e alle isole. Il processo avviene «per contatto» da una regione all’altra, come era accaduto per il Friuli-Venezia Giulia confinante con la Federazione Jugoslava, dove i Club si erano sviluppati nel ventennio precedente. Si tratta di un percorso del tutto informale, in un’epoca in cui i servizi alcologici quasi non esistevano nel nostro Paese (nel 1979 vi erano solo cinque esperienze alcologiche: ad Ancona, Arezzo, Dolo, Firenze e quella di Castellerio di Udine, direttamente ispirata da Hudolin), percorso che correva piuttosto attraverso i contatti con i servizi sociali e i nuovi servizi della salute mentale prima che con i servizi per i «tossicodipendenti», i quali si andavano allora faticosamente costituendo. Possiamo dire che spesso la nascita dei Club per «osmosi» (NdR influenza di reciproca condivisione che persone, gruppi, elementi diversi esercitano l’uno sull’altro) o attraverso il “passaparola” delle famiglie con problemi alcolcorrelati, che cercavano la soluzione delle proprie sofferenze lontano da casa, ha preceduto la formazione della rete dei servizi alcologici, solo
successivamente riassorbiti dai servizi per le dipendenze. Questo di aver diffuso una cultura alcologica e sviluppato un’attenzione a problemi umani antichi, come quelli alcolcorrelati, spesso misconosciuti, è uno dei meriti di Hudolin e dei Club da lui promossi.
A cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, i centri di irradiazione di quello che si stava definendo come «approccio ecologico sociale» (NdR detto nel Manuale «approccio ecologico o verde») sono nell’ordine Udine, Treviso e Trento, di cui nei ringraziamenti Hudolin riconosce l’«aiuto eccezionale» nelle persone di Renzo Buttolo, di Luigi Colusso e di Renzo De Stefani. In particolare sono significativi l’incontro con l’esperienza trentina, il ruolo di Fabio Folgheraiter, il riferimento alla Scuola di Servizio Sociale di Trento. Sono gli anni dei Congressi Nazionali di Trento e della costituzione della Scuola di Perfezionamento in Alcologia nella stessa città, che funzionò da volano per lo sviluppo dei Club a livello italiano e per la costituzione del primo gruppo di formatori italiani, successiva al Corso di Sensibilizzazione nazionale tenuto da Hudolin all’Università Cattolica di Roma in collaborazione con il Ministero della sanità nel giugno 1985.
Parallelamente si avviava il primo studio di valutazione dell’efficacia dei Club (VALCAT) in collaborazione con l’Istituto Superiore di sanità, i cui dati collocano l’approccio dei Club ai problemi alcolcorrelati come uno dei migliori, se non il migliore disponibile. Quindi il Manuale è frutto di un’epoca di grande fervore ed entusiasmo, che la proposta di lavoro comunitario di Hudolin suscitò in vari settori del mondo professionale, del volontariato e delle comunità locali. Le sue pagine portano l’impronta di quell’epoca e contengono tutti i germi degli sviluppi futuri.

Cultura e scienza

Il Manuale dimostra come l’approccio ecologico sociale abbia solidissime basi culturali e scientifiche, che si rintracciano nella vastissima bibliografia (553 voci) e nella struttura stessa dell’opera che tratta tutti gli argomenti, che compongono il campo interdisciplinare dell’alcologia (dalla base organica: il metabolismo dell’alcol, l’intossicazione acuta, le
complicanze fisiche del bere; all’approccio diagnostico ed epidemiologico; dalla terminologia e la sua base culturale e teorica fino alle complicanze psichiche, dall’eziologia alla prevenzione e al trattamento dei disturbi alcolcorrelati, fino alla descrizione dettagliata della metodologia e dell’organizzazione dei Club).
È stato dimostrato che l’«invenzione» dei Club sta all’incrocio di una tradizione psichiatrica che viene dalla psicoanalisi, passa attraverso l’approccio interpersonale di Sullivan fino allo sviluppo della psichiatria sociale e alla lezione della comunità terapeutica di Maxwell Jones, con la teoria generale dei sistemi di von Bertalanffy. Tutti questi debiti culturali e scientifici dell’approccio ecologico sociale sono illustrati nel loro sviluppo che ne portò al superamento complessivo nell’approccio di comunità.
Troviamo le tracce di questo processo storico nelle «teorie e approcci ai problemi alcolcorrelati ma soprattutto nella descrizione de «Il trattamento complesso» che Hudolin aveva messo a punto presso la Clinica Psichiatrica di Zagabria, dove con la lucidità e con la capacità di scrivere in modo scorrevole anche di problemi complicati, che lo contraddistinse sempre, dimostra come l’approccio di comunità dei Club, dalla loro fondazione, un progressivo passaggio da un intervento terapeutico «artificiale» ad un processo di cambiamento della comunità, di cui il Club ben funzionante è parte integrante. Qui è la ragione profonda per cui l’appartenenza al Club non ha termine: non si può smettere di appartenere alla propria comunità, non ci si «dimette» da essa, si può andare a vivere e a lavorare altrove, ma si diventa parte di un’altra comunità.
Un altro studio elaborato dall’Aicat nel 2011 elenca altre basi, che in apparenza non sembrano trovare collocazione nel Manuale, come l’antropospiritualità (o la cultura sociale), l’etica, la trascendenza, la meditazione, che costituiscono lo sviluppo del pensiero dell’«ultimo Hudolin» dal 1992 al 1996. Tali basi, come vedremo, sono contenute in un breve compendio nell’arco delle riflessioni del Manuale. Viceversa la proposta degli «strumenti idonei alla realizzazione di un programma di
alcologia territoriale» è ancora quella contenuta in queste pagine: la centralità del Club, i momenti formativi e di sensibilizzazione e un modello organizzativo costituito dal Centro Alcologico Territoriale Funzionale (1991).

Un nuovo modello di riferimento, le innovazioni della terminologia e la svolta del Congresso di Paestum

È stato scritto che oggi in alcologia è in atto un nuovo modello di riferimento, paragonabile a quello delle grandi rivoluzioni scientifiche. Non solo nella comunità scientifica internazionale e nella letteratura dell’OMS ma anche nelle prese di posizione degli operatori più avveduti e nel sentire comune è andato in crisi il paradigma antico di centinaia d’anni. Per cui esiste un bere moderato, fonte di piacere e di benessere, socialmente tutelato, e nettamente separato da esso «l’alcolismo», un vizio morale, una perversione religiosa o in termini più moderni una malattia, che travolge alcuni sprovveduti o per ragioni ereditarie o per incapacità di darsi una regola morale.
Hudolin ha dedicato l’intero suo insegnamento e molte delle pagine di questo Manuale alla messa in crisi di questo modello di riferimento e dimostrare che i problemi alcolcorrelati si sviluppano lungo una continuità dai più piccoli ai più rilevanti. Poco dopo la messa in crisi del concetto dell’alcolismo come malattia, sancito nel congresso italo-jugoslavo dei Club degli Alcolisti in Trattamento di Opatja (1985), il Royal College General Practitioners inglese sosteneva la stessa posizione (1986), alcuni tra i principali esperti di alcologia introducevano l’idea di continuum (Edwards, 1994).
L’OMS la riprendeva nelle proprie posizioni programmatiche e da ultimo l’American Psychiatric Association nella V revisione del DSM (2013) abbandonava la definizione di “dipendenza” «a causa della sua incerta definizione e della sua connotazione potenzialmente negativa» e introduceva il dato che “due valori per quanto vicini, se ne può sempre trovare un terzo intermedio tra i primi due” (continuum) stabilendo pertanto una graduazione di un unico “disturbo da uso di alcol” in lieve, moderato e grave. In Italia ha contribuito indubbiamente a creare una
sensibilità diffusa, che l’uso dell’alcol è comunque rischioso, l’introduzione del limite dell’alcolemia alla guida, la sua regolazione nel mondo del lavoro (legge 91/2001) e infine la campagna dell’Associazione Familiari Vittime della Strada per l’introduzione del concetto di «omicidio stradale». È nostro specifico orgoglio come movimento dei Club vedere ormai affermate su così larga scala le idee del nostro maestro e aver contribuito al formarsi di questo nuovo paradigma. Pensiamo di aver contribuito alla riduzione dei consumi di alcol di più del 25% entro gli anni 2000, raggiungendo l’obiettivo dell’OMS, in assenza di uno specifico programma nazionale, anche se guardiamo all’aumento dei consumi nelle fasce giovanili e in generale «deboli» (comprese le donne e gli anziani) con notevole preoccupazione, riconoscendo il bere giovanile come uno dei problemi che dobbiamo affrontare.

Al cambiamento di paradigma doveva di necessità conseguire il cambiamento della terminologia alcologica, a cui Hudolin ci aveva allenati come si può vedere anche in questo Manuale. Egli aveva posto anche il problema dell’abbandono di una serie di termini ormai superati dal punto di vista scientifico, come «alcolismo», «alcolista», «trattamento», ecc., ma ne aveva fatto una questione «bilanciata» di opportunità socio-culturale: era prudente non abbandonare questa terminologia nel momento in cui era accettata nella comunità e non si portava dietro una rilevante stigmatizzazione sociale (Assisi, 1995).

Il percorso sviluppatosi in campo alcologico nei vent’anni successivi ha posto la questione all’ordine del giorno del nostro movimento, che l’ha discussa accanitamente per alcuni anni in maniera orizzontale fino a sviluppare una consultazione su scala nazionale delle famiglie di ogni Club, arrivando alla svolta del Congresso Nazionale AICAT di Paestum (2010), che ha preso atto del favore del 70% dei Club al cambiamento del nome delle nostre strutture di base, votando a larghissima maggioranza il passaggio da «Club degli Alcolisti in Trattamento» a «Club Alcologici Territoriali». Alcuni ambiti territoriali non hanno accettato il cambiamento — come spesso avviene nelle svolte decisive — e stanno per il momento fuori dalla «casa comune dell’AICAT». La nostra opinione è che, al di là di questa distinzione, le conseguenze della svolta di Paestum per il futuro dei Club e della stessa alcologia siano ancora da trarre fino in fondo perché ciò che è cambiato non è tanto il nome, ma alcune modalità di approccio,
che puntano a intervenire nella comunità il più precocemente possibile prima che i problemi alcolcorrelati più seri si siano già instaurati.
Un altro elemento è importante: la costituzione del Forum Nazionale dell’Educazione Ecologica Continua, a cui tra l’altro è affidato il compito di presiedere alla definizione della terminologia ufficiale dell’approccio ecologico sociale, in stretta collaborazione con l’AICAT e i suoi organismi rappresentativi. Ad esempio oggi si preferisce parlare di «coordinatore» invece di «direttore» dei corsi di sensibilizzazione.
Di seguito riportiamo le innovazioni introdotte nella terminologia, come i termini «alcolista» e «alcolismo», nel Manuale ancora utilizzati in senso medico tradizionale, evolvono in seguito nel pensiero e nell’esperienza di Hudolin. Oggi si preferisce parlare per il primo di «persona/famiglia con problemi alcolcorrelati» ovvero legati al consumo di bevande alcoliche. Il secondo era già stato messo in discussione da Hudolin in una definizione «relativistica» del tipo: “esistono tanti alcolismi quante sono le famiglie e gli individui con un problema alcolcorrelato”.
In seguito Hudolin ha parlato soprattutto di problemi alcolcorrelati e complessi, sottolineando che il problema alcolcorrelato è in effetti di un problema multidimensionale che si lega ad altri disagi e che non è più definibile in senso assoluto o unidirezionale. Si parla oggi ormai di problemi alcolcorrelati, ovvero legati al consumo di bevande alcoliche.

Nel corso degli anni inoltre il sistema ecologico sociale passa dal concetto di malattia al concetto di comportamento e di stile di vita. Oggi questa distinzione all’interno dei membri della famiglia che partecipa al Club, come anche quella tra familiare e alcolista, è stata superata e si parla di «famiglie con problemi alcolcorrelati», dato che tutti i membri della famiglia sono ugualmente coinvolti sia nel problema alcolcorrelato, sia nel processo di cambiamento. Hudolin ha messo anche in discussione la validità del termine «astinenza», in quanto comporta un significato di coercizione o di privazione. Come afferma nel suo intervento al Congresso di Spiritualità Antropologica di Assisi del 1996, “in futuro sarebbe meglio parlare di sobrietà, cioè di un comportamento positivo che non chiede a nessuno di abbandonare, ma di accettare una vita migliore. L’astinenza fa parte della sobrietà”.

Il Club è una comunità multifamiliare che lavora in base ad un approccio familiare e sistemico.

Il sistema più significativo è la famiglia e il comportamento legato al bere è considerato come una sofferenza dell’intero sistema. Tutti i componenti della famiglia sono impegnati nel cambiamento dello stile di vita e nella crescita personale: accettare la frequenza al Club del solo bevitore problematico ostacola il cambiamento del comportamento e conferma l’ottica tradizionale che vede nel problema alcolcorrelato una malattia dell’individuo e il Club come un luogo di terapia.
Per le persone che vivono da sole è prevista l’attivazione di un «familiare solidale» (che negli anni novanta del Manuale si chiamava «familiare sostitutivo o artificiale»), un punto di riferimento emotivo, disponibile a condividere alcuni momenti della vita della persona sola, favorendone i legami con la comunità locale.
È opportuno qui puntualizzare l’evoluzione della terminologia che ha portato al passaggio dal termine «terapeuta» a quello attuale di «servitore-insegnante». Il termine iniziale di terapeuta, ancora legato ad un approccio medicalizzato ai problemi alcolcorrelati, viene dapprima sostituito dal termine «operatore» (in occasione del Congresso italo-jugoslavo dei Club degli Alcolisti in Trattamento, tenutosi ad Abbazia [Opatija] in Croazia, del 1985), che già comprendeva sia operatori professionali, sia operatori volontari non professionali, considerando tutti ugualmente in grado di essere operatori nei Club in quanto «specialisti in alcologia». In seguito, Hudolin propone di aggiungere la definizione di «servitore» a quella di operatore, poiché permette di definire in modo più completo l’azione di chi «in un clima di solidarietà catalizza il processo di cambiamento degli individui, delle famiglie e della comunità in cui serve».


Durante il Congresso di Spiritualità Antropologica di Assisi del 1996, Hudolin sottolinea ancora questo significativo cambiamento della terminologia, ovvero di affiancare al termine operatore quello di servitore e propone di lì a poco, durante il Congresso Nazionale di Grado del 1996, il termine completo di «servitore-insegnante» utilizzato a tutt’oggi. Il nuovo termine include pertanto i due concetti di servizio e di insegnamento e pone l’accento sul fatto che il servitore-insegnante non solo si pone al servizio delle famiglie, ma insegna attraverso le Scuole Alcologiche Territoriali, in un percorso di aggiornamento e educazione continua che coinvolge sé stesso, le famiglie e la comunità.
Nel terzo Manuale troviamo anche i riferimenti alle due principali «innovazioni» dell’«ultimo» Hudolin: le Scuole Alcologiche Territoriali e l’antropospiritualità. All’epoca queste due linee di pensiero stavano cominciando a formarsi.
La teoria «spiritualità antropologica» o «antropospiritualità» è giudicata favorevolmente da Hudolin perché “studia i fattori sociali e culturali che, in una determinata comunità, condizionano il consumo di alcol”. Egli la critica perché è troppo «giovane» e non ha prodotto studi longitudinali adatti a “costruire dei programmi per il controllo dei problemi alcolcorrelati basati su di esso”. È evidentemente che Hudolin la trova promettente e si può ipotizzare che la volle successivamente sviluppare.
Essa di certo ha influito sul concetto di spiritualità antropologica, che si occupa appunto dei fattori sociali e culturali. In tal senso quando si usa il termine «antropospiritualità», esso andrebbe sempre accompagnato dalla dizione «o cultura sociale» come fanno il Manifesto e altri testi di Hudolin.


Lo sviluppo dei programmi italiani nel contesto internazionale


Il Manuale non contiene indicazioni circa lo sviluppo dei Club su scala internazionale, anche se Hudolin guardava costantemente al panorama planetario, non foss’altro perché veniva dall’esperienza croata, a cui egli fa costante riferimento nella trattazione. Sono di quegli anni la fondazione della Scuola Europea di Alcologia e Psichiatria Ecologica, che ha dato forte impulso ai programmi in altri Paesi (Delnice, 1986) e del Centro Studi Europeo S. Francesco per i problemi alcol/droga correlati di Monselice (1992), che curerà i Congressi di Spiritualità Antropologica di Assisi. Di fatto molti formatori e molte Associazioni dei Club italiani hanno dedicato grandi sforzi allo sviluppo dei Club nel mondo. La task force sulla collaborazione internazionale, riunitasi a Udine il 6 febbraio 2015, ha indicato che i Club esistono in 35 Paesi,19 che appartengono a tutti e cinque i continenti: sono diffusi soprattutto in Europa, in maniera significativa in Italia e nel Nord Europa fino all’Islanda, ma anche nei Paesi dell’Est; inoltre sono presenti in Sud-America, in particolare in Cile, grazie all’opera di Mauricio Troncoso, esule cileno e stretto collaboratore di Hudolin a Zagabria durante gli anni dell’esilio; sono pure presenti — anche se in misura più contenuta — in Africa (Congo, Kenia, Camerun), in Asia e
in Oceania. Recentemente è stato celebrato il 50° anniversario della fondazione del primo Club a Zagabria con il commosso Convegno The Touch of Soul (giugno 2014), che ha constatato la ripresa della crescita dei Club nei Paesi dell’ex Jugoslavia, dopo la catastrofe della guerra serbo-croata, anche se con caratteristiche che sembrano riflettere una «ripartenza» dagli inizi del programma complesso dell’antica Clinica Psichiatrica di Zagabria con caratteristiche molto più «medicalizzate» dei programmi italiani. L’esperienza nei vari Paesi sembra riflettere tutti i gradi attraversati dai Club nel loro sviluppo, anche a seconda dell’epoca in cui avvenne il loro impianto. Questa può essere una spiegazione della varietà dei nomi che essi hanno assunto: ad esempio la denominazione di Club degli Alcolisti in Trattamento è rimasta in Croazia, Slovenia, Bosnia, Montenegro, Macedonia, nei Paesi del Nord Europa prevale la definizione di Family Club, che ritroviamo anche nei Club sud-americani, Club de las familias con problemas de alcohol. Per il momento si è pensato a una denominazione generica come «Club Hudolin» o («Club che lavorano secondo i principi dell’Approccio Ecologico Sociale di Hudolin») a sottolineare le «caratteristiche comuni» e a significare la necessità di un confronto aperto tra le varie esperienze, che fanno riferimento all’approccio ecologico sociale, e una loro validazione attraverso «monitoraggio e ricerca».

L’Approccio Ecologico Sociale e le scienze


(NdR -è questo un paragrafo rispecchia la terminologia scientifica e che, a mio parere, ha poca rilevanza con la partecipazione delle Famiglie al Club. Lo ritengo comunque utile perché chiarisce come il concetto di dipendenza sia privo di certezze scientifiche)
Tale rapporto per noi è scontato per due buone ragioni: in primo luogo il Club semplice e altamente replicabile in alcune condizioni ambientali date, come è per le più certe verità scientifiche; in secondo luogo per la necessità di dare sempre conto, dati epidemiologici e statistici alla mano, delle esperienze dei Club, anche le più modeste. Qui ci riferiamo alle «scienze dure», cioè quelle che fanno riferimento alla biologia o meglio ancora alla neurobiologia, che oggi chiamiamo neuroscienze. L’atteggiamento di Hudolin è farci i conti costantemente «Se in questo campo ci saranno
nuove scoperte, sarà ovvio che se ne terrà conto nel trattamento. Però questo non influirà mai sulla lunga, difficile strada verso la scelta di un modello di comportamento più sano». In un tipico «bilanciamento» hudoliniano vi è insieme il rispetto per quanto le scienze possono produrre di nuovo e l’idea certa che la scelta umana sarà sempre eticamente indispensabile perché è una caratteristica della nostra specie.
Attualmente l’evoluzione delle neuroscienze convalida il punto di vista di Hudolin e che significativamente viene ripreso nell’ultimo messaggio del Professore «e infine vi prego di continuare».
Il dilagare delle cosiddette «dipendenze comportamentali» o «comportamenti additivi senza sostanza» (in primo luogo il gioco d’azzardo, ma anche quelle dalle tecnologie elettroniche, insieme ai problemi cosiddetti compulsivi come lo shopping, il sesso, il cibo, ecc.) hanno fatto giustizia della «teoria forte» dell’epoca, che abbiamo appena alle spalle, quella della «fame recettoriale», legata all’epidemia degli oppiacei e dei cannabinoidi e alla scoperta delle endorfine e degli endocannabinoidi. La spiegazione della cosiddetta «dipendenza», concetto sempre criticato da Hudolin, si fondava sull’evidenza che le «droghe» imitavano dal punto di vista molecolare alcuni neurotrasmettitori e quindi condizionavano la risposta recettoriale con il conseguente neuroadattamento. Tra l’altro tale teoria recettoriale non ha mai spiegato con chiarezza gli effetti dell’alcol sul sistema nervoso. È ovvio che dove non c’è «sostanza additiva» tutto questo perde di significato e limita la questione probabilmente all’ultimo segmento del processo neurochimico. Le ricerche attuali fanno riferimento al cosiddetto «circuito della ricompensa» o «sistema della gratificazione» intorno al nucleus accumbens, in rapporto al talamo e alla corteccia frontale, per cui ogni condotta che comporta una gratificazione attiva un meccanismo neurochimico, che produce la sua ripetizione e innesca circuiti che una volta attivati sono necessitati a ripetersi. In qualche modo si tratterebbe della base organica della «coazione a ripetere» di freudiana memoria. Tale gruppo di evidenze scientifiche ci sembra essere la base neurobiologica del concetto di continuum dei problemi alcolcorrelati, a cui abbiamo accennato sopra, e anche dell’abbandono del concetto di dipendenza, come privo di certezze scientifiche, di cui ha preso atto il DSM-5 lungo lo sviluppo di un discorso nosografico che parte dal III edizione e segna il passaggio da una posizione categoriale ad una dimensionale.

Il Manuale e il futuro

Non possiamo chiudere senza lanciare uno sguardo al futuro, la «futurologia» è un punto di vista a cui Hudolin teneva molto come aveva appreso dal lavoro dei Club, in cui non è solo importante l’aver fatto i conti con il proprio passato, ma partire dal «qui e ora» verso future conquiste in quel processo di cambiamento e di miglioramento il cui fine non è mai raggiunto. Questo libro rimarrà una pietra miliare dello sviluppo del movimento dei Club. Certamente non ne diventerà — per la natura stessa, dinamica, conflittuale ed evolutiva, del metodo ecologico sociale — una «verità rivelata», una sorta di immutabile Bibbia o un Big Book inalterato nel corso degli anni. Questa edizione permetterà alle nuove generazioni di famiglie e di servitori-insegnanti di accedere alla principale fonte della loro formazione e sarà la base per nuove esperienze e conquiste alla luce dei mutamenti sociali, in cui i Club come parte della comunità sociale sono inevitabilmente immersi. Sarà la base sicura di un ritorno a Hudolin per rilanciare il movimento dei Club, per la loro crescita qualitativa e quantitativa a favore di tutte le famiglie che ne hanno ancora bisogno nelle comunità locali. Se poi esso sarà la base per la costruzione di un nuovo Manuale rappresentativo di quanto i Club italiani sono stati capaci di mettere in campo in quasi quarant’anni di lavoro, vorrà dire che avremo lanciato il cuore oltre l’ostacolo, ma di questo solo il futuro potrà essere testimone veritiero.

Un commento su “Introduzione al Manuale di Alcologia”

  1. domenica 19/04/2020 20:23
    caro Carlo e amici dell’Acat.

    giovedì 30/04/2020 11:35
    Caro Carlo, mi ero riproposto di stendere alcune note di commento al primo fascicolo, anche per meglio organizzare le mie idee, spesso confuse.
    1.Il primo elemento è riferito alla continua evoluzione-cambiamento del cammino dei Club.
    • Hudolin è sicuramente una persona geniale, oltre che profondamente umana. Come molti fondatori, compreso Gesù, ha avuto un percorso di maturazione che non si è mai arrestato. È riuscito ad uscire dai muri, ancorchè prestigiosi, della medicina specialistica per allargare il suo approccio ai problemi alcolcorrelati a molte altre scienze. Ha saputo andare ancor oltre, includendo un progetto esperienziale che ha coinvolto nell’elaborazione migliaia di altre persone.
    • Il cammino dei Club in questi anni non si è mai fermato. Spesso le intuizioni dei fondatori non riescono a far scaturire movimenti organizzati. La nonviolenza come pratica di risoluzione dei conflitti anche politici dopo Gandhi non ha avuto un seguito strutturato; salvo significative, ma locali esperienze, come quella di Martin Luther King. Le congregazioni religiose faticano ad aggiornare l’interpretazione del carisma originario. Il movimento dei Club invece è cresciuto ed è in continuo aggiornamento.
    • L’evoluzione e lo sviluppo si rispecchiano anche nella capacità di modificare le terminologie (es. Club Alcolisti in Trattamento/Club Alcologici Territoriali, alcolismo/problemi alcolcorrelati, operatore/servitore-insegnante, astinenza/sobrietà, ecc.) . Nei contesti religiosi-sacrali i nomi vengono mantenuti per secoli o millenni; si pensi al termine Pasqua che esiste da 3.000 anni. I Club non hanno temuto di modificare, sulla base di nuove consapevolezze, molti termini. Compreso il proprio nome, che in Italia ha creato anche divisioni.
    • L’imprinting di Hudolin verso una costante messa in discussione dei traguardi acquisiti è diventato criterio imprescindibile del metodo. Il cambiamento continuo richiesto alle persone e famiglie che partecipano ai club si rispecchia nell’elaborazione teorica e nell’itinerario associativo.

    2.Una seconda suggestione riguarda quelli che mi pare siano i capisaldi del metodo: continuum, approccio ecologico sociale, spiritualità antropologica.
    • L’alcolismo è un fenomeno complesso che nella storia ha avuto molti e diversi approcci in campo scientifico e sociale. Hudolin prima ed i Club successivamente hanno compreso e sperimentato che le categorie classiche di interpretazione erano parziali: alcolismo/alcolista, dipendenza da sostanza, alcolismo come malattia, bere moderato/bere cronico. L’accento è stato posto sugli aspetti comportamentali dei problemi alcolcorrelati all’interno della persona e delle comunità; problemi che è difficile delimitare e che si presentano in un continuum. Questo approccio è diventato particolarmente attuale con la comparsa di “dipendenze” non da sostanze, come il gioco d’azzardo, pornografia, smartphone, internet, ecc.
    • Negli anni in cui Hudolin ha operato si stavano diffondendo nella comunità scientifica internazionale teorie ed esperienze che avrebbero segnato molti campi negli anni successivi: approccio sistemico-relazionale, psichiatria sociale, comunità terapeutica, deistituzionalizzazione, ecc. Anni di grandi fermenti, sperimentazioni e conquiste sociali. Hudolin ha adottato, sollecitato anche dalle prime esperienza dei Club, un approccio che includesse l’intero contesto sociale nell’approccio ai problemi alcolcorrelati. Non può esserci la persona alcolista senza una famiglia, un territorio, una comunità che ne condivida i problemi. Anche il percorso di risoluzione deve passare dal cambiamento di tutti i soggetti sociali che intervengono nel processo. L’adozione della terminologia approccio ecologico sociale vuole esprimere questa realtà di interdipendenza e interrelazione fra i vari sistemi vitali che incidono sull’alcolismo. L’uso originario del termine vuole esprimere proprio il concetto di relazione fra un organismo e l’ambiente; etimologicamente si avvicina al termine economia (ecologia: discorso riguardante la casa, economia: norma riguardante la casa). Nell’accezione comune però la parola ecologia riporta alla tutela dell’ambiente naturale ed approccio ecologico sociale fa pensare ai movimenti ecologici. Un ulteriore equivoco può nascere con l’accostamento all’ecologia sociale, corrente filosofico-politica ben rappresentata da Murray Bookchin, con una forte impronta anarchico libertaria.
    • Se l’approccio ecologico sociale pone l’accento sulla complessità dei fattori relazionali, la spiritualità antropologica pone l’accento sulla multidimensionalità delle varie componenti che interagiscono nella persona e nei gruppi. Non ci si può limitare solo ad angolature mediche o psicologiche o sociologiche, è necessario includere prospettive storiche, morali e spirituali. Questa visione olistica se in apparenza può indurre ad una impotenza da complessità nella lettura delle sofferenze legate ai problemi alcolcorrelati, in realtà apre spazi agli originali vissuti individuali e collettivi. Un oltre, non necessariamente identificabile con un Dio (come nei passi degli Anonimi Alcolisti), che diventa orizzonte mutevole per i continui moti di cambiamento.

    3.Alcune sfide si presentano in questi ultimi anni davanti ai Club, in particolare pensando alla situazione bresciana. Il contesto sociale è profondamente mutato rispetto agli anni di inizio dei Club in Italia e a Brescia.
    • Sul comune di Brescia, dati anagrafe al 31.12. 2018, il 45% dei nuclei residenti è monoparentale e il 25% è composto da due membri (es. madre con figlio). La famiglia classica, padre-madre-figli, è diventata una rarità. Esiste una forte atomizzazione relazionale. Se il metodo dei Club prevede la presenza “obbligatoria” o “preferibile” dei famigliari, sempre meno persone potranno permetterselo?
    • Esiste una forte mobilità territoriale. A messa, in palestra, nel fotoclub partecipano persone che provengono da quartieri o comuni diversi. Questo accade anche nei CAT, soprattutto quelli cittadini. Inoltre si stanno sempre più affermando legami virtuali: es. il giocatori di burraco online, gli amici del gatto siamese, ecc. Come riuscire ad incidere su un territorio specifico, nell’ottica dell’approccio ecologico sociale, quando gli stressi membri dei CAT fanno riferimento a comunità reali o virtuali molto distanti?
    • Per molte persone l’aggettivo impronunciabile è “sempre”. Non esistono scelte definitive di orientamento sessuale, di legame affettivo, professionali, di amicizie, di interessi. Questo si lega allo spirito di continuo cambiamento insito nel metodo Hudolin, che però prevede una appartenenza costante, a vita. Tutti i gruppi hanno problemi di fidelizzazione nel tempo. Come conciliare questa “precarietà” relazionale con la forza di un percorso che richiede continuità partecipativa?
    • Siamo in un’epoca di sovraesposizione di informazioni. Ognuno seleziona ed elimina miriadi di messaggi che ogni giorno gli arrivano nelle più svariate modalità. I Club si sono sviluppati e hanno fatto conoscere le loro interpretazioni ed esperienze in un contesto dove la comunicazione viaggiava su binari più semplici. Ora non ci sono traguardi acquisiti. Come mantenere e aggiornare la propria visibilità?
    • A Brescia nei primi anni dei CAT esisteva una importante affiliazione con l’ambito sanitario che aveva origine sia nell’iniziale elaborazione del metodo (es. importanza dei ricoveri in reparti di alcologia e dei farmaci dissuadenti), sia nel coinvolgimento di alcuni operatori specializzati, in particolare medici, nella fase di prima espansione territoriale. Questa affiliazione aveva alcuni limiti, posti in evidenza dagli sviluppi successivi dell’intero movimento dei CLUB. Aveva però il vantaggio di includere operatori a cui spesso si rivolgono le persone con problemi alcolcorrelati. Carlo ha tentato negli ultimi anni in vari modi di coinvolgere ASL/ATS, NOA, medici di base, ecc. nelle varie iniziative dell’ACAT, purtroppo con risultati risibili. Come riuscire a rilanciare questa vicinanza?
    ciao. grazie. fiorenzo
    Il 30 aprile 2020 20:00, Bruno Saoncella ha scritto:
    Grosse riflessioni, frutto di un lavoro di ricerca ed interpretazioni, notevole.
    Ci sono delle contro riflessioni su certi punti che a me sembrano naturali:
    “Nei contesti religiosi-sacrali i nomi vengono mantenuti per secoli o millenni; si pensi al termine Pasqua che esiste da 3.000 anni. I Club non hanno temuto di modificare, sulla base di nuove consapevolezze, molti termini”
    Non trovo paragonabile un qualsiasi sistema religioso col metodo Hudolin, soprattutto sulla capacità evolutiva dello stesso, i primi sono sistemi di controllo di massa che mettono al centro una o più divinità, la seconda mette al centro l’uomo, e già questo la dice lunga! I primi non si possono evolvere, perché si basano sulla loro storia, il secondo è in continua evoluzione, perché l’uomo evolve con la società. Quindi la terminologia in evoluzione è deleteria per i primi, necessaria per il secondo.
    “Sul comune di Brescia, dati anagrafe al 31.12. 2018, il 45% dei nuclei residenti è monoparentale e il 25% è composto da due membri (es. madre con figlio). La famiglia classica, padre-madre-figli, è diventata una rarità. Esiste una forte atomizzazione relazionale. Se il metodo dei Club prevede la presenza “obbligatoria” o “preferibile” dei famigliari, sempre meno persone potranno permetterselo”
    Secondo me bisogna rivedere il concetto di famiglia e nucleo familiare, che non è limitato alla sola famiglia “classica”, perché ovunque ci può essere famiglia, e partendo da questo presupposto bisogna solo identificare chi è famiglia per ognuno.
    “Per molte persone l’aggettivo impronunciabile è “sempre”. Non esistono scelte definitive di orientamento sessuale, di legame affettivo, professionali, di amicizie, di interessi. Questo si lega allo spirito di continuo cambiamento insito nel metodo Hudolin, che però prevede una appartenenza costante, a vita. Tutti i gruppi hanno problemi di fidelizzazione nel tempo. Come conciliare questa “precarietà” relazionale con la forza di un percorso che richiede continuità partecipativa?”
    Questo è un dilemma annoso che limita molti, il fino ai fiori è visto come una condanna, non come una gioia, ed è fonte di allontanamento. La gente è abituata e stregata da inizio e fine, penso sia un argomento che dobbiamo sviluppare a fondo.
    Questo è quanto, un abbraccio caro.

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